Arrival: qualche paragone cinematografico

Arrival. Torniamo a parlare dell’opera di Villeneuve!

“Stasera andiamo al cinema? Cosa guardiamo?”

Arrival, dai! Un bel paio d’ore di alieni contro umani, azione, spari ed esplosioni!”…

Forse è quello che hanno pensato in molti prima di andare a vedere l’ottavo film di Denis Villeneuve, ma gli amanti del genere “Indipendence Day” saranno rimasti delusi… o forse no. “Arrival” è un film quieto e pacifico, non dà mai la sensazione che stia per succedere una catastrofe e che la Terra stia per essere attaccata e distrutta, nonostante le inquietanti astronavi-guscio al cui interno, con le leggi della fisica terrestre che vengono a cadere, albergano degli strani esseri dalle molteplici zampe e dalla fisionomia ambigua.

“Potrebbe dare di più, ma non si applica”

Astronavi-guscio che allo stesso tempo hanno un non so che di poetico e ammiccano ai famosi quadri di Magritte in cui enormi massi fluttuano leggeri nell’aere di un paesaggio bucolico (che di fatto è l’unica e principale ambientazione del film, curioso per la fantascienza). Un film che si colloca in quel filone fantascientifico “impegnato”, in cui si colloca anche “Interstellar”, che non fa delle battaglie spaziali, del distopismo o del classico conflitto bene-male il suo fulcro d’attrazione, ma cerca di indagare le grandi domande dell’esistenza e di innescare una qualche riflessione.

Il tema principale è infatti la comunicabilità ed il linguaggio, temi mai banali. Tratto da un racconto di Ted Chiang dal titolo “Story of your life”, il film è stato prodotto a basso budget (50 milioni di dollari) se paragonato ad altri film dello stesso genere. Ciò nonostante il risultato è notevole, il film mantiene una buona tensione ed è capace di rapire la curiosità dello spettatore. Il suo difetto d’altro canto è suscitare la sensazione di un qualcosa che sarebbe potuto essere, ma non è stato.

Un incompiuto che non assume quello spessore e quell’identità forte che avrebbe potuto avere. Ricorda uno di quei bambini (me compreso) che si sono sempre sentiti dire “potrebbe dare di più, ma non si applica”. Il film infatti parte da delle ottime basi, per poi cadere in alcuni classici “americanismi” nel finale, con alcune battute “telefonate” (roba che il pubblico in sala aveva già anticipato in coro la battuta che di lì a poco avrebbe pronunciato un non brillante Jeremy Renner verso la certamente più capace Amy Adams).

Ispirazioni e aspirazioni

Uno di quei film che mentre svuoti la vescica durante l’intervallo ti fanno riflettere su quanto visto e su cosa potresti aspettarti nella seconda parte, su come potrà mai finire, (cosa che per un film è sempre un bene) salvo poi assistere ad un finale un po’ sotto le aspettative. Dà l’idea insomma di essere stato riadattato inizialmente con entusiasmo, poi con fretta e distrazione. Forse Villeneuve era troppo distratto dal pensiero del suo prossimo rischiosissimo progetto, “Blade Runner 2049” (ho i brividi solo al pensiero). Forse “Arrival” era solo un banco di prova in vista del sequel del famoso film di Ridley Scott. Viene da pensarlo perché ad un occhio attento, anche “Arrival” risulta un sequel, o forse meglio dire un remake: nell’anima del film e nella risoluzione della sua trama infatti c’è molto di “Interstellar”.

Penso al rapporto padre/madre-figlia, e al loro amore che trascende le dimensioni e grazie al quale il/la protagonista trova la forza ed intuisce la soluzione al problema. Forse è anche a causa del potente film di Nolan, che “Arrival” perde qualche punto, sembrando una clamorosa citazione, più che un film con una propria forte identità. O forse la verità è che anche Nolan aveva letto il racconto di Ted Chiang, ma si sa: “chi prima arriva meglio alloggia”.

La garanzia di Villeneuve

Ma insomma vale la pena vederlo? Sì, perchè almeno la mano personale di Villeneuve si riconosce: si avverte quel senso di isolamento, solitudine, inermità, introspezione, presente anche in “Prisoners” o “Sicario”, film sicuramente più personali, meno legati alle consuetudini hollywoodiane e perciò meglio riusciti. Film da vedere assolutamente per poter meglio apprezzare il regista ed il suo “Arrival”, perché se doveste giudicarlo solo da questo film, forse trovereste poco di originale e veramente nuovo, se non alcune interessanti riflessioni sul linguaggio e la comunicabilità.

Di certo chi è stato rapito da “Interstellar” apprezzerà anche “Arrival”. Coloro che invece si divertivano vedendo uno scatenato Will Smith fumare un sigaro su un alieno morto, non è sicuro possano venire altrettanto colpiti da un molle Occhio di Falco nei panni di un improbabile scienziato che indaga con una linguista su delle strane creature giunte sulla Terra.

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