Festival di Venezia. Ecco i film apprezzati e quelli che sono proprio un no.

In questo speciale vi parleremo dei film che abbiamo visto durante il festival di Venezia nei giorni 30 agosto – 5 settembre, dividendoli nettamente in due categorie: piaciuti e non. Per comodità, abbiamo deciso di spezzare in due articoli lo speciale, a causa della sua ampiezza.
L’unico criterio di valutazione è il gusto personale in ambito cinematografico dell’autore Edoardo Rosso, che vi invita a giudicare di persona andando a vedere i film in questione, per poter poi fare dei confronti.

Inizieremo dai film peggiori.

I brutti di Venezia 74

 

DOWNSIZING di Alexander Payne

Il film d’apertura del festival di Venezia, co-scritto e diretto da Alexander Payne (“Nebraska”, “Paradiso Amaro”, “A proposito di Schmidt” tra i tanti suoi lavori), mi intrigava parecchio. Purtroppo però le mie aspettative sono state parecchio deluse.

La storia è la seguente. In un futuro prossimo, viene scoperta una pratica per rimpicciolire (downsize, appunto) gli esseri umani. Le nuove ridotte dimensioni possono permettere una riduzione nel consumo delle risorse e dell’inquinamento al fine di preservare il pianeta.
La vicenda si concentra su Paul (Matt Damon), un americano medio il quale, ricoperto di debiti, decide insieme alla moglie di rimpicciolirsi e cominciare una nuova vita.

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Il film nella prima metà è accettabile, poiché sembra che da un momento all’altro stia per succedere qualcosa di grosso. Payne fa poi prendere alla storia una piega incomprensibile, stupida ed infantile. Le poche cose buone che c’erano vengono sistematicamente cestinate per lasciare il posto ad un messaggio ambientalista davvero imbarazzante.

Una pellicola che comunque si fa guardare, dato che dal punto di vista tecnico è ineccepibile (gli americani in questo sono bravissimi), anche se la durata di 133’ non è giustificata.
L’unico che mi sento di salvare è un fantastico Christoph Waltz nei panni dell’esilarante vicino di casa serbo “downsized” di Paul. Attore straordinario, Waltz riesce a dare il suo tocco ad un personaggio altrimenti dimenticabile (se riuscite, vedetelo in lingua originale: il suo accento serbo è meraviglioso).

VOTO: 4.5

 

LEAN ON PETE di Andrew Haigh

Era lecito aspettarsi qualcosa di interessante da Andrew Haigh dopo il successo di “45 anni”, ed invece il suo ultimo lavoro si ferma alle intenzioni. La pellicola presentata a Venezia, di stampo neorealista, segue le vicende di un ragazzino (Charlie Plummer) tormentato dal destino e dalla miseria che si affeziona ad un cavallo di proprietà di un allevatore senza scrupoli.

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Il film gode di un grande cast e di una buonissima regia, ma fa molta fatica a portare a casa le due ore di durata. L’obiettivo di Haigh è quello di raccontare una storia realistica, che rispetti i “tempi morti”, metta in scena personaggi “veri” e cerchi di nascondere la presenza della scrittura. La trama infatti procede con un andamento “naturale”. Le cose capitano in maniera solo apparentemente casuale.

Tutto questo però funziona a metà. Infatti è molto difficile provare simpatia per il protagonista, che nel 90% dei casi fa scelte incomprensibili.
Inoltre gli accadono talmente tante sfortune che si cade nell’esagerazione. La pellicola ha poi un’aura di “già visto” che non aiuta: l’influenza del cinema neorealista è ingombrante e fa cadere le intenzioni di Haigh nella banalità.

VOTO: 5

 

HUMAN FLOW di Ai Weiwei

Il documentario di Ai Weiwei è un’agonia. Punto. Le intenzioni dell’artista cinese sono encomiabili, nessuno le mette in dubbio. E’ importantissimo, in questi tempi di grandi migrazioni, sensibilizzare il pubblico su questi avvenimenti e focalizzarsi sul problema dei rifugiati. Spesso ci si dimentica che si sta parlando di persone. Soltanto da ammirare lo sforzo di recarsi di persona in queste zone del mondo.

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Però.

Come si può pensare di proporre un documentario di 140’, in cui il montaggio del materiale è, letteralmente, fatto a caso?
Dove non c’è un minimo di organizzazione dell’enorme materiale raccolto per tentare di rendere più fruibile un argomento come questo?
Il documentario si riduce ad essere una semplice accozzaglia di immagini ed interviste, senza alcun nesso logico.
Caro Ai Weiwei, chi credi che guarderà un documentario di 2 ore e 20 al di fuori del festival? Come pensi di sensibilizzare un grande pubblico? Era troppo accorciarlo di almeno un’ora o, meglio, chiedere aiuto per cercare di ottenere un risultato migliore?

Capisco la volontà di essere politically correct, ma ammettere IN CONCORSO un prodotto di questo tipo è, forse, la scelta più inspiegabile del festival di Venezia.

VOTO: 4

 

CANIBA di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel

Rimanendo nell’ambito del documentario, anche con “Caniba”, nonostante il premio speciale della giuria Orizzonti, si assiste secondo me ad uno dei più grossi flop del festival di Venezia. Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel, i due registi, antropologi nella vita, girano un documentario penoso.

L’argomento è scabroso e deriva da un agghiacciante fatto di cronaca. Issei Sagawa nel 1981 a Parigi uccide Renée Hartevelt, sua compagna di università, e MANGIA buona parte del suo corpo dopo averla fatta a pezzi.
I 90’ di durata ruotano interamente attorno alla figura di quest’uomo che, sfuggito al carcere perché dichiarato malato di mente, vive ora in Giappone, dove è celebre.

Non c’è la volontà di spettacolarizzare l’accaduto, né di descrivere Sagawa come un mostro, ma solo di analizzare in maniera il più possibile scientifica e distaccata la sua figura.
È inquietante pensare che l’uomo che vediamo, ormai anziano e debole, abbia commesso un atto del genere. Ancora più inquietante vedere che non prova nessun tipo di rimorso per ciò che ha fatto. Nella mente di Sagawa, infatti, mangiare Renée è stato il supremo atto d’amore.

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Il documentario si regge interamente sulla tematica che propone, e poco altro, dato che la realizzazione è pessima.
Quasi metà documentario, circa 40’, è occupato dal volto di Sagawa in fuori fuoco, in compagnia del fratello (anche lui personaggio poco raccomandabile), e registra una loro conversazione. È chiaro l’intento antispettacolare e la volontà di non mostrare, ma c’è un limite a tutto.
La seconda parte si riprende un po’, con la lettura del manga disegnato da Sagawa stesso riguardo l’accaduto e l’approfondimento della figura del fratello, masochista alla ricerca del “dolore perfetto”.
Il resto è il nulla assoluto. Da apprezzare la volontà di portare una tematica di questo tipo senza voler cercare a tutti i costi una spettacolarità che la vicenda trattata non meriterebbe.

Inguardabile e scadente nella sua resa “Caniba” paga l’assenza di veri film-maker dietro la macchina da presa. Pur mostrando qualche cosa di “buono”, si perde nella sua esagerata volontà di distacco scientifico.

VOTO: 4.5

 

BRAWL IN CELL BLOCK 99 di S. Craig Zahler

Film scritto e diretto da S. Craig Zahler (“Bone Tomahawk”), è stato definito come il film più violento del festival di Venezia, ed è stato questo il motivo principale per cui sono andato a vederlo. Purtroppo si è rivelato un po’ deludente.

La trama è semplice. Bradley (un ispiratissimo Vince Vaughn), si trova a dover rientrare nel mondo degli spacciatori di droga, dato che non ha più un soldo. Un giorno viene arrestato, in seguito ad una sparatoria con la polizia, e spedito in carcere. Sfortunatamente, il boss per cui Bradley lavora crede che lui lo abbia tradito e inizia così il suo viaggio all’inferno.

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Sia chiaro: il film quello che promette, dà. Ossa spezzate, facce spaccate e calci e pugni ci sono, anche in buona quantità.
L’aspetto su cui ho delle riserve è l’eccessiva ed inutile verbosità di gran parte del film, appesantito da un’esagerata quantità di dialoghi. Per questo motivo il film, già molto lungo di per sé, è ancora più faticoso nel suo procedere.

È giusto creare attesa nello spettatore, come succede nella prima ora, che si prende il suo tempo nel costruire l’atmosfera. Quando iniziano a vedersi le botte (splatter al punto giusto), però, subito sono interrotte da altri inutili dialoghi.
In sostanza, da un certo punto in avanti, tutto quello che c’è tra un combattimento e l’altro è la noia. Nel complesso il film non è poi male, perché è ben diretto e interpretato, è divertente ed intrattiene, ma non si salva dall’insufficienza.

VOTO: 5

 

IL CONTAGIO di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

Tra i film che non mi sono piaciuti compare anche il film di Botrugno e Coluccini, basato sull’ omonimo romanzo di Walter Siti. C’è un cast notevole, con Vincenzo Salemme nei panni di un simil-Pasolini, Anna Foglietta, Vinicio Marchioni ed un sorprendente Maurizio Tesei.
Purtroppo questa pellicola crolla su sé stessa quasi subito, causa le sue enormi ambizioni.

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La trama si concentra sulle vicende degli abitanti di una palazzina di borgata nella periferia di Roma e sul loro lento declino dovuto al “contagio” della criminalità organizzata, che, come una malattia, rade tutto quanto al suolo.

Di questo film non ho per nulla apprezzato la scrittura, senza alcun equilibrio nella gestione della complessa trama corale messa in scena, disordinata, stucchevole e scontata.
Non mi è neanche piaciuta molto la regia, che ha qualche movimento di macchina molto interessante (c’è un piano sequenza notevole verso la fine) ma si perde in utilizzi gratuiti di rallenti e magniloquenza a volte ridicola fine a sé stessa.
Coluccini e Botrugno si sono presi molti rischi, ma così facendo sono incappati in quello che io considero uno scivolone pazzesco come il film in questione.
Troppo ambizioso senza averne le possibilità. Il lavoro di tutti gli attori è l’unica nota positiva.

VOTO: 4.5

 

SAMUI SONG di Pen-Ek Ratanaruang

Sul film presentata a Venezia di Pen-Ek Ratanaruang, regista thailandese, c’è ben poco da dire.
Un’attrice di soap opera intrappolata nel ruolo della “cattiva” vorrebbe dare una svolta alla sua carriera collaborando con un grande regista. Suo marito, inoltre, la obbliga a partecipare a degli incontri religiosi con una specie di santone che Vi (questo è il nome della donna) disprezza profondamente. In seguito ad un incidente d’auto, la sua vita cambierà completamente.

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Il film è un tentativo di analizzare la difficile condizione della donna nella Thailandia contemporanea: mette in scena un personaggio femminile molto forte che si ribella al maschilismo dominante per fuggire dalla sua difficile situazione.
Pecca però di esagerato cerebralismo e volontà meta-cinematografica, finendo per irritare senza suscitare nessun interesse per la trama. Il finale a sorpresa riassume in sé tutta l’inutilità di questo film.

VOTO: 4

 

THE PRIVATE LIFE OF A MODERN WOMAN di James Toback

Vera Lockman, attrice di successo, dopo aver ucciso il suo ex-fidanzato tossicodipendente, si trova in un limbo di preoccupazione e terrore. L’unica cosa da fare è cercare di sbarazzarsi del corpo senza farsi scoprire. Questa, più o meno, la trama del mediometraggio (71 minuti) scritto e diretto da James Toback.

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Un frame tratto dal film

Il film è una specie di frammentato e contorto viaggio nella psiche della protagonista, interpretata da una bravissima Sienna Miller.
Non c’è un senso logico, solo un insieme di spezzoni messi uno accanto all’altro come in un flusso di coscienza, con la trama di fondo a tenerli un minimo collegati.
Dopo aver visto una pellicola senza scopo come questa, tra dialoghi privi di senso, musica fortissima, citazioni colte forzate e messe a casaccio, si esce dalla sala con un senso di vuoto, come se per più di un’ora si fosse guardato un muro.

VOTO: 3.5

 

MARVIN di Anne Fontaine

L’ultimo lavoro di Anne Fontaine è a tratti imbarazzante.
La gradevolezza del ritmo dato al film non lo salva da una scrittura abominevole per la gran parte.
La storia segue le vicende di Marvin Bijoux, ragazzo omosessuale, che dopo aver passato un’infanzia tormentata vessato da bulli tremendi e circondato da familiari grezzi, ignoranti e omofobi, trova nel teatro e nell’arte la salvezza.

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Fino a qui tutto bene. Classica storia di riscatto di un emarginato.
I problemi nascono dal COME Marvin diventi qualcuno nel mondo del teatro: prima conosce un ricco over 50 in discoteca, con cui intrattiene una relazione. Poi ad una festa di quest’uomo piove dal cielo Isabelle Huppert che interpreta sé stessa (è il meglio che riesce a fare signora Fontaine?).
Senza alcun motivo apparente prende in simpatia Marvin, tra l’altro interpretato da un attore modestissimo, e lo aiuta. Al primo spettacolo importante, basato su un testo che parla della sua triste vicenda autobiografica, Marvin recita con la stessa Huppert ed ottiene un successo enorme. Al primo tentativo. Favoletta falsa ed ingenua.

VOTO 4

 

LA VILLA di Robert Guediguian

Senza alcun dubbio, questo è il peggior film tra tutti quelli che ho visto al festival di Venezia. Un film vecchio, girato da un vecchio, che propone idee vecchie, anacronistiche. Noioso, odioso e di pessimo gusto.

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In seguito alla malattia del padre, tre fratelli si riuniscono dopo tantissimo tempo per occuparsi di lui: questa la trama.
Perché così tanto odio verso questa pellicola? A causa di quello che propone. Il messaggio che manda, attraverso richiami alla lotta di classe (esiste ancora qualcuno che usa questi termini?), è di fuggire nel passato, perché “era meglio prima”.
Nel corso del film, tutti i personaggi decidono di rimanere nel microscopico paese dove si trova la villa del padre, scappando da tutto e da tutti. Un messaggio peggiore non lo si poteva mandare. Rinunciare ad una vita vera per rinchiudersi nella prigione del passato, di un mondo che (per fortuna) non esiste più.

Tra i personaggi messi in scena “spicca” quello del ridicolo pescatore che recita a memoria monologhi teatrali: è il vertice della stupidità di una sceneggiatura senza un singolo spunto interessante. Guediguian, fai un favore al mondo intero: ritirati.

VOTO: 0

 

Ed ecco conclusa l’analisi dei film peggiori visti al Festival di Venezia!
Continuate a seguire CineWriting per scoprire i film che invece hanno saputo intrigare il nostro Edoardo Rosso.

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