6.5/10

Godzilla vs. Kong

Regista

Adam Wingard

Cast

Alexander Skarsgård, Millie Bobby Brown, Rebecca Hall

Sceneggiatore

Terry Rossio, Michael Dougherty

Produttore

Yoshimitsu Banno, Kenji Okuhira

Durata

113 min.

Offerte
Data di uscita

6 maggio 2021

Il gigantesco Kong faccia a faccia con l'inarrestabile Godzilla. Il mondo si fa spettatore del combattimento che determina chi sarà il re di tutti i mostri.

Iniziato nel 2014 con il Godzilla di Gareth Edwards, e proseguito con Kong: Skull Island (2017) e Godzilla II – King of the Monsters (2019), il MonsterVerse trova finalmente il suo punto di convergenza narrativa nel recentemente uscito Godzilla vs. Kong. Atteso con un certo qual hype, con l’ingrato compito – tra le altre cose – di inaugurare questa rinnovata apertura dei cinema in pandemia, il nuovo film di Adam Wingard, purtroppo in esclusiva digitale per il nostro paese, si fa carico dell’eredità dei tre film precedenti per proporre al pubblico uno degli scontri più attesi del grande schermo. Un film che, ci duole immensamente ammettere, avremmo potuto apprezzare di più se visto in sala; e che, sul piccolo schermo, ridimensiona – e non di poco – l’impatto generale dell’opera di Wingard.

Tra scimmie e lucertole

Qualche anno dopo l’eroico e sanguinario scontro tra Godzilla, King Ghidorah e gli altri Titani, il “King of the Monsters” vive oramai in pace con l’uomo, ritiratosi dalle scene ed elevato a salvatore indiscusso dell’umanità. Kong, invece, sotto lo stretto controllo della Monarch, continua ad abitare la spaventevole Skull Island, ora divenuta una sorta di riserva naturale atta ad isolare lo scimmione dalla creatura nipponica. Un isolamento necessario a salvaguardare la nostra specie per non scatenare una quanto mai inevitabile lotta tra gli unici due Titani alfa rimasti sul pianeta.

Quando tuttavia Godzilla attacca inspiegabilmente la sede della Apex Cybernetics nei pressi di Pensacola, il presidente della stessa decide di finanziare una spedizione verso la Terra Cava (il nucleo stesso del nostro pianeta, ove nascono i Titani) al fine di localizzare il potere del lucertolone per usarlo contro di lui, sfruttando lo stesso Kong come guida verso quella primigenia ed oscura risorsa.

Le cose tuttavia prenderanno ben presto una brutta piega; e la lotta tra i due colossi risulterà inevitabile, in un climax ascendente di follia visiva e narrativa che nasconderà una gustosa chicca per tutti gli amanti dei kaiju movies.

Sarebbe sciocco affermare che la fonte principe d’intrattenimento in pellicole di tale calibro è da ricercarsi nella componente narrativa. Godzilla vs. Kong tuttavia ci prova, tentando di costruire un intreccio che si snoda su due binari: seguendo le vicissitudini di un gruppo di scienziati chiamati a seguire Kong nella Terra Cava da una parte, e di un piccolo ed eroicomico manipolo di inetti, capitanati da Madison Russell (Millie Bobbie Brown) – già vista in Godzilla II – King of the Monsters – dall’altra.

Il vero, grossolano ed invalicabile problema della produzione tuttavia sta proprio nell’aver dato fin troppo spazio al dramma umano, con personaggi dimenticabili, stereotipati, insopportabili ed invadenti, che tolgono solo spazio al fulcro nevralgico del divertissement filmico: la tanto agognata lotta tra le due creature. In un film dal titolo così innegabilmente tautologico avremmo gradito – e pare quasi paradossale doverlo dire – più azione e meno parole, più sangue e meno dramma.

Una scelta che ci fa storcere – e non di poco – il naso, e che appiattisce in alcuni casi il più puro e fanciullesco intrattenimento con sequenze inutilmente lunghe e tediose, sgradevoli e seccanti. Se a ciò aggiungiamo una scrittura dei dialoghi al limite del tragicomico, inutilmente verbose spiegazioni pseudoscientifiche, ed un finale quanto mai attendibile e poco originale, ecco che avremo un film dalla scrittura alquanto dubbia. La sensazione dominante durante l’intera durata della pellicola è quindi quella di assistere ad un inutile surplus narrativo, un carosello variopinto smorzato da continui e futili barocchismi, un’opera senza pretesa alcuna che si sforza di esser altro da sé. Se Godzilla vs. Kong si fosse spogliato di tutta la sua superflua retorica per abbracciare in pieno la più primitiva vocazione mostrativa, avremmo di certo avuto uno dei più divertenti film d’intrattenimento degli ultimi anni.

Fuochi artificiali

Se c’è un aspetto sotto il quale Godzilla vs. Kong non delude affatto, quello è propriamente la sua innata e bambinesca natura scenografica. Lasciando momentaneamente da parte i “tempi morti“, già ampiamente discussi nel paragrafo precedente, l’opera di Wingard si dimostra una vera e propria gioia per gli occhi, complice una CGI di pregevolissima fattura ed un utilizzo smaccatamente modernista della profondità di campo. La regia dell’autore statunitense, lungi dalla perfezione, si dimostra capace di valorizzare le più fanciullescamente intrattenenti istanze della pellicola, portando in scena la lotta tra i colossi con assoluta pulizia visiva e completa leggibilità d’azione, ove la spettacolarità prevarica la narrazione nella più totale esaltazione del postmoderno, laddove, come afferma Thibaut Garcia, “l’esigenza di racconti ben costruiti e comprensibili da tutti lascia il posto a un desiderio di vertigine“.

La fotografia di Ben Seresin, qui redento dai suoi più discutibili lavori, si sposa alla perfezione con il mood del film, in una policromatica alchimia di forma e contenuto, ove a scontrarsi non sono solo i primordiali Titani ma anche le tonalità calde e quelle fredde, i colori naturalistici della più pura ed incontaminata Terra Cava e i quanto mai artificiali ed artificiosi neon delle più industrializzate città, l’uomo e – ovviamente – la Natura.

Commento finale:

Godzilla vs. Kong è un’opera d’indiscusso valore, rea, nostro malgrado, di aver dato probabilmente troppo spazio alle vicissitudini umane sottraendo spazio e tempo al fulcro nevralgico dell’esperienza filmica: il più puro e sottovalutato intrattenimento. Se vi è difatti un vero ed innegabile pregio della produzione statunitense, esso è da ricercare nelle sue innate qualità mostrative. L’opera di Adam Wingard è nudo e crudo piacere visivo, un gioiellino d’estetica. Un fuoco artificiale dagli sgargianti colori in grado di far passere piacevolmente due ore senza pretesa alcuna.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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6.5

OK

Pro

  • Intrattenimento senza pretese allo stato puro
  • Regia pulita e mai caotica
  • Ottima fotografia

Contro

  • Sceneggiatura a tratti imbarazzante
  • Le vicende umane risultano solamente d'intralcio e poco intrattenenti
  • Dialoghi che sfiorano il tragicomico