Rifkin's Festival locandina
6,1/10

Rifkin’s Festival

Regista

Woody Allen

Genere

Commedia

Cast

Wallace Shawn, Louis Garrel, Gina Gershon, Elena Anaya

Sceneggiatore

Woody Allen

Produttore

Wildside

Durata

1h 28 min

Offerte
Data di uscita

6 maggio 2020

Una coppia americana si reca al festival di San Sebastian e resta catturata dalla magia dell'evento, dalla bellezza della città e del cinema.

A volte ritornano. Altre volte, in realtà, non se ne sono mai andati veramente (o forse sta per succedere?). Debutta così nelle sale italiane Rifkin’s Festival, l’ultimo film di Woody Allen. Dopo i turbamenti dell’amore giovanile di Un giorno di pioggia a New York (potete leggere la nostre recensione qui), il regista newyorkese scrive e dirige una storia costellata di interrogativi senza risposta (come nei migliori film alleniani) che riflette sul senso della fine, in chiave rigorosamente metacinematografica. Un film che, tra malinconia e suggestioni in bianco e nero, sembra destinata a far parlare ancora parecchio di sé. Ecco la nostra recensione!

Il regno del cinema

Mort Rifkin (Wallace Shawn, classe 1943) è un ipocondriaco docente di cinema con l’aspirazione a diventare uno scrittore. Ma non uno qualunque, come sottolinea spesso: o il prossimo Dostoevskij, o niente. La sua vita arriva a un punto di svolta quando si reca al festival cinematografico di San Sebastian con la moglie Sue (Gina Gershon, classe 1962), ufficio stampa del giovane (e ridicolo) regista impegnato Philippe (Louis Garrel, classe 1983). Mentre Sue è sedotta da Philippe, Mort si innamora della bellissima Jo (Elena Anaya, classe 1975), dottoressa spagnola comprensiva ma estremamente sfortunata con gli uomini. Lentamente, Mort inizia a mettere in discussione tutta la propria vita e i suoi sogni, arrivando alla conclusione che forse ha passato troppo tempo prigioniero di false illusioni.

Il film si apre su una classica scena alleniana: nello studio di uno psicanalista. Come in un sogno, siamo trasportati con un flashback nella soleggiata cittadina spagnola. Probabilmente, in un altro contesto storico, Rifkin’s Festival sarebbe passato solo come l’ennesimo film dell’Allen minore: una mera brutta copia dei suoi primi lavori. Alla riapertura delle sale, ecco un film metacinematografico ambientato in una delle kermesse più importanti del mondo. Il risultato è una celebrazione del cinema nel suo ambiente d’elezione: il festival. Una festa, appunto, che Allen ci fa percepire nella sua decadenza, là dove ormai le regole dell’industria commerciale e di Hollywood sembrano farla da padrone (la stessa cosa si percepiva già in Cafè Society).

Un declino culturale che emerge nella nostalgia verso un preciso tipo di cinema (prevalentemente di stampo europeo) che ormai sembra essere sparito per sempre. Incarnazione di questo male dell’arte è il regista interpretato da Garrel (bravissimo ed estremamente autoironico), senza dubbio il personaggio meglio riuscito di tutto il film. Allen si chiede: è ancora possibile produrre un’opera d’arte autentica in un mondo dominato dalle industrie culturali? In questo senso, Rifkin’s Festival è un gioco di scatole cinesi metacinematografiche estremamente raffinato, in cui riaffiora quel (velato) cinismo à la Woody che tanto ci è mancato.

Sogni in bianco e nero

Dicevamo della malinconia. Non più nei confronti di un’epoca storica come in Midnight in Paris o di una storia d’amore ormai conclusa come in Io e Annie, ma verso il cinema classico e l’età d’oro della Nouvelle Vague. Allen se ne infischia del perbenismo dei critici e cinefili europei, se ne frega anche se i suoi gag sono un po’ (tanto) vecchiotti: rigira le scene dei suoi film preferiti con precisione filologica, senza tralasciare il minimo dettaglio. Dal jump cut di Godard ai primi piani di Bergman, fino alla profondità di campo di Welles. E Vittorio Storaro può divertirsi come un matto a giocare con il bianco e nero.

rifkin's festivalIl vero festival non è tanto fuori, tra le stradine della città basca (luminosa, calda e accogliente, ma poco sfruttata), quanto nella testa di Mort/Woody, che rilegge la sua vita sotto le luci del cinema. In ordine di comparizione: Quarto potere, 8 1/2, Jules e Jim, Un uomo, una donna, Fino all’ultimo respiro, Persona, Il posto delle fragole, L’angelo sterminatore e L’ultimo sigillo (con un Christoph Waltz esilarante nei panni del tristo mietitore). Qualcosa di nuovo? Assolutamente no. Ma Allen è ciò che è, ed è talmente onesto in quello che fa che è sinceramente impossibile fargliene una colpa. In fondo, il suo mondo – quel ragazzo newyorkese che frequentava le sale d’essai nella prima metà degli anni Sessanta – è ormai un paradiso perduto. Lasciamogli vivere i suoi sogni ad occhi aperti in pace.

Una riflessione matura

Il passato non è una terra straniera, ma il paradiso perduto dove tutto sembrava possibile (vi ricordate Radio Days?). Una consapevolezza che lascia in preda allo sgomento esistenziale. Sarà l’età che avanza (e gli scandali legati al Me Too), ma ora è arrivato per Allen il momento di fare autocritica. Rifkin’s Festival è una riflessione sul ruolo del regista newyorkese nell’arte cinematografica. Dove si colloca? Tra i grandi maestri (in primis, Fellini) o tra gli artisti da strapazzo che provano a emulare, ma che in realtà non hanno nulla di vero da dire? Dopotutto, di Dostoevskij c’è n’è uno soltanto.

rifkin's festival

Un dubbio atroce, che apre a moltissime altre domande. Per esempio: che cos’è l’arte, cosa dovrebbe raccontare? Come si riconosce un vero artista? Chi siamo e qual è il senso dell’esistenza? Interrogativi che vagano, sospesi, senza una risposta. Ma magari l’arte serve proprio a questo: non tanto ad affermare, quanto piuttosto a porre le questioni giuste. E questa, per Woody Allen, è una vera specialità.

Film testamento?

Rifkin’s Festival è pervaso dal senso della fine. Non sorprende che, per ultimo, Mort sogni di essere il protagonista de Il settimo sigillo. Lo stesso personaggio è un’alias di Allen molto più vicino al regista per età. Inoltre, anche il nome Mort ricorda il termine francese mort, letteralmente morto. rifkin's festival

Queste e altre considerazioni hanno portato in molti a chiedersi se effettivamente questo non sia solo l’ultimo lavoro della filmografia di Allen, ma anche la fine della sua carriera. In effetti, molti dettagli del film visti con questa luce assumono tratta assai diversi, quasi come una lettera d’addio. Ci si aspetta che Mort muoia, ma l’inevitabile è rimandato, come in Scoop. Ma la paura, quella resta ed è tanta. Solo vedere vecchi film la allontana. Se il paradiso esiste, allora per Allen è in bianco e nero.

In conclusione 

Rifkin’s Festival si dimostra un film autoironico che riflette sul cinema contemporaneo, senza prendere nulla (nè prendersi) sul serio. Certo, non mancano i luoghi comuni dell’Allen minore con tutto il suo campionario di nevrosi, ma nel complesso il film è una commedia leggera e malinconica (anche troppo lunga) che omaggia l’amore più grande: quello per il cinema.

Recensione a cura di Margherita Montali

E voi, avete già visto il film? Qual è il vostro film preferito di Woody Allen? Fatecelo sapere nei commenti. Per ulteriori approfondimenti e recensioni, continuate a seguirci, anche sui nostro social!

 

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7

Buono

Pro

  • Le citazioni metacinematografiche
  • Il regista tronfio ed engagé di Garrel è una delle cose più divertenti del film
  • La fotografia di Vittorio Storaro

Contro

  • Una location poco sfruttata
  • Il campionario alleniano di nevrosi che nulla aggiungono e nulla tolgono
  • Quale minuto di troppo, inutilmente allungato