Burning
7.5/10

Burning – L’amore brucia

Regista

Lee Chang-dong

Genere

Drammatico

Cast

Ah-In Yoo, Steven Yeun, Jong-seo Jun

Sceneggiatore

Lee Chang-dong, Oh Jung-mi, Haruki Murakami (soggetto)

Produttore

Chang-dong Lee, Joon-dong Lee, Gwang-hee Ok, Soo Jin Hwang

Durata

148 min.

Offerte
Data di uscita

17 maggio 2018

Quando Jongsu, un aspirante scrittore, incontra Haemi, un'amica d'infanzia, si innamora di lei. La ragazza, però, parte per un lungo viaggio e ritorna con un nuovo fidanzato, tanto ricco quanto misterioso, che confessa di avere una strana passione.

Attenzione: l’analisi che segue contiene spoiler circa l’intero sviluppo narrativo della pellicola. Consigliamo peraltro caldamente la previa visione della stessa.

Burning

Burning e l’avventura del cinema coreano oggi

Sarebbe superficiale ed ingenuo negare il fatto che, negli ultimi tempi, il cinema orientale tout-court, ed in particolar modo quello coreano, sia riuscito a raggiungere fette di pubblico fino a qualche anno fa insperate. Sono sempre più numerose le produzioni che, timidamente o platealmente che sia, riescono ad affacciarsi sul mercato cinematografico occidentale; se ciò non stupisce più di tanto il pubblico e la critica più squisitamente europee, altrettanto non si può dire circa il graduale quanto roboante ingresso, nel circuito mainstream d’oltreoceano, di pellicole in grado non soltanto di deliziare i palati meno avvezzi ad un cinema tanto distante dal gusto filmico hollywoodiano, ma di imporsi al contempo a livello di critica svettando, contro ogni aspettativa, nel panorama (per quanto farsesco) dell’Academy. Una realtà di facciata, quella degli Oscar, che, per quanto fortemente influenzata dal clima politico USA – o forse proprio in virtù di questa sua natura più diplomatica che artistica – è stata in grado di riconoscere l’indiscusso valore di opere quali il mai troppo lodato Parasite (2018) di Bong Joon Ho.

Non passi tuttavia l’idea che tali esperienze siano circoscritte ad un numero esiguo di pellicole, o che Parasite sia una proverbiale mosca bianca. Basterebbe difatti citare film quali l’imperdibile Pietà (2012) di Kim Ki-duk, Mademoiselle (2016) di Park Chan-Wook, Goksung – La presenza del Diavolo (2016) di Na Hong-jin, Train to Busan (2016) di Yeon Sang-ho, A Taxi Driver (2017) di Jang Hoon, o la riproposizione stessa nelle sale di Memorie di un Assassino (2003) di Bong Joon-ho, per indicare inequivocabilmente una più che doverosa seconda vita occidentale per queste opere, troppo spesso relegate ad un ambiente di nicchia. A tale filone, e a tale lunga quanto doverosa premessa, si collega dunque la pellicola presa in esame in questa sede: presentato al Festival di Cannes nel 2018, e basato sul racconto breve “Granai incendiati” – pubblicato nella raccolta “L’elefante scomparso e altri racconti” dello scrittore giapponese Haruki MurakamiBurning – L’amore brucia, scritto e diretto da Lee Chang-dong – già regista, tra le altre cose, del pluripremiato Poetry – è infine giunto (faticosamente) nelle sale italiane nel Settembre del 2019, venendo infine distribuito in home video, per chi come noi non ha avuto modo di apprezzarlo sul grande schermo, solo la scorsa estate.

Una pellicola, da molti avidamente attesa, che come un fulmine a ciel sereno è riuscita a farsi strada nel cuore del pubblico e della critica, venendo quasi unanimemente apprezzata ed elevata, come spesse volte accade – magari anche frettolosamente (basti pensare al Joker di Phillips) – ad indiscusso capolavoro. Dopo un’attenta visione, e conseguente quanto inevitabile analisi, siamo dunque pronti, a distanza di più di un anno (lasso di tempo quanto mai minimo per constatare se, all’effettivo, i giudizi più prettamente soggettivi siano dettati dalla foga del momento o meno), a dirvi la nostra sull’ultima fatica di Lee Chang-dong.

Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Burning

Jong-su, giovane di belle speranze, neolaureato in scrittura creativa, sogna un giorno di poter scriver romanzi. La sua condizione sociale però, che lo vede protagonista dell’umile realtà agreste sud-coreana, è aggravata dai dissidi familiari: la madre è venuta difatti meno ai suoi doveri genitoriali abbandonando il focolare domestico, mente il padre è sotto accusa a causa dei suoi costanti eccessi d’ira, che lo portano non di rado ad un ingiustificato e brutale uso della violenza. In questo turbinio di negatività è dunque difficile per il giovane di Paju – questo il nome della cittadina di provincia dove abita – trovare lavoro, trovandosi costretto ad accettare i più miserevoli incarichi pur di poter portare il pane a casa. Come se non bastasse, l’unica sua aspettativa, l’unico sollievo che la vita gli possa donare in una situazione così paradossalmente nefanda, ovvero l’arte della scrittura, procede, per usare un eufemismo, a rilento. A Jong-su, moderno inetto sveviano, manca un qualsivoglia slancio vitale, una spinta propulsiva che lo porti a scrivere: soffre, senza troppi giri di parole, del blocco dello scrittore. Una parvenza di speranza, seppur fievole e fuggevole, si manifesta tuttavia, un bel giorno, al giovane in fondo al buio tunnel di negatività che suo malgrado si è trovato ad attraversare.

L’incontro fortuito con la bella quanto misteriosamente innocente Hae-mi, sua ex-vicina di casa, cambierà difatti irrimediabilmente la sua monotona e sedentaria vita. Entrati in confidenza l’uno con l’altro, i due giovani, sospinti dalla pura ed irrefrenabile passione del momento, finiscono per consumare un ambiguo rapporto sessuale che nasconde, insito tra la dolcezza dei gesti e la tenera inesperienza del giovane, una vena tanto malinconica quanto malaugurante. Un amore che sembra esser quasi il monito di un addio, od un commiato stesso. L’ultima dolcezza di una coppia che deve ancora nascere. Il contesto stesso in cui la giovane si trova non fa sperare il meglio né per i due, né per se stessa. Ad avvalorare questa visione pessimistica della loro fugace interazione amorosa concorre di fatto il viaggio che la cupa Hae-mi è presto chiamata ad affrontare verso la misterica Africa. In sua assenza Jong-su è dunque chiamato a badare al gatto dell’amata, il quale tuttavia, quasi come una presenza sinistramente spettrale, mai si palesa o dà anche solo minima prova della sua esistenza. Ennesimo pezzo di un puzzle che inizia a comporsi in modo incerto e contraddittorio, preda di ambiguità ed inafferrabili situazioni ai limiti dell’ordinario, ove i rapporti di causa-effetto appaiono fallaci, stranamente innaturali ed innegabilmente inquietanti.

Un amore che brucia

L’inaspettato arrivo di un probabile rivale in amore non può esser che motivo, dunque, di ulteriore sfiducia in sé e negli altri, legna per il fuoco della misantropia. Ben, questo il nome del giovane “Gatsby” (così apostrofato dallo stesso Jong-su), che la mite Hae-mi incontra, di ritorno dal suo viaggio, all’aeroporto di Nairobi, è un fascinoso e facoltoso ragazzo coreano il quale, nonostante la giovane età, possiede già un più che cospicuo patrimonio in grado di soddisfare ogni suo capriccio mondano, dai locali esclusivi alle macchine di lusso, passando per i cibi raffinati fino alla disarmante lussuria della sua abitazione. Ben è, in poche e semplici parole, ciò che Jong-su non era, non è e mai sarà, la sua nemesi concettuale, il suo opposto (in senso puramente blakiano). L’innegabile quanto subdola invidia che Jong-su nutre nei confronti del ricco giovane non è tuttavia paragonabile alla bruciante gelosia – scelta di parole quanto mai azzeccata, essendo il bruciore, il fuoco divampante ed indomabile, il “burning” del titolo, uno dei temi portanti dell’opera – che l’intima amicizia di Ben con Hae-mi ha causato. Ciò di cui i due non tengono conto è proprio conto è infine, inevitabilmente, proprio l’oggetto della contesa. Indegnamente sfruttata da un uomo, quale Ben, cui lei appare solo come oggetto di lusso di cui far sfoggio con gli amici, destinata – chi lo sa – ad un ben più ampio e macabro disegno (cui il finale potrebbe forse alludere), Hae-mi è abbandonata a se stessa, lontana dalle attenzioni dell’unica persona che abbia mai veramente ed ardentemente amato, un Jong-su incapace alla vita stessa, troppo attratto/distratto dal sé, inerme di fronte al “ratto”, quasi fiabesco, della donna che desidera ma forse non ama, e per cui, in fondo, non vale nemmeno la pena di lottare.

Un amore sessuale, carnale, mai sentimentale o dolce, che si contrappone alla levità e alla liricità delle parole e delle intenzioni della giovane. Un amore emblematizzato dalla ricorrenza, pedissequa e disturbante, della pratica autoerotica, valvola di sfogo per quella tossicità ormonale che si traduce in insaziabile appetito sessuale, divorante lussuria, mai bisogno spirituale. Una condizione insostenibile per la corrotta purezza di Hae-mi, la quale – nella mefitica e sorda gerarchia sociale ove, in quanto donna, nulla le spetta e nulla le sarà riconosciuto – inizia dunque a meditare, o per meglio dire auspicare, la sua lenta e inesorabile fine. Un sole bruciante che nel suo fiammante e lucente splendore si abbassa, si affievolisce fino a scomparire del tutto oltre la linea dell’orizzonte, lasciando spazio all’aridità, all’asettico e frigido mistero della notte, perfetta metafora di tutto ciò che Ben, nella sua distaccata e cinica ricchezza, in fondo rappresenta: l’austerità irrazionale dell’uomo moderno, l’edonismo sfrenato, il materialismo e al contempo la sua crisi spirituale. Una crisi cui dare un senso solo con brevi, insignificanti e momentanei sprazzi di vita, che solo il fuoco, il suo fervore distruttivo e la sua aura mortifera possono donare. Ecco dunque che l’illusoria via di fuga dal labirinto della monotonia sembra esser per Ben l’incendio doloso di comuni serre, una purificazione rituale nella speranza di un breve istante di epifania.

“Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!” recita una celebre poesia di Montale, che ha ben accolto la poetica joyciana: per quanto però ci si possa sforzare, l’uomo, pur soggetto a fuggevoli momenti di pura coscienza, mai sarà in grado di oltrepassare il poetico “muro d’orto”, limite della conoscenza umana e vero cruccio dell’uomo moderno.

Hae-mi, dal canto suo, ha ben in mente la sua “metaforica” salvezza: “voglio sparire come il sole al tramonto” esclama in una delle scene cardine dell’opera. La sua fuga è meno concreta dei fallaci tentativi di Ben. Non siamo di fronte a tentativi autoindotti di epifania – definendola grossolanamente e con i dovuti distinguo – pirandelliano/joyciana, quanto piuttosto ad una totale e disarmante compenetrazione uomo-natura. Un panismo spirituale e sensistico in grado di astrarla dall’artificio cittadino, dove la donna è “schiava” e “oggetto”, per renderla dannunzianamente tutt’uno con la natura, rendendo essa stessa metafora del creato, unico vero e poetico sole calante al tramonto. Un ineguagliabile lirismo che trova il suo compimento nella danza tribale che la giovane svestita, vittima del triangolo “a-amoroso”, innalza poeticamente al cielo crepuscolare per sancire la sua definitiva, e quasi mitologica, metamorfosi spirituale. Un addio al mondo materiale, edonistico e borghese che sancisce la fine dello stesso rapporto con Jong-su, unica speranza mal posta della di Hae-mi. Lo stesso ragazzo che da giovane la scherniva e la ignorava e che, oggi, nonostante tutto, non sembra esser – ancora – cambiato.

Burning

Il destino dei tre ragazzi finisce irrimediabilmente per intrecciarsi in una spirale di morbosità e quieta violenza, mai esplicita o visiva ma puramente concettuale, astratta. Una polveriera pronta ad esplodere nel momento in cui, da un giorno all’altro, senza motivo alcuno, Hae-mi sembra scomparire, spegnersi come un fuoco in balia di una tempesta. Il congedo della ragazza dal clima culturale coreano e dalla stessa socialità di cui, volente o nolente, si trova schiava, alla costante ricerca di una libertà tanto concreta quanto spirituale ed astratta, si traduce nell’evento epifanico che l’umile Jong-su aspettava da tempo. Solo la perdita dell’unico slancio vitalistico in suo possesso, l’unica sua ragione di vita, lo porta paradossalmente a rinascere come una fenice dalle proprie ceneri. Sono l’abbandono e la solitudine a portare il ragazzo ad un livello insperato di autocoscienza, a fargli aprire gli occhi di fronte ad un mondo di iniquità e ingiustizie di cui lui stesso si è reso attivamente partecipe. Una crisi dei valori per cui l’uomo, pur di sentirsi vivo, è disposto a far germogliare il seme della violenza, ad incendiare quelle serre che fuor di metafora rappresentano al meglio quella claustrofobica prigionia mentale di cui Ben, per quanto spavaldo, è vittima.

Il ruolo dei dettagli in Burning

Una serie di probabili casualità, coincidenze fin troppo esplicite, portano tuttavia Jong-su a dubitare della buonafede di Ben. Indizi che, senza dubbio alcuno, portano quantomeno ad avere un sospetto, oseremmo dire fondato, circa la sua impeccabile – quanto apparente -figura. Il gatto che lo stesso ha deciso di raccogliere da strada, e fare suo, è difatti stranamente attratto da Jong-su, tanto da rispondere al ragazzo quando chiamato con il nome dell’animaletto di compagnia di Hae-mi, la quale in verità, molto probabilmente – anche se non viene mai detto esplicitamente, pertanto aperto ad interpretazione – mai aveva riferito alla padrona di casa dell’esistenza del felino, lasciandola completamente all’oscuro di tutto. Altri piccoli quanto significativi dettagli fanno scattare in Jong-su un dubbio tanto macabro quanto apparentemente fondato: in una cassettiera nel bagno di Ben scorge difatti l’orologio rosa che, scherzosamente, aveva regalato alla giovane al loro primo incontro. Il fatto che lo stesso, inoltre, non abbia voluto perdere tempo, come si suol dire, per trovare una futuribile sostituta a Hae-mi – un’ennesima ragazza-oggetto da mostrare agli amici come carne nella vetrina di un macellaio – porta Jong-su alla definitiva perdita di qualsivoglia freno inibitore. Un tempo vittima, lo spaurito coreano diviene ben presto giudice, giuria e carnefice di colui il quale, che sia vero o meno, ritiene unico e solo responsabile della scomparsa dell’amata.

Burning

Senza alcun desiderio di verità, accecato da una rabbia furiosa che lo rende quanto mai simile a Ben, da cui ha sempre voluto prendere le distanze, in una sorta di mefitico passaggio di testimone, decide infine di porre fine alla vita della sua nemesi, sacrificando ritualmente alle fiamme il suo corpo nel sarcofago meccanico della sua lussuosa macchina. Un fuoco purificativo e simbolico che si erge a difesa dei vinti e degli umili, e che avvolge, spiritualmente, anche la parca anima di Jong-su, consumandola e corrompendola, lasciando in conclusione addito solo che a dubbi ed incertezze, ambiguità e stranezze. Non è dunque un caso che i quesiti posti dalla pellicola, e dai protagonisti stessi, non abbiano mai una risposta prettamente esplicita, filtrati pedissequamente dalla manchevole soggettività di Jong-su. Che fine ha fatto Hae-mi? Il gatto di Ben è effettivamente quello della giovane? L’orologio da polso rosa apparteneva davvero a Hae-mi o è solo un caso (dato che nel corso della pellicola non è la sola ad indossarne uno simile)? La serra nelle vicinanze della casa di Jong-su che Ben aveva fanciullescamente ammesso di voler bruciare, è stata effettivamente divorata dalle fiamme o è l’ennesima menzogna propinataci?

Tutto ciò che rimane alla conclusione dell’opera è un vago senso di incompiutezza generale, che più che lasciare interdetto lo spettatore, lo spinge ad andare oltre, a carpire la vera essenza poetica e lirica di un film che osiamo bollare come vero e proprio capolavoro del cinema tutto, metafora perfetta della vita stessa e dei suoi brucianti tormenti.

La macchina leggiadra di Lee Chang-dong

Sarebbe superficiale e sciocco analizzare criticamente l’aspetto tecnico di un’opera tanto peculiare: si interromperebbe in tal modo il più poetico fluire dei ricordi legati alla visione per far spazio alla brutale vivisezione della più fredda e materialistica anima formale. La forma, si sa, deve tuttavia viaggiare su binari paralleli rispetto al contenuto, senza mai sfociare nel manierismo più barocco in grado di corrompere irrimediabilmente la sostanza. Lee Chang-dong, da questo punto di vista, è riuscito innegabilmente a far collaborare e dialogare le due nature filmiche, cosicché la regia, e l’impianto tecnico tutto, non siano altro che un proseguo naturale e ausiliare della poetica artistica. In breve, la forma è al servizio della sostanza, senza mai eccedere né in positivo, con inutili orpelli e ampollosità, né in negativo, con scelte registiche meno azzeccate o anonime.

La macchina da presa stessa sembra difatti parte di quel flusso vitalistico incontrollato e incontrollabile rappresentato da Jong-su e Hae-mi, quasi mai ferma od eccessivamente mobile, ma leggera e leggiadra, volteggiante e sferzata dal vento, una cosa sola con lo slancio panistico e concettuale della giovane. La fotografia stessa collabora alla filosofia esistenzialista della pellicola, donando risalto alle emozioni degli interpreti con un’oculata scelta cromatica, andando a sottolineare le loro paure, le loro ansie, la loro rabbia e i loro contrasti, giocando con i colori di una tavolozza calda come il fuoco e, al contempo – del tutto ambiguamente – fredda e gelida come la neve.

Commento finale:

Siamo dunque di fronte ad un’opera inequivocabilmente impeccabile capace di sostenere tre prove attoriali a dir poco magistrali, rasentando la più pura perfezione. Un film dalla ferrea scrittura che si serve sapientemente di un linguaggio cinematografico lirico e filosofico. Un capolavoro del cinema orientale in grado di dimostrare, ancora una volta, l’eccezionale talento di Lee Chang-dong alla macchina da presa ed elevare il cinema sud-coreano al panorama filmico più interessante degli ultimi anni. Una pellicola promossa senza riserve alcune che ci sentiamo di consigliare caldamente a chiunque abbia dimestichezza, o meno, con tale tipologia filmica, e che, ne siamo certi, continuerà a bruciare inestinguibilmente nella vostra memoria per anni e anni.

Recensione di: Giorgio Fraccon.

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9.5

Fantastico

Pro

  • Registicamente impeccabile
  • Prove attoriali magistrali
  • Colonna sonora quanto mai azzeccata
  • Fotografia ineccepibile
  • Una toccante quanto cruda metafora della vita

Contro

  • La sua apparente incompiutezza potrebbe scoraggiare i più