One Second: Il censurato amore per il cinema di Zhang Yimou

Sessanta dovrebbero essere i secondi tagliati che hanno permesso a “One Second” di avere il sigillo del Drago Rosso, il lasciapassare della censura cinese che consente ad una produzione la possibilità di partecipare ad un concorso internazionale.

One Second, sessanta secondi, l’importanza dell’immagine cinematografica

One Second

Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Yan Geling, il film fu ritirato a due giorni dalla Berlinale 2019 per presunti “problemi tecnici“, si è discusso negli ultimi mesi riguardo ad una possibile battaglia di Zhang Yimou per poter avere una distribuzione internazionale festivaliera oltre alla spendibilità del film nella finestra cinematografica locale ed oltretutto un possibile reshoot nella remota Dunhuang, ai confini col Deserto del Gobi. Che paradossale ed amara ironia per un film come “One Second“! Così stolido nel trattare la potenza dell’immagine e l’importanza anche di ogni singolo secondo di un film, ed esser legato ad una vicenda in cui diventano fondamentali la valenza dell’immagine di un determinato argomento e l’importanza di quel secondo in più o quel secondo in meno, specialmente quelli rimossi. In questo caso relativi ad una presunta rappresentazione “inadeguata” della Rivoluzione Culturale Cinese.

In “One Second“, la risposta sta tutta in un cinegiornale. Per l’esattezza il cinegiornale numero 22, proiettato assieme al film del 1964 di Wu Zhaodi, “Heroic Sons and Daughters“. In un contesto storico post Rivoluzione Culturale, Zhang Yimou lega questa bobina a due personaggi ed una comunità guidata da un proiezionista, recuperando un’umanità, una delicatezza (ed anche sorprendente ironia), che mancavano prepotentemente negli ultimi film di Yimou, nel racconto dei protagonisti.

A Ciascuno il suo Cinema

One Second

Ciascuno di loro ha una ragione per essere interessato a quel nastro. La giovane orfana Liu è alla ricerca di materiale per poter ovviare alla spaccatura della lampada abbellita con frammenti di pellicola del fratello più piccolo. Mr. Movie, il proiezionista, e, sostanzialmente, guida politica di un villaggio sperduto nel deserto, si avvale della bobina e di altri film propagandistici per ammaliare ed evadere dalla difficile realtà gli abitanti del paese, nonché a farsi aiutare dagli stessi cittadini a ripulire con attenzione metri di pellicola 35mm districandoli e restaurandoli. Zhang Jiusheng, invece, è fuggito da un campo di lavori forzati ed è intento a ritrovare la bobina per poter rivedere per “un secondo” sua figlia 14enne, allontanata dal governo per la cattiva condotta paterna.

Con “One Second“, Zhang Yimou dirige un film molto sentito, autobiografico su molti aspetti. Un pregnante ritorno al passato sia dal punto di vista filmico che storico, per raccontare appunto una storia, inquadrata ai tempi della Rivoluzione Culturale Cinese, ed incentrata sull’amore del regista per il cinema, in un remoto villaggio nel deserto dove convergono le storie di Zhang Jiusheng e dell’orfana Liu. La sofferenza e la povertà alleviata dalle proiezioni dei film. Un modo per ispirare piccoli momenti di speranza e infondere sollievo in una situazione drammatica. Anche se questi di stampo propagandistico.

L’Amore per il Cinema

One Second

La nostalgia non sta nel periodo storico quanto proprio nel cinema. Nell’esperienza condivisa in una sala con un gruppo di persone. E soprattutto su cosa può offrire il cinema a ciascuno di noi. Nelle storie del fuggitivo, dell’orfana, e in aggiunta il contesto in cui si muove l’amministratore del villaggio, Zhang Yimou rintraccia una triplice significazione del cinema a cui è affezionato. La sua componente tattile, la celluloide, la materia prima per la lampada rotta del fratello della giovane Liu. La valenza politica dell’immagine cinematografica per preservare il ruolo acquisito da Mr. Movie ed il sollievo degli spettatori. L’affezione che un’immagine cinematografica può infondere ad un individuo attraverso un singolo frammento, un ricordo lontano impresso in un secondo.

La forza dell’immagine cinematografica è tale che un cinegiornale, il cinema, diventa priorità tanto personale, quanto culturale e storica. Un porto sicuro, un rifugio di fortuna, un rito nel quale i cittadini procedono ad assistere un film come in una messa e loro credenti di una fede collettiva. Un dono ed, allo stesso tempo, uno strumento della nostalgia. Uno strumento per poter contrastare un deserto anche esistenziale. Un mezzo per poter rievocare vite precedenti perché strappate via e rubate ai personaggi in scena, come la vita di Jiusheng. Ed il fatto che in paesaggi desertici, desolati e fatiscenti, siano le sequenze in “sale cinematografiche”, i soli momenti di sollievo, momenti in cui vedere una moltitudine di persone, pronte a vedere un film, la dice lunga non solo sull’amore di Zhang Yimou per il cinema ma anche l’esaltazione della dimensione sicuramente individuale ma anche comunitaria dell’esperienza cinematografica.

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