kufid
nd/10

Kufid: spazi in trasformazione

Regista

Elia Mouatamid

Genere

Documentario

Cast

Elia Mouatamid

Sceneggiatore

Elia Mouatamid

Produttore

Elia Mouatamid, Graziano Chiscuzzu, Chiara Budano

Durata

57'

Offerte
Data di uscita

17 giugno 2021

Un regista va in Marocco per un sopralluogo: vuole girare un documentario sui fenomeni urbanistici. Torna in Italia con del materiale, ma mentre sta per iniziare a girare il documentario arriva la pandemia. Tutto fermo. Tutti bloccati a casa per mesi. Sulla suggestione del materiale raccolto inizia una riflessione, un percorso autobiografico, completamente diverso dagli intenti iniziali. La quarantena forzata porta l'autore alla scrittura di un diario che procede tra incursioni nella cronaca, vicende personali e familiari, tra ironia e antropologia. Un arrovellamento, un confronto con un'entità, “Kufid”, che sconquassa vite ma non scalfisce stereotipi e pregiudizi, lasciando in sospeso questioni irrisolte. Il futuro sarà, «Inch'Allah» (se Dio vuole).

kufid

Kufid è “un’entità che sconquassa vite ma non scalfisce stereotipi e pregiudizi, lasciando in sospeso questioni irrisolte”.

Inizia tutto con il giovane regista Elia Mouatamid, che trascorre alcune settimane in Marocco, nella città natale del padre. Mouatamid raccoglie materiale nel tentativo di catturare la trasformazione del quartiere, la demolizione degli antichi edifici, l’edificazione di nuovi palazzi. La voce di suo padre ci dice che tutto è cambiato, che la città è irriconoscibile: “tutto è destinato a trasformarsi”, aggiunge. Si tratta dell’opera di Kufid.

Dopo aver documentato la trasformazione di Fes, il documentarista torna nella città in cui è cresciuto, in provincia di Brescia, e ci rimane bloccato. La pandemia lo costringe a rimanere confinato in casa, un appartamento con un piccolo giardino – un luogo che diventerà uno dei  protagonisti del documentario. Nato come un progetto atto a raccontarci la gentrificazione di una cittadina marocchina, Kufid, esattamente come i paesaggi che vuole raccontarci, si trasforma e diventa qualcosa d’altro.

Spazi in trasformazione, spazi in rinegoziazione

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Dopo una carrellata di immagini che ci mostrano Fes, Marocco, ci ritroviamo partecipi della reclusione del regista all’interno del suo appartamento in provincia di Brescia. Entriamo subito a contatto con una narrazione che ci è familiare: riprese di interni domestici, giornali che raccontano la pandemia, telegiornali, riprese sonore di ambulanze e sirene. E ancora: strade vuote, metro deserte, grandi spazi desolati. Le immagini si svuotano: due signore, sedute su sedie pieghevoli ai lati opposti del marciapiede, si raccontano a vicenda le proprie giornate. Lo spazio vuoto al centro dell’inquadratura è il vero protagonista dell’immagine, tanto metaforicamente quanto strutturalmente.

Kufid parte con il desiderio di raccontarci uno spazio che sta cambiando; le circostanze spostano l’attenzione su uno spazio, il nostro, quello più personale, dei nostri appartamenti, dei nostri giardini, delle nostre stradine di quartiere, che dobbiamo inevitabilmente rinegoziare. Il piccolo giardinetto quadrato del regista diventa l’unico luogo dove egli può fare attività fisica e quindi lo vediamo correre in cerchio, confinato dalla recinzione quanto dai lati dell’inquadratura. Lo vediamo pregare, trasformare il tetto di casa sua in un terrazzo in cui osservare il mondo che lo circonda. Il protagonista di Kufid rimane sempre lo spazio, ma il cambiamento non è più quello dell’espansione industriale, bensì quello del confine, di un intimo spazio quotidiano che si fa recinzione e che dobbiamo, per forza, trasformare.

Un progetto in trasformazione – ma che non integra le sue parti

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La messa in scena di un documentario che si trasforma e si rimette in discussione nel corso della sua realizzazione non è nuova. Esempi di film che rendono le difficoltà nella propria realizzazione uno dei propri temi centrali sono numerosi. Vediamo Mouatamid mentre si rende conto di dover ricominciare tutto da capo. In una sequenza ironica ci spiega come abbia iniziato a camminare per casa tenendo un registratore accesso in mano, nella speranza di registrare qualcosa di utile.

L’idea di un metadocumentario si perde però molto presto: ad essa subentra invece il desiderio – espresso anche dalle parole del regista in un voice-over – di “dover assolutamente dire la sua” sulla pandemia. Il racconto che viene fatto della quarantena è, però, spesso reiterato in formule che abbiamo visto più e più volte. Telegiornali, telefonate, conversazioni che abbiamo fatto tutti innumerevoli volte da un anno a questa parte. Il racconto del Covid-19 non riesce, inoltre, a compenetrare in maniera efficace nell’idea originale del documentario e risulta essere più un intralcio alla narrazione che uno dei temi del racconto.

Un mancato racconto del boom industriale 

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Le immagini del panorama industriale di Brescia, contrapposte a quelle di Fes, creano un interessante contrasto che però non viene, a mio parere, approfondito a sufficienza. La storia economica ed industriale della città lombarda viene raccontata dal punto di vista di una famiglia emigrata dal Marocco alla ricerca di fortuna. Il regista recupera ricordi della sua infanzia, foto di famiglia, racconti, per dipingerci il ritratto di una famiglia felice, che ha trovato serenità. In una delle frasi più importanti e d’impatto del documentario, Mouatamid ci dice: “se tutto quello che abbiamo vissuto si chiama capitalismo, io ho amato il capitalismo”.

Ancora una volta, il tema della reclusione ritorna: nelle immagini che registrano il panorama industriale c’è sempre qualcosa che si frappone tra noi e l’edificio. Una grata, una recinzione, una rete di plastica arancione. Risulta chiara la presenza di un metaforico ostacolo tra il desiderio di un racconto e la sua realizzazione. L’ostacolo si fa concreto, e non solo estetico, in uno scarso approfondimento del paesaggio urbanistico di Brescia – di cui lo spettatore sente la mancanza.

 

In conclusione, Kufid è un documentario sicuramente interessante, nel suo porsi come documento in continua riscrittura, esattamente come i paesaggi che vuole descriverci. La regia di Mouatamid è curata e consapevole. Le inquadrature sono sempre costruite con un chiaro intento e riescono a fare passare perfettamente il messaggio di cui si fanno tramite. Purtroppo, però, le tematiche affrontate dal film non sempre riescono a integrarsi a dovere. In particolare, il racconto della pandemia risulta essere il racconto di un ostacolo, più che farsi tema portante della narrazione.

Una recensione di Marta Lorenzon.

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6

OK

Pro

  • Una regia curata e consapevole
  • Un'interessante riflessione su urbanistica e gentrificazione

Contro

  • Una struttura poco bilanciata
  • Le diverse tematiche del documentario spesso non si integrano come dovrebbero