7.0/10

Titane

Regista

Julia Ducournau

Cast

Vincent Lindon, Agathe Rousselle

Sceneggiatore

Julia Ducournau

Produttore

Kazak Productions, Frakas Productions, Arte France Cinéma

Durata

108 min.

Offerte
Data di uscita

30 settembre 2021

A seguito di una serie di crimini inspiegabili, un padre si riunisce con il proprio figlio scomparso dieci anni prima.

Dopo l’insperato successo – seppur senza particolari guadagni – di Raw (2017), Julia Ducournau torna alla macchina da presa con il suo secondo lungometraggio: Titane. Vincitore della Palma d’oro al 74° Festival di Cannes, Titane ha da subito diviso gli animi, tra chi lo elogiava senza remore e chi, come Nanni Moretti, è rimasto solamente confuso davanti allo spettacolo psicotropo della Ducournau: un viaggio sensistico ed estetico destinato a lasciare tanti dubbi quante soddisfazioni. Un film in grado di inserirsi a pieno nella corrente di follia orrorifica che da anni ha travolto la Francia tutta, portando alla luce talenti del grottesco che fanno della visceralità l’ingrediente segreto dei loro eleganti manicaretti filmici. Basti ad esempio citare autori quali Bustillo e Maury, Dominique Rocher, Pascal Laugier, Alexandre Aja o Gaspar Noè per rendersi conto dell’insperata portata di questo ringiovanimento culturale prima e filmico poi, quasi fossimo testimoni di una sanguigna Nouvelle Vague 2.0. Ed è proprio in questo clima di totale anarchia morale che si inserisce l’operato della Ducournau, fatto di immagini prima che di parole, di sensazioni prima che di profonda ricerca analitica. Una regista che scandalizza e che vuole deliberatamente farlo, e che proprio per questo realizza un cinema di paradossale intrattenimento, esperibile ed apprezzabile anche nella più totale assenza di analisi (di cui, comunque, non faremo a meno in questa sede) o interpretazione: godendo dello spettacola nella sua più pura referenzialità, come fosse una giostra emotiva cui abbandonarsi. Questo è Titane.

La nuova carne

Le premesse narrative di Titane sono tanto semplici quanto surreali. Alexia è una giovane donna che per guadagnarsi da vivere fa nel tempo libero la ballerina nei saloni automobilistici. Un incidente causatole da una distrazione del padre al volante l’ha costretta in tenera età a sottoporsi ad un invasivo intervento chirurgico che l’ha portata a convivere con un’inestetica placca di titanio nel cranio. Proprio a causa di quest’ultima, Alexia sembra quasi esser stata privata di qualsivoglia freno inibitore, incapace di provare emozioni forti che non siano la sola e deleteria ira nei confronti di un padre meritevole solo del suo mutismo. Una protesi – quella impiantatale – che la eleva al più puro superomismo, al di sopra delle leggi e delle morali, e che la rende quasi in grado di trascendere l’esperienza umana stessa per divenire altro in un progetto di progressivo perfezionamento corporale e mentale che ha come tappa ultima la macchina, simbolo feticistico dell’inarrestabile sviluppo capitalista. Non è dunque un caso che Alexia sia così attratta dalla materialità, dall’effimero, dal meccanico, da giungere a copulare con una cadillac (non di certo la più economica delle auto) e rimanerne incinta, in un turbinio di erotismo e depravazione all’insegna di quel postumanesimo tipicamente cronenberghiano che non può non ricondurci a Crash (1996). Ma se da un lato la ricerca di una “nuova carne” può all’effettivo sovrapporre gli infausti desideri dei protagonisti cronenberghiani alla ricerca del sé di Alexia, non possiamo tuttavia non sottolineare come nel passaggio di influenze da un autore all’altro vi sia un radicale rovesciamento di valori: se in Cronenberg prevale la denuncia di questa ibridazione disumanizzante in un’ottica politica, nel cinema della Ducournau assistiamo piuttosto all’esaltazione di una rinascita carnale vista come fruttuosa opportunità di rapporto con l’alterità ed il proprio sé. Un’indagine introspettiva che conduce anche alla scoperta della propria identità sessuale nella più esplicita accettazione e glorificazione della differenza. Una lettura ambivalente – la nostra – che vede nell’opera della Ducournau tanto la più inebriante liberazione da qualsivoglia schematismo sociale; quanto la più buia preoccupazione per una realtà (dis)umana fortemente ideologizzata, capace di spersonalizzare il soggetto. Non è dunque un caso che la sola ibridazione uomo-macchina non sia bastevole alla maturazione individuale di Alexia, ma che essa abbia bisogno di una figura altra in cui specchiarsi secondo la logica del “Narciso rovesciato” (n.d.r. Carlo Levi): solo nel rapporto con l’altro-da-sé l’individuo può conoscere se stesso, soppesando differenze e similitudini. L’individualismo della società contemporanea – di cui la macchina diviene qui come in Cronenberg perfetto correlativo oggettivo – allontana il soggetto dalla vera conoscenza del proprio sé, nel rifiuto aprioristico della socialità, qui incarnato dalla misantropia galoppante di Alexia, più attratta dalle automobile che dagli esseri umani.

Una tematica – quella della moderna abnegazione alla “macchina” – già presentata sul grande schermo – tra gli altri – anche dal maestro Tsukamoto nel 1989 con il suo Tetsuo: The Iron Man, macabra parabola sulla ricerca della perfezione nella società contemporanea e sulla contaminazione della natura umana con i prodotti del sistema capitalista. E nella più totale rinuncia all’umano, Alexia compie come Tetsuo un lento e doloroso declino fisico, con esiti non del tutto dissimili: l’istinto prende il sopravvento, la ragione vien meno e il quieto vivere lascia il posto alla frustrazione e alla violenza. Il sesso nell’opera di Tsukamoto si mescola alla meccanicità, i genitali divengono trivelle meccaniche, la freddezza delle lamiere si sostituisce al calore erogeno della pelle; così come l’olio motore inizia a scorrere nelle vene di Alexia. Eppure, in ambedue i casi, differentemente dalla morale cronenberghiana, non possiamo che scorgere un qualche barlume di speranza: nel finale del Tetsuo il protagonista, ormai consumato dalla macchina, giunge infine non solo all’accettazione della sua condizione sovraumana, ma anche anche all’ingenua celebrazione di quel dono mortifero. Stesso dicasi anche l’altro inaspettato dono, quello di Alexia, il frutto proibito dell’amore tra donna e automobile: il bimbo foriero della “nuova carne“, l’ibrido messia del postumano.

Tetsuo: The Iron Man (1989) di Shin’ya Tsukamoto

Obnubilata dalla contaminazione quasi cancerogena della macchina, Alexia esplode in un raptus omicida portando ben presto alla morte chiunque la circondi. Costretta infine a fuggire dalla sua città natia, ormai braccata dalle forze dell’ordine, la giovane decide di cambiare identità e spacciarsi per il figlio scomparso di Vincent, un erculeo capo dei pompieri, dovendo nasconder lui non solo la sua identità ma anche il sempre più ingombrante pancione. Un repentino cambio di vita che coincide filmicamente anche con un’improvvisa mutazione nel ritmo narrativo. Dall’ipercinetico e roboante primo atto, Titane si affranca per restituire allo spettatore un atipico “slice of life“. Ponendo il focus sull’ambiguo rapporto tra Vincent e Alexia, la regista non rinuncia tuttavia ad indagare cronenberghianamente la tematica della corporeità, pur lasciandola in secondo piano rispetto alla problematica relazione “padre”-figlia. Ed è forse questo allontanamento dalla tematica portante del primo atto a rallentare il generale andamento della vicenda. Non ci aspettavamo di certo la follia psichedelica della prima mezz’ora, ma avremmo di certo gradito una sfumatura ben più graduale tra l’estremismo visivo e narrativo della prima parte ed il continuo della storia. Ciò che ci sentiamo di recriminare in questa sede al film della Ducournau, è proprio l’assenza di un ponte, di una gradualità. La repentinità con cui viene a mutare il racconto è di sicuro da attribuirsi – in maniera squisitamente metanarrativa – alla “rinascita” spirituale (ma anche carnale) di Alexia; tuttavia non ci sentiamo di approvare a pieno una svolta così subitanea soprattutto nella messa in scena: i momenti dal maggior impatto visivo – quelli che più facilmente verranno ricordati negli anni a venire a causa della loro iperbolica follia – sembrano tutti concentrati nella prima parte del film; come se le idee più impattanti a livello squisitamente estetico fossero state tutte (o quasi) esaurite nelle prime battute dell’epopea di Alexia.

L’esteta del grottesco

Che Julia Ducournau fosse abile dietro la macchina da presa era indubbio, soprattutto dopo Raw (2017). Non si poteva peraltro aspettar di meno da Titane che, sotto questo punto di vista, ci ha ben più che sbalorditi. Se la mano della Ducournau aveva già nobilitato un tema così crudo come il cannibalismo con un gusto ed una ricercatezza per l’immagine di rara grazia, con questa sua seconda opera ha dimostrato di saper gestire anche le situazioni più paradossali e grottesche: parafrasando un passaggio del Macbeth shakespeariano, “bello è il brutto e brutto è il bello“, e la Ducournau sembra saperlo bene. La sua forma filmica, estetizzante l’orrido, riesce a captare la bellezza anche dove regnano le più disgustevoli pulsioni umane, producendo quadri in movimento dall’impatto sconcertante. Basterebbe difatti il piano sequenza di apertura per mettere fin da subito in chiaro la cifra stilistica della regista francese: un lungo travelling all’interno di un salone automobilistico in cui l’erotismo più sfrenato ed ossessivo delle ballerine si mescola alla fredda materialità delle automobili in esposizione, in un non-luogo in cui la donna non è soggetto ma – al pari della macchina – mero oggetto del desiderio. Immagini eidetiche che non necessitano di alcun supporto verbale per essere spiegate. E’ già tutto lì, racchiuso tra i quattro lati dell’inquadratura; non serve altro.

Titane è puro piacere visivo, una giostra emotiva bastevole della sola immagine filmica per essere apprezzata. Un film di peculiare intrattenimento in grado di regalare un’esperienza estetica unica ed appagante, cruda e viscerale, capace di imprimersi a fuoco nella coscienza dello spettatore. Ed ecco che quella che sulla carta poteva restare una grottesca quanto imbarazzante interazione amorosa tra una giovane ed un’automobile, si trasforma ben presto in una scena dall’indiscutibile carica erotica, che per quanto farsesca ed ìlare possa sembrare, diviene ben presto più seriosa e matura del previsto. Un uso sapiente della macchina da presa che si mesce peraltro alla perfezione con il gusto cromatico della fotografia di Ruben Impens, in grado di vestire l’orgiastico mondo di Alexia con uno velo di onirismo. Un uso delle luci che aiuta peraltro a sottolineare perfettamente il carattere transiente della corporeità umana, come dimostrano le inquadrature di Vincent che nel guardarsi allo specchio dopo l’assunzione di steroidi (e ritorniamo al tema fondante del perfezionamento corporeo) appare paonazzo, disumanizzato, solo: condizione che lo legherà indissolubilmente alla giovane Alexia.

Il talento della Ducournau alla macchina da presa va però di pari passo con la sua abilità nella gestione attoriale, portando in scena un’opera impegnativa con una tale crudezza e serietà da render credibile anche l’impossibile. La prova della giovane Agathe Rousselle in Titane è senza dubbio alcuno impeccabile nel portare sullo schermo un personaggio tanto complesso ed irrazionale quale Alexia. I suoi sussurri, i suoi silenzi, le sue manie, le sue improvvise ed incontenibili esplosioni di cieca violenza, il suo dolore ed i suoi pianti; tutto è reso profondamente umano e verosimile, nonostante la generale eccentricità degli eventi raccontati. Il contesto diviene così credibile e poco farsesco da far dimenticare allo spettatore – nella seconda parte del film – tutte le nefandezze fino ad allora mostrate; e se ciò è possibile è anche grazie – e soprattutto – agli attori. Vincent Lindon, nei panni di Vincent – “padre” di Alexia – ottiene inoltre con la Rousselle una chimica invidiabile, creando con lei una costante tensione emotiva e sessuale atta a permeare ogni inquadratura di profonda e perturbante paura; un climax incestuoso che va acuendosi progressivamente fino ad un finale che – per quanto prevedibile possa risultare – pone con garbo la proverbiale ciliegina sulla torta della Ducournau.

Commento finale:

Titane è un’opera magniloquente. Un film in grado di sfruttare a pieno il medium cinematografico creando immagini-idee capaci di per sé di raccontare tutto ciò che le parole riuscirebbero solo a svilire. Una pellicola di certo imperfetta e con un ritmo a tratti altalenante, ma che riesce a realizzare un intrattenimento atipico che non necessita di alcuna complessa interpretazione per essere apprezzato. Lasciate da parte qualsivoglia tentativo di comprender tutto: non è quello il punto. Titane è un’esperienza sinestetica, sensoriale, unica nel suo genere. Un film destinato a far parlare di sé per ancora molto tempo.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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8.5

Ottimo

Pro

  • Un'esperienza estetica unica
  • Violento, provocatorio, coraggioso
  • Registicamente e fotograficamente impeccabile
  • Performance attoriali più che lodevoli
  • Colonna sonora quanto mai azzeccata

Contro

  • Non è un film per tutti, anzi
  • Il ritmo forsennato del primo atto si arresta fin troppo bruscamente