Il 10 gennaio scorso si sono tenuti i Golden Globe, tradizionalmente considerati come precursori degli Oscar insieme ai premi del Festival di Venezia. Cosa si può già dire di questa prima tranche di riconoscimenti?

Golden Globe: una panoramica generale

Uno degli aspetti più interessanti nell’analisi delle premiazioni, secondo me, consiste nel rinvenire e comprendere il complesso intreccio degli stadi valoriali, simbolici ed evolutivi tra industria e pubblico, dove i meccanismi premiali si pongono come filtraggio tra questi due poli. Un processo, dunque, che tende a riformulare diacronicamente gusti e pratiche sociali legate alle narrazioni proposte.

Tra le candidature possiamo notare diversi tipi di autorialità (una più pop e una invece festivaliera) e un cinema più commerciale/mainstream. Da una parte vediamo un’offerta più vasta di titoli che puntano a un maggior escapismo senza rinunciare alla qualità e alla cura della messa in scena (Avatar – La via dell’acqua, Top Gun: Maverick) e, d’altra parte, film incentrati su un artista in particolare o su discorsi meta-cinematografici (Babylon, Elvis e The Fabelmans). Da tener conto anche di un film dall’inaspettato successo come Everything Everywhere All At Once che veicola un messaggio inclusivo mediante un percorso mai moralista e che tenta di sfruttare il più possibile il vasto repertorio pluricodico di cui il cinema si serve, restituendo una narrazione divertente e fuori dagli schemi tradizionali.
Gli unici due film afferribili a un cinema autoriale fortemente festivaliero (coerentemente con il loro percorso antecedente) sono Triangle of Sadness e Tàr.
Insomma, un equilibrio tra più istanze estetiche e produttive che sicuramente male non fa.

I vincitori dei Golden Globe tra sorprese e snobbati

Se negli ultimi anni realtà produttive più giovani e in crescita come Netflix e A24 hanno eretto e veicolato una propria marca stilistica, frutto di un lavoro creativo sempre più collettivo e ramificato, i Golden Globe di quest’anno hanno preferito premiare un’autorialità individuale tipica della New-Hollywood, incarnata in questo caso da Spielberg. Queste premiazioni testimoniano l’ormai famoso divario tra critica pubblico perché, è bene ricordare, The Fabelmans è il secondo flop consecutivo di Spielberg dopo quello del remake dello scorso anno di West Side Story. Gli autori che una volta erano soliti dominare il box-office si ritrovano a fare i conti con realtà creative più stratificate e maggiormente fruite dal pubblico contemporaneo.
Un’altra motivazione dietro ai premi dati a questo film penso sia dovuto anche all’ormai prossimo pensionamento di una delle figure più importanti della storia del cinema.

The Fabelmans (Steven Spielberg, 2022)

Rimane a bocca asciutta il film-evento dell’anno Avatar – La via dell’acqua, la cui presenza è dovuta probabilmente al ruolo esercitato sul ritorno del pubblico di massa nei cinema. Scelta comprensibile vista la crisi economica e identitaria della sala.
Grande sconfitto della serata è probabilmente Top Gun: Maverick che ereditava un patrimonio critico ed economico positivi. Il film sente anche il peso anche della mancata vittoria della miglior canzone originale e dell’assenza delle candidature per miglior regia e attore protagonista.

Sul versante attoriale sono stati riconfermati diversi premi veneziani, sottolineando l’importanza delle Coppe Volpi nel festival nostrano. Stesso discorso per la miglior sceneggiatura andata a Martin McDonagh per Gli spiriti dell’isola.
Una delle sorprese è stato il riconoscimento ad Angela Bassett per il suo ruolo in Black Panther: Wakanda Forever. Ancora una volta, BB è l’unico brand del MCU che riesce a presiedere in cerimonie solitamente restie a considerare prodotti di questo genere. I motivi, inutile girarci attorno, li sappiamo.

Nope: il grande assente

La grande mancanza di quest’ultima edizione dei GG, a mio avviso, è Nope. Il film di Peele, con una straordinaria co-protagonista quale Keke Palmer, anch’essa incredibilmente assente tra le nomination attoriali, è stato capace di mescolare con efficacia horror, autorialità e pop, innescando al contempo un discorso meta-cinematografico che vede i supporti digitali collaborare con quelli analogici per la risoluzione del conflitto principale. Il film ricorda il concetto di Rimediazione di Bolter e Grusin, secondo cui i nuovi media prendono in prestito diverse caratteristiche di media precedenti. Anche Top Gun: Maverick erige un discorso interessante sulla dicotomia analogico-digitale.
Rimango comunque molto fiducioso su questo film per gli Oscar.

Nope (Jordan Peele, 2022)

La sezione animazione

L’animazione, nel 2022 più che mai, è stata protagonista di importanti cambiamenti. Disney e Pixar si trovano in una forte crisi creativa e di pubblico che, probabilmente, costerà loro anche l’Oscar. I due contendenti principali risultano Guillermo Del Toro’s Pinocchio, vincitore di questi GG, e Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio. Il successo di critica e pubblico di questi due è testimoniato anche dall’oggettività dei dati. L’ultimo film di De Toro è rimasto sul podio per le prime 3 settimane dall’uscita e in top 10 nella quarta, totalizzando poco meno di 100 milioni di ore visualizzate (fonte: top10.netflix.com), mentre il secondo ha raggiunto a oggi al box office ben 251 milioni di dollari globali (fonte: BoxOfficeMojo).

Citazione VS Rigenerazione

Qual è la ragione dietro il successo di Pinocchio e Il gatto con gli stivali 2? A differenza di Strange World, Lightyear e Red, quest’ultimo l’unico candidato, sono film che pur non essendo produzioni originali hanno saputo mettere in discussione formule estetiche e narrative già consolidate, dimostrando non solo di sapersi rigenerare tematicamente, ma anche di produrre discorsi attorno ad essi (pensiamo solo alla massiccia comunicazione memetica di questi giorni riguardo Il Gatto con gli stivali 2). Il film di Del Toro rivisita, attraverso il tema della morte, il racconto popolare italiano per eccellenza ribaltandone anche il messaggio di fondo, mentre l’ultimo film DreamWorks prende le distanze dal primo capitolo del 2011 rinnovando la propria veste grafica (simile a quella adottata da Spiderverse) e non temendo di affrontare tematiche mature come l’ansia e, anche qui, la morte. In un film con un gatto parlante protagonista.

Guillermo Del Toro’s Pinocchio (Guillermo Del Toro, 2022)

D’altra parte…

I risultati di Disney e Pixar (ad eccezione di Red, i cui dati di visualizzazione non sono disponibili) sono chiari. Lightyear è il secondo peggior flop della storia della Pixar, mentre Strange World ha comportato una perdita di 100 milioni di dollari per Disney. Dare la colpa di questi fallimenti esclusivamente alla mancata distribuzione in paesi ancora oggi intolleranti nei confronti della comunità LGBTQIA+, per quanto abbia una sua responsabilità, significherebbe ridimensionare il problema alla base della loro strutturazione, dal momento che si tratta di film creati da realtà produttive importanti che hanno floppato persino nel mercato d’origine, nonché quello più importante.

Troppo citazionismo e poca predisposizione a rischiare

A mio avviso, Lightyear e Strange World sono operazioni altamente derivative che basano il proprio world building (nonché la loro identità) su un citazionismo ormai cronicizzato. Sono infatti palesi i (troppi!) riferimenti alla cinematografia fantascientifica in Lightyear o a Viaggio al centro della terra in Strange World. Sono narrazioni che non si sono sedimentate nella cultura di massa, risultando solubili solo nel breve termine e per particolari nicchie di pubblico. Red è stato probabilmente recepito meglio, ma si tratta di un altro film con scarsa predisposizione al rischio. In poche parole, questi film non sono riusciti a produrre discorsi strutturali attorno ai personaggi o alle situazioni raccontate.

Incapacità di adattare il messaggio con la scrittura

Il messaggio inclusivo, se non generato e veicolato da una storia e da personaggi capaci di valorizzarlo, rischia di risultare moralista e, quindi, controproducente. Giusto per fare un esempio: in Strange World uno dei temi principali dovrebbe (sottolineo, dovrebbe) essere il confronto intergenerazionale tra i tre personaggi principali, nonché parenti (un boomer, un millennial e uno zoomer). Vedere il nonno boomer, riapparso dopo anni di smarrimento e dedito esclusivamente al lavoro fisico e a ricercare soluzioni dirette, recepire l’omosessualità del nipote con così estrema tranquillità, specie dopo svariate scene passate a litigare per motivi decisamente più futili, costituisce una scrittura non coerente con il passato e il modus operandi del personaggio.
Forse è giunto il momento da parte di certe realtà produttive di fermarsi e decidere se (ri)prendere ispirazione dalle lezioni di narratologi e sceneggiatori o dalle slide Canva nei profili social di qualche influencer occupato a capitalizzare e a estetizzare queste tematiche.

Strange World (Don Hall, 2022) – Non vi sembra un nonnetto simpatico e inclusivo?

Da tenere d’occhio anche Marcel the Shell with Shoes On di A24 che si riconferma come una delle realtà più innovative negli orizzonti industriali Hollywoodiani. Questo piccolo film potrebbe riservare qualche sorpresina.

Conclusioni di questi Golden Globe

L’edizione dei Golden Globe di quest’anno, nel complesso, mi è parsa positiva.

Ho notato in particolare la ricerca di un equilibrio tra diverse modalità di fare cinema. Il fronte animazione, finalmente, non è appannaggio esclusivo delle solite realtà produttive.
La vera domanda, a questo punto, è: si tratta un equilibrio specifico di quest’anno o diverrà strutturale?

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