the father
8,3/10

The Father

Regista

Florian Zeller

Genere

Drammatico

Cast

Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss

Sceneggiatore

Christopher Hampton, Florian Zeller

Produttore

Trademark Films, Cine@, AG Studios NY, Embankment Films, F Comme Film, Film4, Viewfinder

Durata

97 min

Offerte
Data di uscita

26 febbraio 2021

Un uomo anziano (Anthony Hopkins) che, con l’avanzare dell’età, nel tentativo di dare un senso alla sua nuova condizione, inizia a dubitare dei suoi cari, della sua mente e persino di ciò che vede e vive.

The Father: Anthony Hopkins e Olivia Colman nel film più commovente dell’anno

C’è qualcosa di totalmente disturbante e spaventoso in come la propria mente ci possa ingannare. L’idea di non poterci più fidare di ciò che vediamo, sentiamo, capiamo del mondo, è destabilizzante. Vivere con il costante dubbio di essere raggirati dalla realtà. The Father non solo mette in scena questa condizione, ma fa di tutto per farla percepire anche allo spettatore.

the father

L’opera prima di Floran Zeller è distante da tutte le altre candidate agli Oscar di quest’anno. Non ha nulla di politico, nessun tema sociale o di attualità, non ha grandi scenografie, cambi di costumi e set vistosi. Porta in scena solo un uomo anziano, Anthony, con sua figlia, Anne. Un uomo che sta perdendo la lucidità e non riesce più a discernere la realtà dalla malattia. Forse Alzheimer, forse demenza senile, nell’opera non viene specificato il malanno di cui soffre. Non è importante il nome della sua condizione, ma quello che causa. Mai forzato o gratuito, ma anzi, spesso trattenuto e rinnegato, il dolore di Anthony investe lo spettatore in pieno, travolgendolo. È un film intimo, toccante, disturbante, che si basa tutto su un montaggio ad incastro, una sceneggiatura sublime e un cast eccezionale. Puro cinema che si mostra ai nostri occhi.

La forza del cinema, la debolezza della mente

Il medium cinematografico è uno strumento potentissimo, incredibile in quello che può fare con la mente di uno spettatore. La scelta di trasporre l’opera teatrale Le Père, scritta dallo stesso Zeller, in un film, è una mossa vincente. Perché il cinema si presta magnificamente a riprodurre i deliri di una persona malata. Noi vediamo ciò che vede Anthony e non solo, siamo ingannati dalla nostra vista esattamente allo stesso modo in cui è ingannato l’uomo dalla sua mente. Osserviamo, tranquilli, il quotidiano di Anthony scorrere, finché non sopraggiunge un elemento di disturbo, improvviso, inquieto. Una scena che si ripete, uno scambio di persona, un salto temporale non percepito. In quel momento siamo turbati e proviamo, in minima parte, la stessa sensazione di spaesamento che prova Anthony, incapaci, noi e lui, di capire cosa sia vero e cosa no. Poi tutto sembra tornare alla normalità, fino al prossimo scossone che andrà a minare le nostre certezze. Un perfetto alternare di quiete e tempesta che fa sì che ogni colpo inferto allo spettatore sia diverso da quello precedente, inaspettato ed efficace.

Sir Philip Anthony Hopkins

Ad accompagnare ogni stoccata inferta allo spettatore, i primi piani di Anthony Hopkins. Ottantatré anni, una carriera incredibile alla spalle, ma ancora tanta capacità di stupire, di scegliere grandi ruoli e dare in questi il meglio di sé. Cinque candidature agli Oscar sembrano poche, una sola vittoria un’ingiustizia. Il personaggio del padre, che nell’opera teatrale si chiamava André, ora non solo ha il suo nome, ma anche la sua stessa data di nascita. E la cosa non potrebbe che risultare più giusta. Hopkins dà tutto sé stesso in questo personaggio, è lampante. Mette in scena quella che è probabilmente la sua paura di perdere il senno, le sue fragilità di uomo anziano. Strappa il cuore vederlo piangere, osservarlo con lo sguardo perso, notare la sua indecisione, il suo dubbio. Così come dona un sincero sorriso nei momenti in cui è sereno, giocoso, pieno di vita. Si meriterebbe un secondo Oscar, per questo ruolo così sentito, anche se non ha di certo bisogno di un premio per confermare il suo valore.

Digressioni sul tempo…

Nei casinò non sono presenti orologi. Senza di essi, è più difficile rendersi conto del tempo che passa ed è più facile rimanere intrappolati in quel luogo anche per ore, perdendo il contatto con il mondo esterno. Anthony, in The Father, cerca spesso il suo orologio, un oggetto del suo passato che fa da collante instabile al suo presente. A volte pensa che glielo abbiano rubato, a volte semplicemente non ricorda dove lo ha messo. Esattamente come un incallito giocatore, perde totalmente la concezione di dove si trovi e del tempo che scorre. Per buona parte del film, Anthony è senza orologio, imprigionato nella sua mente, che continua ad prendersi gioco di lui. Impossibile stabilire quanti giorni passino dall’inizio della pellicola alla fine. Impossibile ricostruire l’ordine cronologico degli eventi. La distorsione temporale è totale. E probabilmente in questo, Nolan, avrebbe molto da imparare da questo film.

… e sullo spazio

Quasi tutta la pellicola è ambientata in luoghi chiusi. La dimora in cui si trova Anthony è esplorata in tutti i suoi angoli, in diverse prospettive e inclinazioni (Zeller gioca molte con le inquadrature) e ci accompagna per buona parte della pellicola. Ma non rimane sempre uguale. Le sedie si spostano, i quadri spariscono. Anthony si sente perduto nel luogo che dovrebbe chiamare casa, ennesima metafora della perdita di sicurezza, dell’inaffidabilità delle nostre sicurezze. Spesso siamo di fronte a degli usci, l’inquadratura perfettamente simmetrica. Al centro, incorniciata dalla porta lasciata aperta, c’è di frequente Anne, il personaggio interpretato da Olivia Colman. La figlia che deve accettare che non riavrà più il padre di un tempo. Anne non sa bene cosa fare di Anthony e di sé, ferma, bloccata davanti a una soglia, davanti a una strada da intraprendere. La Colman (una delle migliori attrici dell’ultimo decennio) porta in scena al meglio la sofferenza repressa di chi deve lasciare andare, uscendo da quella porta e continuando la propria vita. Ogni passo è doloroso, ma necessario per chi può ancora definirsi libero, per chi ancora può allontanarsi da quella casa e non essere più in trappola.

the father

Commento finale

Qualcuno ha definito The Father “il miglior horror di quest’anno”. Ed è vero. Perché, come dicevo all’inizio di questa recensione, non c’è nulla di più spaventoso di ciò che può fare la mente umana. Questa non è una pellicola semplice da guardare, è un’opera pesante, disturbante. Di quelle su cui ti ritrovi a pensare nei giorni successivi. Il grado di coinvolgimento cambierà sicuramente da persona a persona, ma è quasi impossibile non uscire dalla visione turbati e con il cuore spezzato. E proprio per questo vale la pena di vedere questo film.

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Recensione di: Matilde Tramacere.

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8.5

Ottimo

Pro

  • Intimo e toccante.
  • Anthony Hopkins è un mostro di bravura, come sempre.
  • La trasposizione da opera teatrale a opera cinematografica è magistrale.
  • Anche quando la dinamica narrativa è ormai chiara, riesce sempre a stupire.

Contro

  • Difficilmente è un film che si riguarderebbe volentieri.
  • Per i più sensibili al tema può essere una visione davvero pesante.