Gli spacciati
4.3/10

Gli Spacciati

Regista

Julien Hollande

Genere

Azione , Commedia

Cast

Hedi Bouchenafa, Julie Ferrier, Nassim Lyes, Fred Testot

Sceneggiatore

Julien Hollande, Nassim Lyes

Produttore

Netflix

Durata

99 min.

Offerte
Data di uscita

10 febbraio 2021

A Parigi, due spacciatori disfunzionali usano i loro legami familiari per provare ad accrescere il loro business.

Molto di rado vediamo prodotti seriali – per di più a basso budget e fioriti nella giungla del web – approdare sul “grande” schermo (ammesso che la fruizione on demand propostaci da servizi quali Netflix, aprendo una breve parentesi, sia all’effettivo etichettabile in tal modo) con esiti quanto mai rosei.

Eppure, le mosche bianche, per quanto straordinario che sia, esistono. E’ questo ad esempio il caso della pellicola presa in esame quest’oggi, esordio alla regia di Julien Hollande e tratta da una celebre ed omonima web series francese andata “in onda” dal 2012 al 2014: stiamo parlando de Gli Spacciati (En Passant Pécho, 2021).

Gli Spacciati

Scemo e più scemo

Narrativamente parlando, Gli Spacciati si configura come una commedia lineare, dal vago retrogusto gangster/poliziesco. Hedi (Hedi Bouchenafa) e Cokeman (Nassim Lyes) sono due piccoli spacciatori dei sobborghi parigini. Le due pittoresche e stereotipiche figure – caricaturali versioni dei giovani malavitosi alla “La Haine” – vivono alla giornata imbrogliando ragazzini, vendendo loro sterco al posto di marijuana ed intonaco come cocaina. La succulenta opportunità che si para loro dinnanzi alla notizia del matrimonio di Zlatana, sorella di Hedi, cambierà la loro vita per sempre: la giovane, difatti, non ha intenzione di sposare un uomo comune, bensì, per mero e venale interesse, un barone della droga, tale Arsène Van Gluten (Fred Testot). Quest’ultimo, spinto da un morboso interesse per la donna, ai limiti del simpatetico, acconsentirà di aiutare i due scalmanati introducendoli al suo giro di spaccio, fornendo loro svariati chili della purissima Mojo Mango. L’avidità tuttavia bussa alla porta, e Hedi, ingolosito dal denaro, in una crisi di onnipotenza alla Scarface (una delle tante, esplicite, ammorbanti citazioni del film), finirà per mandare a rotoli la fruttuosa collaborazione inimicandosi tanto Van Gluten, quanto la polizia francese.

Dalle premesse alquanto banali, l’opera d’esordio di Julien Hollande stupisce, contro ogni pronostico, proprio per scrittura. Per quanto lineare, la linea narrativa de Gli Spacciati trascina soavemente lo spettatore per l’intera durata della pellicola, cullandolo in un mare magnum di comicità – per quanto non sempre riuscita, anzi – più squisitamente slapstick, nonsense e condita da un’aura di generale surrealtà capace di mantenere alta l’attenzione dello spettatore, tra sicari ciechi armati di bazooka, pasticcieri magnati della droga e spacciatori in mutande e pelliccia. Gli stessi due protagonisti, pur rischiando di ricadere in stereotipi tanto fastidiosi quanti abusati, finiscono per stabilire un solido legame empatico con lo spettatore, complice una prova attoriale da parte del due semplicemente squisita. Se in commedie più o meno recenti – vedasi il freschissimo All my friends are dead – la stereotipia finisce per stuccare, instillando nello spettatore un profondo odio per ogni personaggio dipinto nel quadretto comico, ne Gli Spacciati è quasi impossibile non amare tanto Hedi quanto, soprattutto, Cokeman. I comprimari, allo stesso modo, non si eclissano mai nell’anonimia cui troppo stesso, in pellicole di tal tipo, sono relegati i personaggi secondari.

Gli Spacciati

Prettamente negativa, dal canto nostro, è tuttavia la scelta di inserire una subdola e ben poco sviluppata intenzione metalinguistica. Soprattutto nelle battute finali, più per vezzo che per ricerca estetico-artistica, la macchinazione filmico-produttiva viene smascherata in uno sketch di derivazione meta-cinematografica. I personaggi si mostrano per ciò che sono: attori mal pagati per un film di dubbio gusto, in un gioco che pare inserito maliziosamente a risollevare un’opera che, fin troppo lontana da una raffinatezza pseudo artistica (almeno questa pare esser stata la preoccupazione dell’autore), sembrava aver bisogno di un forzato colpo di genio, una scelta dettata dal puro autoerotismo intellettualistico del regista. L’aver ritenuto una semplice commedia inadeguata all’arte sembra esser stato, in fin dei conti, il vero peccato originale di Hollande, troppo occupato a superare i supposti “limiti” del genere.

Un interessante esordio

Se esiste un aspetto che non possiamo in alcun modo biasimare alla pellicola d’esordio di Hollande, quello è senza dubbio alcuno il comparto tecnico. L’ingresso del regista francese nel mondo del cinema è inaspettatamente interessante. La sua regia, per quanto derivativa, non è mai scontata o banale. La sua indole pop lo porta a creare personaggi dal fortissimo impatto visivo, vere e proprie icone postmoderne che vanno ben oltre il banale stereotipo. Maschere nude e crude della nostra società, iperboli dello squallore metropolitano, visi cangianti, volgari, deformati dalla marcescente vita dei sobborghi, superbamente rappresentati a livello filmico dalle pesanti protesi facciali, dai ghilliameschi e grandangolari primi piani, dai raccapriccianti e disgustevoli dettagli della pelle. Dettagli evidenziati da una fotografia tanto sapiente quanto marcata, dall’inequivocabile retrogusto di “già visto“. Una messa in scena in fin dei conti volutamente pomposa, magniloquente, kitsch, esagerata in tutto, dallo sfarzo alla bassezza, dalla grandiosità alla rozzezza. Ne Gli Spacciati non esistono mezze misure.

Gli Spacciati

Commento finale:

Gli Spacciati non è, senza dubbio alcuno, un’opera di fine cinema d’arte, e non sta in questo il suo valore, nonostante le rocambolesche ed imbarazzanti iniziative dell’autore per risollevarlo dalla rozzezza comica. L’opera d’esordio di Hollande è una pellicola tanto divertente, leggera, frivola e volutamente kitsch quanto inspiegabilmente e fastidiosamente pretenziosa. Un film che andrebbe preso a cuor leggero, senza pretese, ma che rischia, per i proverbiali e pindarici voli del regista, di stuccare nelle battute finali. Una commedia tutto sommato ben riuscita, sapientemente girata e fotografata, che avremmo tuttavia apprezzato maggiormente se solo avesse rinunciato a quella sua spicciola retorica meta-linguistica.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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6

OK

Pro

  • Film godibilissimo, senza pretesa alcuna
  • Tecnicamente pregevole
  • Buone le interpretazioni dei due protagonisti

Contro

  • Hollande tenta stupidamente di elevare la
  • Non tutti gli sketch sono ben riusciti... anzi
  • Il film, in fin dei conti, lascia inevitabilmente il tempo che trova
  • Il citazionismo spicciolo alle lunga finisce per stuccare