Un episodio grandioso, diretto e lineare. Siamo quasi vicini al giro di boa.

Prosegue la programmazione di Showtime. Prosegue la terza stagione di “Twin Peaks“.

Twin Peaks

Questa terza stagione di “Twin Peaks” sta vivendo differenti fasi di mutazioni, di rimandi, di piccoli accenni e d’indizi. Ma soprattutto di rimossi che farebbero gongolare anche il più misero degli psicanalisti.

È una terza stagione che si destreggia in varie congetture ed in varie dimensioni della spettacolarità televisiva (ma anche cinematografica). È arricchita da un senso dello humour presente anche in momenti tragici. Si muove in maniera rarefatta passando, dall’horror al puro dramma esistenziale, passando per un’anima investigativa. Un dramma esistenziale che si riversa e contagia situazioni come quella della morte del bambino, investito da Richard Horne, nella puntata precedente. Che contagia la figura di Dougie Jones, un Cooper errante che non riesce a ritrovare (quasi) sé stesso e che non riesce a trovare (ancora) contatto con un mondo che lo percepisce strano, diverso. Stenta a comprenderlo. Un po’ come lo spettatore che assiste alla terza stagione di “Twin Peaks“.

Le prime due stagioni si basavano su un quesito che, oramai, nel mondo della televisione, è divenuto dogma “Chi ha ucciso Laura Palmer?“. Un quesito chiaro, diretto e lapidario. La terza stagione di “Twin Peaks” non ha una domanda precisa. Un elemento tendenzialmente unico con il quale si ricerca la massima varietà possibile. Nella terza stagione di “Twin Peaks”, assistiamo ad un racconto, che via via, sta divenendo squisitamente “altmaniano“, fatto di tante facce, di tanti punti piccolissimi, indistinguibili in un universo, che trascende lo spazio e il tempo, come quello creato da Lynch e Frost.

Il tempo passa…

Twin Peaks

Un racconto, però, sempre sommerso, quasi affogato in un profondo dramma esistenziale nel quale i nuovi appaiono in situazioni mortifere, o sono persone sofferenti. O sono persone sfrontate ma intimamente meschine e vittime di loro stessi, oppure sono persone completamente devastate. Ed anche i vecchi vivono il loro dramma esistenziale. Twin Peaks, veramente, pur comparendo, non è più Twin Peaks. Apparentemente, gli unici completamente incuranti del dramma (almeno per ora) rimangono Andy e Lucy. Forse proprio per il loro amore puro ed innocente che li ha sempre contraddistinti.

Come scritto sopra, ci sono tante facce, eppure è impressionante come Lynch riesca anche a rendere un’assenza, presenza. E con questo voglio riferirmi ad Harry Truman, il vecchio sceriffo di Twin Peaks (interpretato da Michael Ontkean). Pur essendo delle semplici telefonate di rassicurazioni e di speranza, è molto affascinante come Lynch, grazie anche all’aiuto di un sublime attore come Robert Forster, riesca a compensare l’assenza di Ontkean facendolo quasi rendere presente in scena. Harry Truman c’è, parla al telefono con Frank Truman, ma non compare. Eppure… c’è. Lì, in scena, con suo fratello, mentre affronta un grave dramma intimo.

Un altro dramma esistenziale di un vecchio personaggio della serie che si ricollega ad un altro dramma è la figura del dottor Hayward, interpretato dal compianto Warren Frost. La chiamata Skype, può apparire inizialmente molto divertente, eppure presenta una scena che racchiude una grande sofferenza data dalle condizioni dell’attore fuori dalla scena e da quella voce roca che fuoriesce dalla bocca di un medico profondamente addolorato per il passato, in special modo per sua “figlia” Donna. Oltretutto, il medico ci presenta un altro dramma: lo stato comatoso di venticinque anni fa di Audrey Horne, aleggiando anche, su Twitter e gli altri social, una fan theory dal carattere piuttosto torbido ed agghiacciante.

Le Indagini continuano…

Twin Peaks

Eppure la chiamata Skype al dottor Hayward ricorda molto la chiamata della Signora Ceppo ad Hawk nella prima parte della terza stagione. Non solo perché entrambi gli attori sono morti, ma entrambi, nelle loro condizioni, nella loro stanchezza, offrono un ultimo estremo consiglio. Come Hayward consiglia Frank Truman riguardo l’ultima notte in cui vide Dale Cooper, così la Signora Ceppo consigliò ad Hawk di ritrovare qualcosa che si era perduto.

Confermate tutte le teorie degli appassionati. Le pagine trovate da Hawk nel bagno erano le pagine perdute del diario di Laura Palmer… almeno non tutte. Infatti manca una pagina perduta. Hawk appare il più determinato ad andare in fondo in questa faccenda. Ed è interessante tornare indietro nel tempo, nella seconda stagione per la precisione, e ritornare in quel momento in cui Cooper evocava l’aiuto di Hawk nel caso di una sua futura scomparsa. Una dichiarazione quasi profetica che contraddistingue i piccoli accenni, i piccoli rimandi, le piccole coincidenze di questa terza stagione.

Continuano le ricerche dell’FBI, della divisione dell’esercito che indaga sul Maggiore BriggsDiane, introdotta la scorsa settimana, ha stavolta un ruolo più importante. Le interazioni tra lei, Albert e Gordon sono magnetiche ed esaltanti. Filtrano in poche precise battute un bagaglio di rapporti, vecchio di decenni. In quella richiesta di aiuto che Albert fa a Gordon c’è molto di più di un rapporto professionale. Mentre nella rabbia iniziale di Diane possiamo forse vedere indizi su un coinvolgimento emotivo con l’agente Cooper. Coinvolgimenti confermati nell’inquietante incontro tra il personaggio di Laura Dern e il Cooper malvagio.

Molte cose cambiano, molte cose rimangono.

Twin Peaks

Il tempo passa a “Twin Peaks“. Molte cose cambiano, ma molte rimangono e possono rimanere le stesse. La bonarietà di Jerry Horne è rimasta (ed anche l’essere estremamente strafatto). La grazia attoriale di Richard Beymer nel ruolo di Benjamin Horne (ma anche il suo lato da seduttore) è rimasta. E forse anche Josie Packard è rimasta. Lì, nel legno del Great Northern Hotel. Uno spirito inquieto impossibilitato a ricongiungersi con la sua anima gemella, quest’ultima assente ma al tempo stesso presente.

Il tempo passa a “Twin Peaks”. Esso si muove, in molteplici direzioni. Come il senso dell’impercettibile stacco temporale nell’ultima scena al Double R Diner. Basta confrontare le persone a sinistra prima e dopo l’ingresso dell’uomo che chiede se qualcuno ha visto un certo Bing (accreditato, quest’ultimo, come Riley Lynch). Come l’inserviente che spazza il pavimento della Roadhouse, per circa tre minuti. Oppure come David Lynch che fischia nel suo ufficio. Panoramica e da un quadro con una pannocchia di mais (rimossi e rimandi a gogo), si passa ad un Gordon Cole fischiettante ed indifferente al fungo atomico che esplode nella parete alle sue spalle.

Per poi non parlare del tempo infinito di Dougie Jones. È interessante come Lynch riesca a racchiudere la tragicità cinica del presente contemporaneo, andando a ricercare qualcosa di estremamente estraneo dalla contemporaneità. Dougie/Cooper non ha ancora trovato il sentiero. Per utilizzare un riferimento cinematografico che Lynch apprezzerebbe, chissà quando Cooper incomincerà a seguire la “strada di mattoni gialli“!

Vi lascio con il commento finale…

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Commento Finale

La settima parte della terza stagione di “Twin Peaks” è diretta, lineare e semplicemente straordinaria. Incominciano ad incastrarsi i primi pezzi di un grande puzzle. Le presenze di Warren Frost, di Laura Dern, di Richard Beymer e di David Patrick Kelly sono toccanti, affascinati, interessanti e caratterizzate da una grazia ed una sensibilità uniche.

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