Midnight Mass – Recensione della nuova serie Netflix

Dopo il successo di Hill House, Mike Flanagan torna alla macchina da presa con Midnight Mass, miniserie horror targata Netflix. Nonostante la pubblicazione a ridosso del successo di Squid Games, l’opera del regista di Doctor Sleep (2019) è riuscita comunque a guadagnarsi una fetta di pubblico. Basti leggere gli entusiastici commenti dei più svariati gruppi in rete: l’orrore anti-spettacolare di Flanagan, i momenti di più smaccato lirismo, le sequenze dal gusto onirico convincono (stranamente) anche il grande pubblico, e non vi è dubbio al riguardo. Saranno riusciti tuttavia a convincere anche noi?

Riley Flynn (Zach Gilford) è un giovane di belle speranze giunto nel continente per cercar fortuna. Distaccatosi di sua sponte dalle radici familiari, che affondano nella miserevole isola di Crockett, diviene ben presto vittima di un iter giudiziario che lo condanna al carcere per omicidio stradale in stato di ebrezza. Scontata la pena, e tormentato dalle sempre più frequenti allucinatorie visioni della ragazza cui ha tolto la vita, decide di tornare mesto mesto al focolare domestico. Ad accoglierlo però, non vi è lo sperato calore familiare, ma la freddezza ed il distacco idiosincratico di chi, dall’alto del suo cieco, fermo e rigoroso bigottismo, non può far altro che giudicare. Ed è proprio questo folle attaccamento alla fede religiosa ad aver corrotto la pacifica e desolata isola; ove lo sceriffo Omar Hassan (Rahul Kohli), uomo di legge, detentore per antonomasia della giustizia in terra, non riesce paradossalmente a farsi rispettare in quanto musulmano; ove Erin Greene (Kate Siegel), “rea” di essere una madre single in dolce attesa, non ottiene il minimo sostegno dalle compaesane, capaci solo di criticare la sua condotta di vita; ove Riley infine, per il solo fatto di essere un pregiudicato, viene emarginato, malvisto, diviene indesiderato e “pericoloso”.

Questa condizione di isolamento ideologico prima e sociale poi, porta Riley a maturare una posizione di ben più maturo ateismo, ben lontano dal manicheismo galoppante della comunità isolana. L’arrivo di un nuovo parroco, tale padre Paul (Hamish Linklater), sconvolge tuttavia tanto la cittadinanza quanto la granitica posizione di Riley, fermo nel suo totale rifiuto di qualsivoglia dogmatismo religioso: il giovane nuovo prete travolge difatti la diocesi con il suo frizzante carisma trascinando in chiesa anche chi – fino a qual momento – era ben lontano dal cammino cristiano. Ma non è il solo suo charme ad incantare le folle: padre Paul inizia difatti a compiere i più disparati miracoli, guarendo i più complessi casi clinici dell’isola. Tuttavia, anche la più forte ed abbagliante delle luci produce un cono d’ombra, ed è lì che si nasconde la vera natura dell’ingenuo prete, incapace di scindere appieno il bene dal male, gli angeli dai demoni. Ed è proprio per un bene superiore, per il bene comunitario, che Paul condannerà i biechi abitanti di Crockett Island, sempre più votati all’acritica ubbidienza e, peraltro, più votati al peccato.

La storia che Flanagan ci propone si presta bene ad un’analisi ben più approfondita di quella che in questa sede, per evitare di svelarvi troppo, possiamo permetterci. La vicenda narrata in Midnight Mass gravita attorno a due tematiche principali: il rapporto tra l’uomo e la religione, e tra l’uomo e la morte. Due macro-argomenti che da loro riuscirebbero a riempire interi paragrafi di questa nostra modesta opinione, ma che trovano nell’opera di Flanagan terreno fertile per essere analiticamente sviscerati, approfonditi, per intrecciarsi tra loro e per lasciare allo spettatore, in fin dei conti, più dubbi che certezze.

L’approccio di Flanagan a questioni di tale caratura è di certo atipico. Alla spettacolarità visivo-narrativa Flanagan contrappone una ricercatezza stilistico-dialogica, fatta di lunghi movimenti di macchina, long shot, immagini dalla composizione minimalista e da una generale raffinatezza nella composizione del quadro (nonostante alcune aberrazioni riscontrabili nell’uso di taluni fondali CGI di opinabile qualità). Il lirismo che aleggia nelle tinte fosche di un fotografia cupa e desolante si incarna anche nella scrittura dei dialoghi, sempre corposi e funzionali ad un’analisi filosofica ed antropologica di indubbio valore, che mai ci saremmo aspettati in un’opera che si impone nel mercato quale prodotto di genere. Se da un lato questa contaminazione dell’horror con una dimensione più retorica suscita in noi un indubbio interesse per via della sua singolarità autoriale, dall’altra ci porta a recriminare una deriva intellettuale che risulta spesse volte fastidiosamente verbosa e anticlimatica.

Se vi è infatti una critica da muovere senza remore a Midnight Mass, è proprio il ritmo altalenante di una produzione che non riesce a dosare bene gli spunti più riflessivi e i momenti invece più concitati. Ciò che ci è parso di ravvisare nell’opera di Flanagan, è un fastidioso annacquamento di una storia che – senza problema alcuno – avrebbe funzionato sicuramente di più se non in una versione filmica, comunque in una serie da meno episodi. L’effetto di questo forzato allungamento narrativo è l’inevitabile prevedibilità di molti colpi di scena, intuibili già dalle primissime battute, oltre ad una dilagante staticità nei primi episodi: vero e proprio scoglio da superare per giungere infine al succo di un prodotto non per questo debole.

Commento finale

Midnight Mass è una serie di sicuro interesse, in grado di sviscerare con arguzia e raffinatezza temi sensibili quali il rapporto dell’individuo con la morte e con i dogmatismi religiosi. Nonostante un ritmo a tratti altalenante, eccessivamente lento in alcuni suoi punti, Midnight Mass riesce a costruire con garbo il gotico affresco di una cittadina alle prese con il fanatismo della peggior specie, preda delle più disparate paure e vittima di un’oscurità consumante che la divora dall’interno. Flanagan firma la sua opera forse più registicamente matura, muovendo con gusto la macchina da presa tra le sterrate stradine di una città in rovina. Peccato solo per l’utilizzo un poco infelice di alcuni fondali in green screen, in grado di smascherare la macchina-cinema ed infrangere la sospensione dell’incredulità.


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