Sound of Metal
7,8/10

Sound of Metal

Regista

Darius Marder

Genere

Drammatico

Cast

Riz Ahmed, Olivia Cooke, Paul Raci, Mathieu Amalric

Sceneggiatore

Darius Marder, Abraham Marder

Produttore

Caviar, Amazon Studios

Durata

1h 41min

Offerte
Data di uscita

4 divembre 2020

La vita di un batterista heavy metal va in caduta libera quando inizia a perdere l'udito.

La vita è rumore. Difficilmente riusciamo a immaginare il mondo senza il suo caos di colori, di forme, di suoni.  E se improvvisamente questa perdita diventasse la realtà? Un assaggio ci viene dato da Sound of Metal, esordio alla regia dello sceneggiatore Darius Marder, che pare avere il passo dei mélo di Derek Cianfrance (Blue Valentine, La luce sugli oceani, Come un tuono), qui al soggetto. Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, Sound of Metal ha debuttato il 4 dicembre 2020 nella sala virtuale di Amazon Prime Video, spopolando in poche ore. Una produzione intima dal retrogusto acre sull’elaborazione della perdita in un percorso che fa del lineare processo di caduta e risalita il suo punto di forza, metafora di una crescita interiore profonda che scarta il superfluo per far spazio all’essenziale, strato dopo strato. Ecco la nostra recensione di questo sorpresa dello streaming!

Una discesa nel silenzio

Protagonista assoluto è l’attore britannico Riz Ahmed (Rogue One – A Star Wars StoryVenomThe Night of) nei panni di Ruben, ex tossico e batterista in un duo heavy metal. Ad accompagnarlo su e giù dal palco c’è la sua ragazza Lou, interpretata dalla splendida Olivia Cooke (Ready Player One, Modern Love). I due sono in tour per promuovere il loro ultimo album e vivono come nomadi, abitando sul camper che usano per spostarsi di città in città. Una sera le orecchie di Ruben iniziano a fischiare e, a poco a poco, si spengono. Diventato sordo, entra in una comunità per non udenti, dove potrà imparare a vivere come uno di loro e a comunicare con la lingua dei segni. Qui conosce Joe, un veterano del Vietnam, che gli insegna ad accettare la sua nuova condizione. Nonostante i progressi, Ruben spera ancora di tornare a sentire e stare insieme a Lou, che nel frattempo è tornata a Parigi da suo padre. Grazie alla sua performance misurata e viscerale, Ahmed emerge come un solista e regge quasi tutto il film sulle proprie spalle. Addirittura, per il ruolo, ha imparato a suonare la batteria ed è assolutamente credibile.

Una serie di fratture

sound of metal
Ruben e Joe in una scena del film

Partiamo dalle dolenti note. La regia doveva essere firmata da Cianfrance, che però ha ceduto il progetto a Marder, suo collaboratore.  Si presenta dunque una frattura tra il film come sarebbe potuto essere e il prodotto finale, ma anche il conflitto tra un racconto chiuso in sé stesso e un approccio che usa la narrazione come strumento per porre domande alla dimensione mediale (l’eterno scontro tra analogico e digitale). Un terreno incerto su cui Marder si muove attento ma insicuro. Si interroga sull’approccio più adatto al racconto, passando da riprese dei live musicali di chazelliana memoria al melodramma esistenziale e intimo di Cianfrance, con il quale sembra trovarsi più a suo agio. La regia accenna i temi essenziali per poi sprofondarci dentro a tal punto da sviluppare una narrazione classica a tratti prevedibile. E allora perché, nonostante tutto, funziona?

Una prigione di carne e ossa

sound of metal

 

Si indaga la ripartenza. Cosa spinge a riscoprire sé stessi dopo che si è stati privati di qualcosa che si dava per scontato? La regia si concentra sul corpo di Ruben/Ahmed, ponte che connette il protagonista alla musica (non a caso lo strumento scelto è una batteria). Il corpo appare monumentale, cuore pulsante dell’esperienza filmica, consumato tra dramma e rinascita. Questo è evidente fin dalla prima inquadratura, dove Ruben è ripreso frontalmente e di spalle. Il suo corpo è uno strumento e, al tempo stesso, una prigione. A partire dalla fisicità, il curatissimo sound design permette allo spettatore di indossare la pelle del protagonista, immergendosi nello stesso silenzio ovattato.

Suono analogico

sound of metal

Il suono diventa l’ennesima riflessione sull’immersione di un utente in un ambiente digitale. Si rimarca molto la differenza tra i suoni in presa diretta e l’immagine del suono creata dall’apparecchio acustico di Ruben. Si studia il silenzio, il gesto fisico non mediato dal digitale, stimolando un ritorno alla pura sensibilità e al contatto tangibile, ormai filtrato dal web 2.0. La questione è affrontata con un’estremismo evidente, sbilanciato a netto favore di una delle due parti (quella analogica, ovviamente). Mentre la sordità è posta come limite da accettare a tutti i costi, la tecnologia viene vista come uno strumento di contraffazione della realtà. Dunque, da rifiutare (quasi) in maniera assoluta.

Commento finale: una storia di rinascita intima e sperimentale

Sound of Metal immerge lo spettatore in un mondo di bassi e vibrazioni, sguardi, gesti e silenzi. A riprova che siamo tutti dipendenti dai nostri sensi più di quanto immaginiamo. Il film racconta il senso di perdita e l’aspirazione alla rinascita con piglio autoriale, senza temere di sperimentare e giocare con le percezioni dello spettatore. Il tutto calato in una riflessione sull’incapacità di ascoltare il mondo circostante, diviso tra analogico e digitale. Tra realtà e la sua immagine distorta. Nonostante la profonda consapevolezza del spazio d’azione e del contesto socio-culturale, Marder riesce solo ad emulare le atmosfere del cinema di Cianfrance, cedendo ad argomentazioni impulsive come spesso accade agli esordienti. Comunque, la cosa migliore del film restano la performance attoriali intime e misurate, sopra tutte quella di Riz Ahmed.  Indimenticabile, come una canzone che hai il bisogno di riascoltare all’infinito.

 

Recensione di: Margherita Montali.

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8

Ottimo

Pro

  • Riz Ahmed da Oscar
  • Racconto intimo dall'estetica documentaristica
  • Narrazione lineare di caduta e risalita
  • Sguardo oggettivo che evita il surplus di patetismo
  • Sperimentazioni sonore

Contro

  • Più Riz Ahmed che suona la batteria
  • Al cinema sarebbe stato ancor più folgorante