8.9/10

Justice League – Snyder Cut

Regista

Zack Snyder

Cast

Ben Affleck, Henry Cavill, Gal Gadot, Diane Lane, Jared Leto, Ezra Miller, Jason Momoa

Sceneggiatore

Zack Snyder, Chris Terrio, Will Beall

Produttore

Ben Affleck, Chris Terrio, Tamara Watts Kent, Christopher Nolan, Charles Roven, Jim Rowe, Emma Thomas, Wesley Coller, Deborah Snyder, Curt Kanemoto

Durata

230 min.

Offerte
Data di uscita

18 marzo 2021

Bruce Wayne, determinato a garantire che il sacrificio finale di Superman non sia vano, unisce le forze con Diana Prince per reclutare una squadra di metaumani per proteggere il mondo da una minaccia imminente.

Dio è morto… e con lui la DC

Ribadire  in questa sede la triste e travagliata storia produttiva di Justice League risulterebbe quasi superfluo alla luce delle inaspettatamente crepitanti aspettative circa questa nuova iterazione della pellicola snyderiana. Un film tanto vessato dalle “censorie” – a detta del regista – politiche Warner, quanto amaramente ricordato per l’inaspettata morte della figlia Autumn, che portò il cineasta americano ad abbandonare in fieri il progetto, passando la bollente, quasi magmatica, proverbiale patata al già regista di Avengers e Avengers: Age of Ultron, Joss Whedon. Un pot-pourri di controversie e sventure che non contribuì di certo all’economia filmica, trasformando ben presto Justice League nella lapidaria statua a coronamento del mausoleo DCEU (DC Extended Universe). Una mossa alquanto azzardata – quella intrapresa da Snyder e dalla produzione nell’oramai lontano 2017 – che, nella vana ricerca di una fama anche solo paragonabile a quella del ben più blasonato MCU, aveva portato sugli schermi una pellicola indecorosa, acerba, che non aveva avuto modo di attendere un più profondo sviluppo seriale nell’universo condiviso (cosa, che, all’uscita di Infinity War, poteva ben vantare la controparte Marvel). Una penuria narrativa, contenutistica e registica che non poteva e non può a tutt’oggi rivaleggiare con il Royal Rumble marveliano, perdendo fin dalle sue premesse uno scontro farsesco. Se da una parte abbiamo un prodotto ben confezionato che, pur con i suoi alti e bassi, ha saputo intrattenere ed appassionare pubblico e critica, costruendo un universo filmico abitato da personaggi pop dalla facile riconoscibilità ed empatia, sapientemente diretti da registi che, salvo qualche caso, sapevano e sanno fare il loro lavoro (Wheadon, Gunn, Waititi, prossimamente Raimi, etc.), dall’altra abbiamo, inevitabilmente, il carrozzone della pochezza: protagonisti anonimi, attori irriconoscibilmente vergognosi, atmosfere troppo stupidamente cupe per il tenore fumettistico, antagonisti dallo spessore inesistente e soprattutto registi, quali Snyder, che, nel loro totale e totalizzante delirio di onnipotenza artistica, hanno condotto allo sbando un progetto nato prematuramente.

Giunto come il salvatore delle masse, a metà tra un novello Cristo, per i fan, e l’incarnazione del Principe delle Tenebre, per i detrattori – quasi a ricordare il suo nuovo, pomposo, magniloquente ed ambiguo JokerZack Snyder ha infine deciso di riprendere in mano le redini di un cavallo oramai stramazzato al suolo, morente e putrefacente, per offrire, un po’ per dovere, un po’ per tenero, drammatico e indubbiamente lodevole memento della figlia, la sua definitiva versione di Justice League: la tanto vociferata Snyder Cut.

Mitologia moderna

Dimenticate Justice League per come lo avete visto anni fa. La nuova – ed indubbiamente migliorata – versione dell’opera di Snyder non potrebbe essere così sorprendentemente distante, da un punto di vista – sia chiaro – puramente narrativo, dall’indecorosa pellicola apparsa nei cinema nel lontano 2017. Gli inserti snyderiani, che “impreziosiscono” il film di ben due ore aggiuntive, per un totale di ben quattro – sfiancanti – ore di durata complessiva, se da un lato si dimostrano indubbiamente utili a completare una narrazione originariamente manchevole e confusa, con focus pertinenti sui personaggi da principio anonimi e dimenticabili (vedasi Cyborg), dall’altro delapidano minutaggio prezioso a favore di scene e sequenze dalla più che dubbia essenzialità, con immagini autoreferenziali – tipicamente snyderiane – che finiscono per ammorbare lo sprovveduto casual watcher, propinandogli un brodo ristretto dal sapore deciso e convincente, che viene tuttavia barbaramente annacquato da ettolitri di sterilità narrativa. Un’operazione che avrebbe sicuramente potuto giovare di una maggiore concisione, o che, perlomeno, avrebbe potuto sacrificare un poco della sua autoindulgenza per approfondire ulteriormente non solo i personaggi pre-esistenti nella pellicola di Wheadon, ma anche quelli  inspiegabilmente inseriti senza cognizione di causa e lasciati marcire senza la minima introspezione. E’ questo il caso, ad esempio, di Darkseid, “controparte” DC del marveliano Thanos. Un potente e pericoloso titano che, data l’insignificante e appena bastevole presenza scenica, finisce ben presto nel dimenticatoio, rimanendo nell’etere come una minaccia fantasmatica e mai concreta. Un destino filmico non del tutto dissimile da quello della nuova, riveduta e corretta versione di Steppenwolf, l’originario villain dell’opera del 2017. Il subordinato di Darkseid, pur ottenendo maggiore visibilità narrativa, rimane comunque nel limbo della mediocrità, preda di stereotipici sproloqui che lo rendono quanto mai caricaturale e monodimensionale, allontanandolo – e non di poco – dalla lucida follia dei “cattivoni” di casa Marvel, in un tripudio di banalità e malvagità fine a se stessa. Un villain che si dimostra tale per il solo fatto di essere stupidamente ed irragionevolmente cattivo, privo di motivazioni o anche solo di personalità: l’ennesimo esempio di una scrittura caratteriale blanda, bozzettistica e non prioritaria ai fini di un’opera che pare lesinare anche sui suoi protagonisti.

Il temibile Darkseid

Personaggi quali Cyborg, nonostante guadagnino innegabilmente in rilevanza, rimangono tuttavia ancorati ad una relativamente problematica mancanza di empatia. Lodevole e preziosissima risulta invece la sua origin story – uno dei pochi inserti veramente degni di nota di questa Snyder Cut –  in grado di toccare con delicatezza temi quali la morte ed il complesso rapporto genitoriale senza mai eccedere e sfociare nella più becera stereotipia. La back-story del  personaggio interpretato da Ray Fisher, viene quindi sì approfondita e diligentemente raccontata, ma, complice una performance attoriale generalmente monotona e poco dinamica, non convince fino in fondo, pur rimanendo, probabilmente, l’inserto più interessante e meglio sviluppato della pellicola. Un cruccio che pare tuttavia colpire indistintamente la rosa supereroistica tout court, a partire da Wonder Woman (Gal Gadot), che a fronte di ben pochi cambiamenti rimane insieme ad Aquaman (Jason Momoa) il personaggio meno narrativamente mutato; passando per Batman, più cupo, tenebroso, serioso ed innegabilmente sfaccettato ed affascinante, nonostante la sempre mediocre interpretazione del prognato e monoespressivo Ben Affleck; o ancora Flash (Ezra Miller), quanto mai fuori luogo nella sua insopportabile e forzatamente comica rappresentazione, sebbene giochi – finalmente oseremmo dire – un ruolo centrale nella vicenda filmica;  fino a giungere, inevitabilmente, al nocciolo della questione critica: Superman (Henry Cavill).

Il cambiamento sensibile dalla Justice League di Wheadon a quella di Zack Snyder non sembra difatti aver più di tanto mutato la marginale quanto distorta figura di Clark Kent, ancora una volta superomistica e messianica, perfetta e decadente rappresentazione di quell’America conservatrice e superstiziosa che viene tanto religiosamente esaltata da questo moderno Cristo in calzamaglia. Un personaggio anacronistico che Snyder, pur timidamente tentandoci, non riesce in alcun modo a criticare, nella sua cieca apologia del sintomo più spaventosamente lampante di un’America perduta e disgustosamente passatista, il tassello fondamentale nel puzzle della moderna mitologia capitalistica. Siamo di fronte all’esatto opposto di quanto brillantemente teorizzato dal mai troppo lodato Alan Moore nello splendido Watchmen: Justice League ci presenta un mondo in bianco e nero, in cui le sfumature tendono a svanire, ove il buoni lo sono per natura e i cattivi per indole, ove il male non è mai già tra di noi, ma viene da lontano.

Un nuovo inizio

Chi si aspettava dalla Snyder Cut una definitiva ed incontrovertibile chiusura del DCEU, rimarrà piacevolmente – o amaramente, a seconda dei gusti – sorpreso. Nonostante lo sviluppo narrativo non sia stato più di tanto modificato, pur adattandolo ai toni più volutamente cupi della cifra snyderiana, il finale di Justice League prende sapientemente le distanze dalla – per nulla soddisfacente – conclusione della pellicola di Wheadon. Invece di limitarsi a tappare i gargantueschi buchi della prima iterazione filmica, Snyder decide, non senza un pizzico d’incoscienza, di aprire nuove possibili strade allo sviluppo di un universo condiviso DC. Non solo il finale, a fronte delle spaventevoli quattro ore di durata complessiva, ha il coraggio di discostarsi da quello originario lasciando un generale senso di incompiutezza allo spettatore, ma decide deliberatamente di inserire negli ultimi – circa – venti minuti una serie di sconvolgenti elementi, e personaggi, atti a spianare la strada ad una possibile, conclusiva e monumentale opera finale, coronamento della colossale, quanto criticabile, epopea degli eroi DC.

Considerando il rilievo mediatico che l’opera di Snyder sta ottenendo in questi giorni – anche ben prima dell’ufficiale data di rilascio – e il preoccupante quanto crescente potere decisionale che il pubblico può esercitare anche sulle major (basti pensare, in questi giorni, all’abusato #restorethesnyderverse), non ci stupirebbe di vedere, tra qualche anno, il regista statunitense alle prese con l’ennesimo capitolo di questa odissea filmica.

Tra pubblicità di profumi e videoclip musicali

Zack Snyder è uno di quei registi che o lo si ama o lo si odia, senza mezzi termini. Un autore che nel corso degli anni ha nettamente diviso il pensiero critico ottenendo cospicui successi di pubblico. Un cineasta che, come volevasi dimostrare, non smentisce la sua criticabilissima natura anche in questa sua ultima e sudata fatica. Tecnicamente parlando, Justice League si dimostra quanto di più artisticamente polarizzante e pretenzioso Snyder abbia mai realizzato nella sua carriera. Un’opera autoindulgente e falsamente intellettuale che cela sotto i concettosi e celebrali 4:3 un film che vuole prendersi troppo sul serio. Una scelta tanto insensata quanto aprioristica come quella dell’aspect ratio, disvela un’estetica poco ponderata, non supportata da una ricerca linguistico-stilistica che vada di pari passo con la narrazione della vicenda. Una decisione così cruciale, su un piano prettamente concettuale, dovrebbe di fatto farsi foriera ed indice di una volontà narrante, come accade, ad esempio, con il claustrofobico rapporto d’aspetto di The Lighthouse, ove la cubica cornice diviene gabbia dei due protagonisti. Con Snyder, invece, la scelta dell’academic ratio (1:1.33) si riduce ad uno sterile capriccio visivo, un vezzo non giustificato e sostanzialmente irrilevante, paragonabile alla volontà dello stesso regista di rilasciare a breve una versione in bianco e nero denominata Justice is Gray Edition.

Al generalizzato e dilagante intellettualismo di cui sopra, si aggiunge immantinente l’ampollosità stilistica cui Snyder ci ha abituato da decenni. La pruriginosa sensazione di assistere sovente a campagne pubblicitarie di dubbio gusto – ereditata dalla precedente occupazione del regista – diventa qui più che mai esplicita. Sono più d’una le scene, dalla dubbia utilità filmico-narrativa, sottese ad un compiacimento puramente estetico-visivo. Basti difatti pensare alla granitica figura di Jason Momoa che attraversa a rallentatore – quasi come in uno spot di profumi – una banchina nordeuropea bagnato dalle prorompenti onde del mare, oppure alla seducente Gal Gadot in abito bianco immersa in una scenografia grecale dall’esplicita artificialità tipicamente snyderiana (inutile dire che ricorda le atmosfere cardine di 300).

La fotografia di Justice League, pur non toccando le nefande vette di 300 o Sucker Punch, risulta quanto mai stucchevole. Che si tratti di interni o di esterni, dell’America o del Nord Europa, o di qualsivoglia altro posto, il monocromatismo ha il sopravvento, dipingendo arbitrariamente di cupezza l’immagine con colori freddi, eccezion fatta per le apocalittiche visioni di Bruce Wayne. La profondità di campo sembra scomparire in taluni frangenti, relegando le figure umane – e non – ai fondali bidimensionali. Niente da dire, tuttavia, circa la CGI, di ottima fattura salvo qualche raro caso sopra riportato.

Un film da storia del cinema

Volenti o nolenti, bella o meno che sia, la versione rivista e corretta di Justice League, per meriti squisitamente estrinseci alla pellicola, è destinata a scrivere la storia del cinema. In primis, la risonanza mediatica che ha scatenato la Snyder Cut ha dell’incredibile: mai si era vista prima d’ora, così lapalissianamente, la capacità e – a tratti – la pericolosa influenza, che il pubblico è in grado di esercitare nei confronti delle major. Un film che ha dimostrato quanto potere sia democraticamente dato al pubblico, in grado non solo – come un tempo – di sancire il successo od il fallimento di un’opera, ma anche di piegare al proprio volere le produzioni richiedendo a suon di hastag e petizioni quanto Snyder, inutile negarlo, umanamente meritava.

In secondo luogo, la Snyder Cut di Justice League sancisce un traguardo epocale nella storia dell’autorialità cinematografica: la rivendicazione snyderiana dell’opera, a distanza di anni, è quanto mai sbalorditiva ed inaspettata. Per quanto la si possa o la si voglia considerare un’oculata manovra di marketing, l’innata bontà e la genuinità dell’operato del cineasta americano non sono solamente lodevoli, ma proiettano anche una rosea luce sul futuro dell’indipendenza autoriale tutta.

Commento finale:

Zack Snyder’s Justice League è di sicuro un film problematico. Un’opera a tratti ampollosa, barocca, inutilmente lunga e autoindulgente, visivamente piatta e crucciata da una fotografia patinata dal dubbio gusto. Un’opera mediocremente recitata, rea di farsi carico di un’ideologia decadente e stantia che farà di sicuro la gioia dei fan ma che, tuttavia, scontenterà una nutrita fetta di pubblico.  Ciononostante, e lo affermiamo quasi impettiti, la Snyder Cut non è – nella maniera più assoluta – un film insufficiente sotto qualsivoglia punto di vista. Narrativamente parlando è stato in grado di salvare dal più nero abisso uno dei cinecomics più sgradevoli visti su schermo, approfondendo sapientemente, seppur con riserve, personaggi quali Cyborg – probabilmente il meglio riuscito – e Batman, e presentando una storia che, al costo di una più che superficiale visione, pur nella sua prevedibilità, intrattiene e diverte nelle fasi più concitate (vedasi la “battaglia” finale). Un’operazione che, per quanto indubbiamente commerciale, si dimostra innegabilmente intima ed intimistica, mossa da una bontà di fondo che non possiamo non negare.  Una pellicola che, lo si voglia o meno, farà la storia del cinema tutto, dimostrando il crescente strapotere dell’utenza e segnando una tappa fondamentale nella storia della rivendicazione autoriale.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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6

OK

Pro

  • Risolleva inaspettatamente le sorti nefaste della prima iterazione
  • Il personaggio di Cyborg viene finalmente approfondito
  • Intrattiene e diverte nelle fasi più concitate
  • Volenti o nolenti, la Snyder Cut scriverà la storia del cinema

Contro

  • La regia di Snyder non si smentisce mai
  • Quattro ore sono veramente eccessive
  • La solita fotografia patinata di dubbio gusto
  • Mediocremente recitato - se non a tratti pessimamente - da parte di tutto il cast
  • Superman, ed il film in generale, sono ancora una volta sintomi e simboli dell'America più deteriore