Silence. Fede religiosa scontro di civiltà nella visione di Martin Scorsese: la nostra recensione

  • Data di uscita: 12 Gennaio 2017
  • Genere: Drammatico, Storico, Avventura
  • Anno: 2016
  • Regia: Martin Scorsese
  • Sceneggiatura: Jay Cocks, Martin Scorsese
  • Produzione: Cappa Defina Productions, Cecchi Gori Pictures, Corsan, Emmett/Furla/Oasis Films, Sikelia Productions, AI-Film, Fábrica de Cine, SharpSword Films, IM Global
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Durata: 161 Min

Tratto dal romanzo del 1966 di Shūsaku Endō, “Silence” è un progetto ambizioso che l’italoamericano Scorsese progettava di realizzare da ben 25 anni. Affascinato sin dagli albori della sua carriera dall’analisi del rapporto tra gli individui immersi nella società umana e il divino, per approdare più tardi al tanto discusso L’ultima tentazione di Cristo e all’esotico Kundun, egli chiude (forse) con questa opera le fila sul discorso più apertamente spirituale aperto nella sua filmografia. E lo fa, come era lecito aspettarsi, in grande stile e con perfetta maturità.

Portogallo, 1640. Quando i giovani padri gesuiti Rodrigues (Andrew Garfield) e Garrpe (Adam Driver) vengono informati della lettera di Padre Ferreira (Liam Neeson), loro istruttore da tempo evangelizzatore in Giappone che pare aver rinnegato Dio per abbracciare la vita orientale non potendo sopportare le persecuzioni del governo buddista, e decidono di loro spontanea volontà di rintracciarlo a Nagasaki per provare la falsità delle accuse e, se necessario, riportare la sua anima a Dio. Approdati ed accolti da un villaggio convertito al Cristianesimo sulla costa del Giappone, i due religiosi verranno presto a conoscenza dell’intransigenza religiosa degli shogun del tempo e delle torture impiegate al fine di costringere i seguaci di Cristo all’abiura.

Ad aprire “Silence” è uno schermo nero, cieco, ma non silenzioso come ci si aspetterebbe. Nei pochi secondi di buio che ci introducono al film echeggiando la storica introduzione del “2001: Odissea nello Spazio” kubrickiano, preparando il pubblico alla visione di un mondo distante da quello della sala contingente, riconosciamo il rumore della natura incontaminata per eccellenza: il frinire dei grilli, in forte crescendo. Come a dire che il Silenzio, quello che sin dal trailer è l’unico interlocutore dei gesuiti protagonisti del film, è tale solo quando ci si pensa. E che il mondo dell’uomo non è mai naturalmente silenzioso.

Una volta presentati i diversi personaggi ed i loro obiettivi, Scorsese si dimostra agile e capace nel suo analizzare le mentalità occidentali ed orientali nella loro differente comprensione ed interpretazione della concezione di spiritualità,  intessendo un discorso di ampio respiro e grande attualità attraverso i generi del film storico e d’avventura; kolossal che necessita di grande attenzione e anche pazienza, il film costruisce due ore e quaranta di narrazione portando in scena sì le tanto contestate torture (ci si chiede come si possa trovarle “eccessive” e “di troppo”, come definite da alcuni critici, avendo conoscenza della filmografia dell’artista in questione o per lo meno del concetto di falso storico) ma ancora di più il loro legame con la forza morale e votata al divino che tutti i personaggi o possiedono o ricercano, sia che si parli dei convertiti che dei padri protagonisti che del Buddha e dei suoi fedeli messi in scena da questo Silence.

Parlare delle ottime interpretazioni del cast tutto e della regiadi Scorsese, o della impareggiabile fotografia di Rodrigo Prieto, e dire che sono meno che eccellenti sarebbe un torto; per analizzare un film così occorre andare oltre alla superficie come fa chi crede o tenta di credere in quanto non si vede, ma comunque (forse) c’è. La sapiente scelta dello sceneggiatore Jay Cocks (già autore per Scorsese di “L’età dell’innocenza” e “Gangs of New York”) e del regista stesso è quella di non limitarsi alla celebrazione eroica dei predicatori europei colonizzatori del pensiero asiatico, quanto di raccontare la loro profonda sete di supremazia che, pur mancando di maniere violente, si fonda comunque sulla presunzione di una certa superiorità propria, imputabile allo stesso tempo di riflesso ai duri e spietati, nonché a tratti sadici ma mai privi di raziocinio giapponesi, sfidati nella loro stessa terra persino nel campo dell’interiorità umana più privata e personale. Quando Dio tace, e anche gli uomini stentano a parlarsi, chi ci va di mezzo non è il più debole o il più malvagio ma semplicemente tutti in quanto esseri senzienti incapaci di confronto; e anche quelle poche occasioni di dialogo si chiudono di fronte a ostinazione e orgoglio. Che differenza c’è, in fondo, tra i portoghesi ed i giapponesi di Scorsese e l’arroganza dei cowboy e le brutalità degli indiani del Western classico di tanto bel cinema Americano? In un momento socio-culturale e soprattutto politico come questo, una riflessione attenta e sorprendentemente laica sulla questione non può che farci porre, e soprattutto imporre da sé, qualche domanda. E le domande, molto più che le risposte, sono il vero motore del Cinema.

Vi lascio al commento finale…

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Commento finale:

Silence, a modesto parere di chi scrive, è semplicemente un capolavoro. Tra i più profondi e riusciti esempi di descrizione della filosofia di vita della religione cristiana, l’ultimo lavoro di Martin Scorsese centra il punto evidenziando in maniera sapiente pregi e difetti degli schieramenti e dei pensieri orientale e occidentale tratteggiati dalle vicende adottando sì un punto di vista registico dal pensiero forte, ma concedendo il giusto spazio al compromesso mai ricattatorio, mai qualunquista; concedendo dunque spazio alla Religione vera, quella dello spirito dell’umano che trova la risposta nel mondo fisico solo nel Silenzio di quanto manca ed è presente allo stesso tempo. Con un cast ed una tecnica d’eccezione, il risultato non poteva che conferire al film il prematuro onore/onere di essere sin da ora uno dei migliori film di questa annata di release cinematografiche italiane.

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