5.7/10

Il talento del calabrone

Regista

Giacomo Cimini

Genere

Drammatico , Thriller

Cast

Lorenzo Richelmy, Anna Foglietta, Sergio Castellitto

Sceneggiatore

Giacomo Cimini, Lorenzo Collalti

Produttore

Isabella Cocuzza, Arturo Paglia

Durata

84 min.

Offerte
Data di uscita

18 novembre 2020

Ogni sera, Steph conduce un programma radiofonico durante il quale riceve chiamate dai fan. Una telefonata, però, lo raggela: uno sconosciuto annuncia in diretta di volersi togliere la vita, facendosi esplodere nel centro della città.

Il Cinema italiano è morto

Diffidate da chiunque declami con fermezza e veemenza una tale errata quanto pericolosa affermazione. Il Cinema italiano non è morto, né, tantomeno, ha un piede nella fossa. Basterebbe difatti fare i nomi di artisti quali Claudio Caligari, Gabriele Mainetti, Matteo Rovere, Donato Carrisi, Gabriele Salvadores, Paolo Sorrentino, Marco e Antonio Manetti, Luca Guadagnino, Daniele Misischia, Matteo Garrone, Paolo Virzì, Gianfranco Rosi, Pupi Avati, Nanni Moretti e Paolo Genovese, per rimettere in riga chiunque pensi che l’arte nostrana degli ultimi anni sia solamente Parenti e Vanzina. Inevitabile dunque che le produzioni italiane, in un clima di generale fraintendimento, ove il pubblico spaesato si getta nelle accomodanti braccia di chi finisce per relegare il nostro cinema ad un teatrino di becera commedia, finiscano per inabissarsi nella bieca imitatio dei modelli cinematografici extra-europei, in particolar modo, com’è ovvio aspettarsi, americani. Se ciò può in certo qual modo funzionare, nel momento in cui lo stereotipo viene reinventato e posto sotto una nuova luce – come fatto da Mainetti ne Lo chiamavano Jeeg-Robot (2015) – alle volte può, d’altra parte, anche rivelarsi un’affilata arma a doppio taglio: è questo difatti il caso della pellicola quest’oggi presa in esame. Per la regia di Giacomo Cimini, Il talento del calabrone è stato reso disponibile agli abbonati Amazon Prime Video lo scorso 18 novembre, scatenando, com’era logico che fosse, le ire funeste dei detrattori da una parte e i più tiepidi elogi del pubblico e della critica meno radicale dall’altra. E noi? Da che parte stiamo?

Io uccido

Dj Steph (Lorenzo Richelmy), uno dei più seguiti e amati disc jockey di Radio 105, va puntualmente in onda, ogni sera, con il suo programma radiofonico, intrattenendo il suo pubblico con un gustoso gioco a premi: solo uno sarà il fortunato ascoltatore che si aggiudicherà i biglietti per un concerto, a patto che riesca ad indovinare la città in cui il dj è andato per la prima volta in vacanza. Il problema sorge quando a chiamare, sotto le mentite spoglie di un’innocente bambina, è un uomo, Carlo (Sergio Castellitto). A bordo di un’autobomba, minacciando il suicidio e l’incolumità di chi gli è vicino in quel di Milano, intima al dj di ascoltarlo con attenzione e seguire scrupolosamente le sue direttive, che includono la messa in onda di taluni brani di musica classica e, soprattutto, il versamento dell’equivalente di un milione di euro in bitcoin a chiunque indovini la natura del piccolo frammento di legno che il Calabrone, questo il suo nome d’arte, ha postato sui social. A complicare la già delicata situazione interviene però il colonnello dei Carabinieri Rosa Amedei (Anna Foglietta), la quale inizia a contendere la gestione della trasmissione radiofonica con Steph: inizia dunque per il giovane disc jockey un calvario psicologico che lo porterà a fare i conti con il proprio passato e con le conseguenze delle sue azioni.

Il Calabrone, Carlo (Sergio Castellitto), in una scena del film

L’opera di Cimini Si inserisce a gamba tesa in quel sottogenere cinematografico del thriller, decisamente secondario e ben poco conosciuto, di cui, fra gli altri, fanno anche parte In linea con l’assassino di Joel Schumacher e il ben più recente Il colpevole – The guilty di Gustav Möller: un filone di sicuro interesse, che richiede tuttavia un’ineccepibile perizia tanto in fase di scrittura quanto da parte del regista, chiamato a trasporre su grande schermo la dinamicità delle emozioni e degli affetti nella quasi totale staticità dell’azione scenica, rischiando spesso di cadere nella più deleteria stucchevolezza.

Per quanto dunque l’incedere narrativo riesca a mantenere un buon ritmo per tutta la durata della pellicola, elemento di sicuro pregio nella produzione italiana, i veri e propri difetti de Il talento del calabrone sorgono tanto nella scelta del soggetto – non dissimile dal celeberrimo romanzo di Giorgio FalettiIo uccido” – quanto nella stessa sceneggiatura. Non siamo tuttavia qui a negare all’opera in questione di presentarsi più che egregiamente, con un primo atto che non perde decisamente tempo a gettare lo spettatore nell’azione drammatica, tuttavia, ci duole ammetterlo, lo sviluppo e la conclusione del film di Cimini sono alquanto discutibili. Il messaggio cui sottende la pellicola italiana (di cui, per evitare spoiler, non parleremo apertamente), nonostante le più buone intenzioni, ci è sembrato quanto mai stereotipico e mal gestito, inserito in un contesto che non gli appartiene e peraltro distante dallo svolgimento narrativo. Un corpo estraneo che mal si amalgama tanto al genere quanto alle istanze e ai metodi stessi del personaggio di Castellitto: quella che in fin dei conti appare dunque come una vera e propria vendetta personale, un messaggio carico di rancore e rimpianti, ma che ben presto si rivelerà come un precetto moraleggiante dall’acre retrogusto di “già visto“, non riesce in alcun modo a giustificare il piano suicida/omicida dell’uomo, che fin dalle prime battute si dimostra inspiegabilmente capace di mettere in ginocchio e terrorizzare un’intera città.

Il colonnello dei Carabinieri Rosa Amedei (Anna Foglietta) in una scena del film

Tutto ciò che, giunti ai titoli di coda, ci siamo trovati pertanto a provare, nonostante le nostre ben più che rosee aspettative, è stata semplicemente una sensazione di forte ed insopprimibile imbarazzo. Il susseguirsi incessante e prevedibile dei colpi di scena, alcuni quanto mai fuori luogo e mal gestiti a livello di mise en scène, unitamente all’eccessiva retorica dei dialoghi, che non di rado compromettono l’immedesimazione emotiva, contribuiscono a delineare un’opera innegabilmente problematica. Un film italiano che – sembra quasi strano a dirsi – ha paura di essere italiano, portando inevitabilmente l’ignaro spettatore a chiedersi se quello sterile ed anonimo ambiente metropolitano sia o meno l’amata Milano. Una pellicola che gioca ad essere internazionale e che, proprio in virtù di questo, si imbibisce di modelli negativamente stereotipati. Un’opera che, come nel mito di Icaro, vola troppo alto, finendo per sciogliere al sole le sue ali di cera precipitando inevitabilmente nell’abisso della mediocrità.

Dj Steph (Lorenzo Richelmy)

Un film (poco) italiano

Togliamo fin da subito il proverbiale elefante dalla stanza: esclusa l’ineccepibile prova recitativa di un Castellitto in piena forma, la direzione attoriale de Il talento del calabrone, in particolar modo dei comprimari, è generalmente sgradevole. Richelmy, in primis, risulta eccessivamente impostato ed ampolloso: ci sembra logico pensare che il suo personaggio, oratore per professione, richieda senza dubbio alcuno una cadenza ed una dizione a dir poco perfette, tuttavia il suo fare “retoricheggiante” finisce per ammorbare anche i momenti in cui, all’effettivo, non è in onda con la trasmissione, generando nell’ascoltatore la spiacevole sensazione di assistere ad un’enfatica lettura piuttosto che ad una naturale prova recitativa. Crucciata dal medesimo problema appare peraltro la performance attoriale di Anna Foglietta, fin troppo spesso sopra le righe raggiungendo imbarazzanti picchi di overacting.

Una Milano da vedere

Inutile negarlo. Il talento del calabrone, per quanto problematico possa essere, non pecca di certo da un punto di vista più squisitamente tecnico. Per quanto appaia fallace la direzione degli attori, la regia di Cimini risulta paradossalmente solida e ben pensata, mai semplicistica o manieristica, ma perfettamente bilanciata. La camera segue senza problema alcuno l’incedere drammatico, donando alcuni fotogrammi dallo spiccato gusto formale, senza tuttavia risultare artificiale o stucchevolmente statica. Il ritmo donato dal montaggio riesce egregiamente a tenere alta l’attenzione dello spettatore, mentre l’impeccabile fotografia appaga lo sguardo con una Milano dalle tinte fosche, cupe, denudata alla luce accecante dei neon e delle insegne pubblicitarie. Una Milano che tuttavia, quasi schiava del pudore e dei giudizi altrui, si copre timidamente sotto le mentite spoglie di una metropoli d’oltreoceano, finendo per perdere la sua più intima e veritiera essenza.

Commento finale:

Il talento del calabrone è senza dubbio alcuno un’opera ambiziosa, che tenta in tutti i modi di prendere le distanze dal cinema più peculiarmente italiano per avvicinarsi, almeno idealmente, ad un gusto più internazionale. Un approccio quanto mai nefando, che traduce il tentativo di “svecchiamento” – se così si può definire – della settima arte nostrana, con la ricerca estetica di canoni che, a dirla tutta, non ci appartengono minimamente. Cimini, novello Icaro, dirige una pellicola tanto problematica quanto, sotto taluni aspetti, inaspettatamente interessante. A far da contraltare ad una direzione attoriale a tratti disastrosa e ad una sceneggiatura tanto prevedibile quanto vessata da una morale mal gestita e fuori luogo, interviene il comparto tecnico, con una regìa generalmente impeccabile, un montaggio mai statico o stucchevole ed una fotografia ben più che apprezzabile.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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6

OK

Pro

  • Tecnicamente ineccepibile
  • Ottima interpretazione da parte di Sergio Castellitto

Contro

  • La morale appare scontata e fuori luogo nell'economia della pellicola
  • I colpi di scena sono quanto mai prevedibili e stucchevoli
  • Eccessiva aderenza al modello americano/internazionale che finisce per soffocare l'essenza italiana dell'opera
  • Interpretazioni generalmente imbarazzarti da parte dei protagonisti (Richelmy e Foglietta) e dei macchiettistici comprimari