6.0/10

Old

Regista

M. Night Shyamalan

Cast

Gael Garcìa Bernal, Vicky Krieps, Luca Faustino Rodriguez, Alex Wolff, Emun Elliott, Alexa Swinton, Thomasin McKenzie, Embeth Davidtz, Aaron Pierre, Ken Leung, Nikki Amuka-Bird, Rufus Sewell, Abbey Lee, Kyle Bailey, Mikaya Fisher, Eliza Scanlen

Sceneggiatore

M. Night Shyamalan

Produttore

M. Night Shyamalan, Marc Bienstock, Ashwin Rajan

Durata

108 min.

Offerte
Data di uscita

21 luglio 2021

Una famiglia in vacanza scopre che la spiaggia appartata dove si rilassano per alcune ore li sta in qualche modo facendo invecchiare rapidamente, riducendo la loro intera vita in un solo giorno.

A tre anni dall’uscita di Glass (2019), M. Night Shyamalan torna al cinema con Old (2021), un thriller dalle tinte horror, tratto dalla graphic novelCastello di sabbia” di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters. Un gradito ritorno sul grande schermo che porta con sé l’atavica e polarizzante faida tra chi elogia aprioristicamente l’operato del regista americano e chi, al contrario, lo critica senza mezzi termini. Pochi sono infatti i cineasti in grado di dividere così radicalmente il gusto del pubblico e della critica, complice una filmografia che – volenti o nolenti – si è dimostrata negli anni alquanto altalenante, alternando opere di pregevolissima fattura a prodotti filmici alquanto scadenti e ben più che dimenticabili. Le premesse per rendere Old una delle migliori pellicole della sua filmografia vi erano però tutte: peccato solo che l’opera finale, giuntaci in sala lo scorso 21 luglio, non sia riuscita a rendere vera giustizia ad un soggetto tanto interessante e peculiare, sguazzando – nostro malgrado – nel più nefasto mare della mediocrità.

Un’estate da dimenticare

Guy (Gael Garcìa Bernal) e Prisca Cappa (Vicky Krieps), una coppia di coniugi sulla strada del divorzio, decidono di trascorrere le loro ultime vacanze in compagnia dei piccoli Trent (Luca Faustino Rodriguez, Alex Wolff, Emun Elliott) e Maddox (Alexa Swinton, Thomasin McKenzie, Embeth Davidtz) presso un prestigioso resort tropicale scoperto per pura casualità in rete. Giunti sul luogo, e fatta conoscenza del sempre disponibile ed accondiscendente manager della struttura (Gustaf Hammarsten), vengono ben presto indirizzati, su consiglio di quest’ultimo, ad una spiaggia isolata, lontana dalla civiltà e non segnata sulle mappe: un vero e proprio assaggio di paradiso in terra. Giunti sul luogo con un navetta del resort, i quattro fanno conoscenza dei pochi altri “fortunati” venuti a conoscenza – grazie al manager – dell’incantevole località balneare, circondata da imponenti ed aggettanti scogli che ne impediscono qualsivoglia contatto diretto con il resto dell’isola. A far loro compagnia durante la scampagnata estiva, vi sono il rapper Mid-Size Sedan (Aaron Pierre), affetto da un’incontrollabile e perpetua epistassi; Jarin (Ken Leung) e la moglie Patricia Carmichael (Nikki Amuka-Bird), una psicologa affetta da attacchi epilettici; ed infine il chirurgo Charles (Rufus Sewell), accompagnato dall’anziana madre Agnes (Kathleen Chalfant), dalla moglie Chrystal (Abbey Lee) – vessata da un serio deficit di calcio – e dalla loro bimba Kara (Kyle Bailey, Mikaya Fisher, Eliza Scanlen). Quella che doveva tuttavia essere una piacevole giornata al mare – tra sdraio, ombrelloni, letture estive e giochi sulla sabbia – si trasforma ben presto in un incubo alla cocente luce del sole.

Il corpo di una giovane viene trovato privo di vita sul bagnasciuga, e nel generale trambusto causato dalla spiacevole scoperta, più di qualcuno tenta di lasciare invano la spiaggia alla ricerca dei soccorsi. Per qualche motivo, difatti, chiunque tenti di abbandonare il luogo, imboccando a ritroso la gola che li ha condotti fin lì, si ritrova preda di un lancinante mal di testa che lo costringe a tornare sui propri passi, pena la perdita dei sensi. Ciò che più di tutto però spaventa la comitiva è il preoccupante scorrere impetuoso del tempo: nonostante siano sulla spiaggia da poche ore, pare che i bambini soprattutto crescano a perdita d’occhio, dimostrando ben più anni di quanti all’effettivo non ne abbiano. Un invecchiamento precoce che costringe il gruppo, nella più lancinante disperazione, a trovare al più presto una via di fuga, onde evitare una morte sicura.

Nonostante una premessa alquanto accattivante, Old si perde irrimediabilmente in una sceneggiatura pigra, poco efficace e a tratti quanto mai imbarazzante. Lo sviluppo tragico della vicenda – un moderno dramma dell’angustia sui generis – non fornisce allo spettatore, o ai personaggi stessi, il tempo materiale di metabolizzare efficacemente le informazioni narrative, in un pot-pourri mal amalgamato di situazioni ed eventi eterogenei che creano solo che confusione. Siamo sì consci del fatto che il rapido susseguirsi degli eventi si metaforizzi nell’incontrollabile incedere vieto del tempo e nel celere consumarsi di intere vite in una sola afosa giornata estiva, ma la messa in scena di Shyamalan non riesce a reggere comunque il gioco, creando un prodotto scevro della minima tensione e privo di ritmo, incapace di restituire in appena novanta minuti un qualsivoglia sentimento di pura suspense. I colpi di scena inoltre, da sempre fiore all’occhiello – più o meno riuscito – dell’operato shyamalaniano, oltre che risultare banalmente prevedibili, appaiono poco impattanti nell’economia filmica. Il risicato minutaggio a loro destinato e la generalizzata freddezza con cui i protagonisti reagiscono ad essi, capaci di dimenticare con leggerezza e spiensieratezza, dopo qualche minuto, anche la morte di un loro caro, contribuiscono alla realizzazioni di un prodotto “apatico“, termine qui usato nella sua più pura ed etimologica significazione: Old manca di emozione, di drammaticità. L’ultimo film di Shyamalan è un’opera vuota, contraddittoria, che tenta di costruire momenti climatici dal forte impatto empatico, facendoli poi ricadere goffamente nel baratro del tragicomico, con scelte dialogiche imbarazzanti in grado di vanificare qualsiasi sforzo. Linee di dialogo stucchevoli e spesse volte fuori luogo, messe in bocca a personaggi alienati e alienanti che mai si confanno al mood generale del film, minano irrimediabilmente l’attendibilità di una storia già in partenza lungi dal risultare credibile. A scanso di equivoci, la plausibilità da noi ricercata in sede di recensione non deve tuttavia essere sinonimo di verosimiglianza negli eventi narrati, quanto piuttosto veridicità nelle reazioni e nei sentimenti umani, qui abbozzati o quasi del tutto assenti. Problematica non sottovalutabile che, unitamente ad uno svolgimento approssimativo e quasi riassuntivo dell’intera vicenda – che avrebbe di sicuro giovato di un minutaggio se non maggiore, comunque meglio sfruttato e ritmato – ci restituisce un film narrativamente inconcludente ed insufficiente, incapace di instaurare con lo spettatore un qualsivoglia rapporto empatico.

Il virtuosismo di Shyamalan

Il virtuosismo cui Shyamalan ci ha abituato negli anni ritorna immancabilmente in Old, restituendo un film visivamente e stilisticamente ineccepibile, impreziosito da movimenti di macchina continui, avvolgenti, a volte rapidi e improvvisi, a volte lenti ed inesorabili. L’estetica di Old, fatta di celeri quanto inusitati zoom-in, complessi e durevoli travelling, long shot e carrelli orizzontali, non smentisce l’innegabile capacità del regista americano alla macchina da presa. Un’innata bravura che rischia di veder vanificato qualsivoglia sforzo quando si scontra con un montaggio privo di ritmo, a tratti sconclusionato e anti-climatico, incapace di stare al passo con la rapidità della narrazione. Un montaggio a momenti grammaticalmente scorretto che insieme ad una fotografia di mestiere, senza infamia e senza lode, pone in seria crisi una costruzione registica di tutto rispetto. Ennesimo tasto dolente di una produzione piuttosto mediocre è la direzione del cast, quanto mai mal assortito e vittima di scelte dialogiche scenicamente irrappresentabili: i superstiti appaiono come simulacri, gusci vuoti, ombre di loro stessi, incapaci di reagire umanamente alle disgrazie cui vanno incontro. Se la sceneggiatura si era dimostrata manchevole di drammaticità, le performance attoriali dal canto loro paiono svestite di ogni elemento umano, di ogni emozione, prive di anima: perfetto e calzante parallelo con il film stesso.

Commento finale:

Old rispecchia a pieno l’altalenante produzione filmica di Shyamalan: dopo lo stupendo Glass (2019) una caduta di stile era quanto meno inevitabile. Old dimostra difatti – ancora una volta – come la perizia tecnica del regista americano non segua in parallelo il tragitto di una sceneggiatura qui non pervenuta, priva di qualsiasi mordente e quasi riassuntiva di una vicenda che avrebbe necessitato di ben più tempo o, quanto meno, di una mise-en-scène più solida. La direzione del cast, adombrato da scelte di dialogo ai limiti del tragicomico, non riesce in alcun modo a risollevare le sorti della pellicola, anzi. Le performance attoriale paiono svuotate di ogni residuo umano, prive di anima. Se a ciò aggiungiamo un montaggio che non riesce mai a seguire lo sviluppo drammatico – comunque assente – ecco che avremo un prodotto mediocre, solo in parte salvato dall’innegabile bravura di Shyamalan alla macchina da presa. Un’occasione sfumata in un batter d’occhi che può solo che lasciare l’amaro in bocca.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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5

Mediocre

Pro

  • Premesse interessanti
  • La mano di Shyamalan alla macchina da presa impreziosisce e risolleva le sorti della pellicola
  • Fotografia di mestiere

Contro

  • Performance attoriali prive di vita
  • Sceneggiatura priva di mordente
  • Colpi di scena prevedibili e poco impattanti
  • Scelte dialogiche ai limiti del tragicomico
  • Il fin troppo rapido susseguirsi degli eventi non dona allo spettatore la possibilità di metabolizzare quanto visto