La battaglia di Hacksaw Ridge: Recensione

Hacksaw Ridge. La guerra e la pace, il sangue e la preghiera, l’ideologia e lo spettacolo: è tornato il cinema di Mel Gibson

  • Data di uscita: 2 Febbraio 2017
  • Genere: guerra, drammatico
  • Anno: 2016
  • Regia: Mel Gibson
  • Sceneggiatura: Andrew Knight, Robert Schenkkan
  • Produzione: Pandemonium Films, Permut Productions, Vendian Entertainment, Kylin Pictures
  • Distribuzione: Eagle Pictures
  • Durata: 139 Min

La battaglia di Hacksaw Ridge narra la vera vicenda di Desmond Doss, obiettore di coscienza che ad Okinawa portò in salvo 75 uomini e per questo insignito della medaglia d’onore. La peculiarità di questo soldato è che, nonostante l’appartenenza alla chiesa cristiana avventista del settimo giorno, decida di arruolarsi come medico e di non impugnare mai un’arma. In principio il suo approccio non violento viene respinto dai compagni di addestramento e dall’alto comando militare, i quali dubitano fortemente che possa dare un contributo sul campo di battaglia. Tuttavia la bontà e le buone intenzioni del giovane conquisteranno tutti e gli permetteranno di partecipare al conflitto e di scrivere una delle pagine più eroiche della storia americana.

Erano 10 anni che il famosissimo attore-regista non tornava dietro la macchina da presa, eppure, sin dalle prime manifestazioni pubblicitarie, il film godeva già di un certo pregiudizio e di un guon grado di autoreferenzialità. Tutti più o meno sapevano già cosa aspettarsi e Gibson è ben consapevole di essere preceduto dalla fama del suo cinema brutale, epico e retorico. Infatti apparentemente non ci coglie in contropiede: la sceneggiatura solidissima (e piuttosto didascalica) scopre subito tutte le carte, tutti gli ingredienti che inesorabilmente tornano e si ripetono in Hacksaw Ridge, originando una voluta ridondanza. Questo martellante ribadire, questo mostrarsi sempre per quel che si è politicamente e umanamente, come punto fermo che s’insedia invece nel fluire del racconto, è la prima istanza, il primo approccio che il regista imbastisce col pubblico. Mel Gibson non scende a patti, accetta tutti i rischi della sua grezza declamazione ed offre un racconto che vorrebbe costringerti ad assumere un preciso punto di vista, estraneo alla vita quotidiana. Ci sarà riuscito?

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Come il capolavoro kubrickiano Full Metal Jacket (citato di continuo in modo neanche troppo sofisticato), la pellicola è divisa in due parti ben distinte: nella prima assistiamo al processo di crescita del protagonista, dall’infanzia fino al completamento del suo addestramento militare. In questa metà l’azione è ridotta al minimo, anche perché Woss è un personaggio saldamente ancorato alla sua morale immacolata e all’etica cristiana, sia nel suo quieto paese, sia poi dinnanzi ai sergenti. Il regime percettivo e la narrazione trasportano la storia su un piano puramente astratto e simbolico, pensiamo alla colonna sonora ridondante, alla costruzione e ripetitività delle abitudini di Desmond, alla stessa recitazione di un ottimo Andrew Garfield e ai rapporti umani che si generano. Il tutto è presentando in modo rozzo, senza fronzoli, tanto che l’artificialità e l’assemblaggio dei codici cinematografici riescono a imporsi come efficaci strumenti che portano ad assumere una sorta di distanza critica dalla vicenda. Lo spettatore ha il compito di intercettare i due/tre concetti che vengono eternamente ribaditi e di immagazzinarli dentro di sè sino alla battaglia.

Lo scontro bellico è il protagonista assoluto dell’altra metà del film, il momento in cui l’ideologia lascia spazio al combattimento furioso e il lato intellettuale cede il posto allo spettacolo. La seconda anima è infatti cruda, sanguinosa e catartica: una volta assorbiti i concetti umani-politici-religiosi, compreso che il pacifismo di Woss e la coraggiosa violenza dei soldati sono due facce complementari della stessa medaglia, di un paese che nelle sue contraddizioni incarna una volontà di fondo comune, lo spettatore dovrebbe essere portato all’interno di una fisicità dirompente. La messa in scena prevede lunghe carrellate, esplosioni continue, sangue e carne che riempiono lo schermo, oltre ad un protagonista che in questo mare rossastro si aggira sul campo medicando tutti gli uomini possibili, fino a che si ritroverà solo e nella preghiera raccoglierà il coraggio per salvare eroicamente i suoi compagni.

Tornando alla domanda iniziale, c’è riuscito? Il successo critico, i premi conquistati (e per i quali e’ ancora in lizza) e un buon riscontro al botteghino sembrerebbero indicare una risposta positiva. Tuttavia bisognerebbe fare un passo avanti e provare a capire se il film ha inciso veramente come avrebbe voluto: siamo sicuri che la retorica incessante sia entrata nella testa degli spettatori? Lo show visivo è stato veicolo di senso oppure ha solo intrattenuto? Se si prendessero le singole parti, La battaglia di Hacksaw Ridge potrebbe anche essere definito un prodotto curato e ben pianificato. Ma un film popolare, per quanto viva di momenti, di schegge che a volte valgono più del complesso, è un corpo unico entro il quale il regista dovrebbe misurare e calibrare tutti gli elementi verso una precisa lettura. Il gigantesco neo del film è appunto l’inefficacia di questo continuo rimbalzare da una lettura politico-religiosa, a un’esibizione pomposa e violenta, nello scalfire il corpo e la sensibilità di chi guarda. Senza voler indagare con la lente d’ingrandimento tutte le falle di questo progetto, appare piuttosto ovvio che la la resa drammatica è penalizzata dalla stilizzazione dei personaggi e dalla scarsa originalità della narrazione, tanto che nel momento in cui l’eroismo dovrebbe lasciare sospesi e sublimare il lavoro concettuale precedente, si cade invece in un vortice banale e involontariamente grottesco (sull’ennesimo rallenti nello scontro decisivo il pubblico in sala, compreso il sottoscritto, rideva a crepapelle… non un buon segno).

Vi lascio al commento finale…

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Commento finale:

La sostanza è che La battaglia di Hacksaw Ridge paga la sua stessa ambizione di voler essere contemporaneamente un film popolare, politico e intensamente spettacolare. Una maggior concentrazione verso un singolo ambito avrebbe senz’altro giovato alla realizzazione di un film che non passa inosservato, ma del quale dubitiamo si parlerà in futuro se non per la sua interessante natura produttiva. Nota polemica: è sostanzialmente incomprensibile come l’Academy abbia potuto snobbare Sully di Clint Eastwood, piccolo capolavoro di sperimentazione estetico-linguistica, poichè inevitabilmente nella distrubuzione delle nomination soltanto uno dei due poteva imporsi.

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