belfast
7,3/10

Belfast

Regista

Kenneth Branagh

Cast

Jude Hill, Caitriona Balfe, Jamie Dornan, Ciarán Hinds, Judi Dench

Sceneggiatore

Kenneth Branagh

Produttore

TKBC

Durata

98 min

Offerte
Data di uscita

24 febbraio 2022

Le vite di una famiglia operaia e del loro giovane figlio, cresciuto durante il tumulto degli anni '60 nella capitale dell'Irlanda del Nord.

Belfast, l’opera semi-autobiografica di Kenneth Branagh

Il regista Kenneth Branagh cova dentro di sé due anime ben distinte: una più commerciale, che lo porta a dirigere film come il primo Thor, e una più intimista e autoriale. Proprio in questo momento, nelle sale italiane, le sue due parti di sé si ritrovano proiettate sul grande schermo. Da una parte, la sua versione di Assassinio sul Nilo, con l’attore nei panni del detective Hercules Poirot. E dall’altra la versione di Kenneth Branagh della sua stessa infanzia. Belfast, nominato a sette premi Oscar, è un viaggio nella memoria del regista.

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Buddy (Jude Hill) è un bambino di nove anni che nella sua vita ha conosciuto solo Belfast. Nella città dell’Irlanda del Nord è nato e cresciuto, tutti, nel suo quartiere, lo conoscono, la strada davanti casa sua è il suo parco di divertimenti, il suo luogo sicuro. Buddy vive con la madre e i nonni, mentre suo padre lavora in Inghilterra, torna a casa solo per il weekend. Sono tutti protestanti in casa di Buddy, compreso lui. Ma quando scoppiano i primi scontri tra cattolici e protestanti, il bambino e la sua famiglia decidono di non schierarsi e prendono in considerazione l’idea di trasferirsi in Inghilterra.

The troubles, il conflitto nordirlandese

Kenneth Branagh, classe 1960, ha visto nascere davanti ai suoi occhi quello che passerà alla storia come “The troubles”, il conflitto religioso nordirlandese iniziato alla fine degli anni 60 e durato quasi trent’anni. Tensioni e scontri tra le due branche del cristianesimo, eventi storici violenti che hanno costretto un gran numero d’irlandesi ad immigrare. Compreso lo stesso Branagh. Belfast non è, però, un film sulla guerra o uno spaccato realistico di un periodo crudo della storia inglese. L’ostilità non è approfondita nelle sue motivazioni e sviluppi, gli scontri sono più citati che visti, il clima non è quello di terrore o disagio e la pellicola non ha un grande valore documentario e informativo. E sicuramente non era quello il suo intento.

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La narrazione è completamente filtrata dal punto di vista di Buddy, l’alter ego di Branagh. Il bambino non può percepire la forza di quel che sta vivendo, non ne comprende la portata e la gravità. Spia le conversazioni dei grandi, nascosto, dietro a una finestre, sull’uscio di una porta. Ascolta, ma non partecipa, osserva da lontano, ma non si unisce. La guerra è un concetto che non gli appartiene, non comprende la diversità tra protestanti e cattolici, non capisce come distinguerli gli uni dagli altri. Il suo punto di vista genuino è uno scudo potentissimo per lo spettatore, uno scudo che finisce, però, per depotenziare la pellicola, oltre che a depoliticizzarla. Assenti, quasi del tutto, tensione e conflitto, non rimane che la storia di un bambino e la sua famiglia.

Tre generazioni a confronto

Se in Il potere del cane, diretto contendente di Belfast alla vittoria per Miglior film (clicca qui per leggere la nostra recensione dell’ultimo film di Jane Campion), si metteva in scena, in maniera metaforica, il conflitto tra passato presente e futuro, nel film di Branagh le tre generazioni si scontrano con la storia. Buddy è il giovane che crede ancora ingenuamente nella salvezza, i suoi genitori sono disillusi e vorrebbero allontanarsi dalle difficoltà, mentre i nonni sono ormai arresi e preferiscono rimanere dove sono, incapaci di trovare la forza di ricominciare. Chi parte indolente, chi resta, chi ha paura di perdere sé stesso. La famiglia di Buddy è specchio del popolo irlandese dell’epoca, che soffriva all’idea di perdere il proprio senso di appartenenza. Buddy, che si domanda se la sua parlata sarà compresa fuori dall’Irlanda, incarna la paura del sentirsi diverso. E la risposta di suo nonno è una carezza per chiunque si sia mai sentito fuori luogo: se non ti capiscono è perché non ti stavano ascoltando.

jamie dornan

Il rapporto tra il giovane Buddy e i suoi nonni è ciò che più fa brillare la pellicola. Interpretati magistralmente da Judi Dench e Ciarán Hinds (entrambi nominati agli Oscar) sono due facce della stessa medaglia: sarcastica e caparbia lei, romantico e rassicurante lui. Che sia per le sue turbe amorose o per la sua paura del cambiamento, i nonni di Buddy hanno sempre, per lui, una risposta che scalda il cuore, una battuta sagace, uno scambio giocoso. Dopo la vittoria a Miglior Sceneggiatura ai Golden Globe, Belfast ha buone possibilità di vincere l’Oscar nella stessa categoria. E il merito sarebbe in gran parte dei meravigliosi dialoghi tra le due generazioni temporalmente più distanti, ma ideologicamente più vicine.

judi dench

I colori dell’arte

È indubbio che Kenneth Branagh abbia scritto questo film con l’intento di mettere tutto sé stesso a servizio dello spettatore. In scena c’è non solo la sua storia, ma una dedica a ciò che lo ha formato come uomo e artista. Gli unici momenti in cui il colore infrange la barriera del bianco e nero è quando Buddy si trova al cinema o a teatro. L’arte interrompe la monotonia, i film e gli spettacoli regalano un sorriso in un periodo in cui sorridere è difficile. Buddy sussulta e si emoziona quando la macchina in Citty Citty bang bang riesce a volare, legge con entusiasmo un fumetto di Thor e un libro di Agatha Christie, due citazioni alle opere che Branagh dirigerà da adulto. Sono riferimenti che strappano un sorriso, come tanti altri momenti di questa pellicola. A mancare, però, per assurdo, è proprio quel misto di stupore e meraviglia che il piccolo Buddy sperimenta, un’emozione forte, disarmante, potente, che tenga attaccati allo schermo.

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Regia ed estetica

I pochi istanti di stupore che la pellicola regala sono dati dal connubio tra una regia misurata e un bianco e nero estetico e netto. Branagh gioca con spazi e prospettive, sceglie posizioni ardite in cui spiare i suoi protagonisti, sguardi a strapiombo, grandangoli geometrici.  Spesso induce claustrofobia, oppressione, gli unici momenti in cui possiamo percepire l’angoscia di una famiglia in difficoltà. Per la restante parte del tempo, il suo bianco e nero pulitissimo e al limite del patinato, crea distanza, artificiosità. Ricorda il minimalismo serafico di The tragedy of Machbeth (2022), che richiamava continuamente il teatro e la sua costruzione scenica. In Belfast questo riferimento non è voluto, lo spazio teatrale e sofisticato che ottiene risente della mancanza di un po’ di disordine, di sporco, soprattutto nei momenti in cui si tratta e si guarda il conflitto. Ma in un film che si presenta (anche) come lode al cinema, si può perdonare una messinscena fin troppo ricercata ed evidente.

Jamie Dornan

Commento finale

Belfast è l’opera più intima e delicata della filmografia di Kenneth Branagh. Un film che non si può far a meno di guardare con il sorriso sulle labbra, ma che non riesce a risultare incisivo quando dovrebbe. Viaggia tra commedia e dramma storico senza mai sbilanciarsi né su un versante né su un altro, lasciando poco coinvolti, poco emozionati. La confezione tecnica è perfetta, la regia virtuosa, ma poco in armonia con ciò che si vuole narrare. Non si può negare che sia, però, un film dal cuore pulsante, una dichiarazione d’amore di Kenneth al cinema, alla sua famiglia, alla sua terra. E negli ultimi minuti della pellicola, quando Branagh si rivolge direttamente allo spettatore, fa centro. Primissimo piano di Judi Dench, l’attrice guarda in camera, parla al nipote, ma è come se si rivolgesse a noi. Dopo il suo monito, la dedica finale del regista chiude degnamente l’opera, in maniera forse fin troppo democratica, forse fin troppo romantica, ma d’impatto, a dimostrazione del potenziale emotivo parzialmente sprecato di Belfast:
A chi è partito, a chi è rimasto, a chi si è perso.

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Recensione di: Matilde Tramacere.

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7

Buono

Trivia

  • L'opera più intima e sentita di Kenneth Branagh.
  • Dialoghi che regalano sempre un sorriso.
  • Ben recitato e ben diretto.

Goofs

  • Poca importanza data alla storia e al conflitto.
  • Mai veramente drammatico, mai veramente divertente.
  • Esteticamente troppo impeccabile, al limite del patinato e dell'artificioso.