Marco Ferreri: il visionario senza gloria.

Marco Ferreri

L’11 Maggio del 1928 nasce Marco Ferreri. Dei primi anni milanesi poco c’é da sapere, se non degli studi universitari precocemente abbandonati in favore di alcuni lavori come regista pubblicitario.
I suoi iniziali approcci cinematografici sono tutt’altro che scontati. Nel 1950 produce “Cronaca di un amore (film d’esordio di Michelangelo Antonioni). Conosce poi il cinefilo Riccardo Ghione, con il quale intraprende l’ambiziosa e sfortunata avventura della rivista Documento mensile.

Il giovane comincia ad avvertire nella censura italiana un certo “maccartismo”. Decide paradossalmente di fuggire in Spagna nel 1956. Prima come venditore di obiettivi Totalscope, per poi passare alla regia con “El pisito (1958), “Los chicos (1959) ed “El cochecito (1960). Il trittico iberico é segnato dalla collaborazione con lo scrittore Rafael Azcona e gli frutta un solido riconoscimento critico, sotto il segno di un’apparente aderenza all’estetica e ai temi del neorealismo italiano.

Marco Ferreri comincia a farsi padrone del suo personalissimo e coerente stile. Uno stile capace di unire un esasperato realismo scenografico a una misurata dose di commedia nera per scoprire la maschera di pazzia che si cela dietro al quotidiano, pur privilegiando un discorso esistenziale più che socio-politico (siamo negli anni della dittatura franchista).

Ferreri e la commedia (1963-1967)

Mi dicono che nei miei film l’uomo e la donna non si parlano più. Ma si sono mai parlati? La parola é comando, non comunicazione. Le donne non sono mai state padrone della parola, bensì dei sentimenti e della fantasia.

Marco Ferreri

Marco Ferreri rientra in Italia nel 1960. Il paese sta già cominciando ad assorbire i cambiamenti del boom economico ed è in un contesto produttivo che sostiene sia il registro popolare della commedia di costume, che quello dei nuovi autori.

La sua mimetica abilità di sapersi muovere entro i codici del cinema di genere lo aiuta a imporre il gusto per il grottesco e la commedia nera nei vari film collettivi a episodi e soprattutto in “Una storia moderna: l’ape regina” (1963). Il film inaugura una poetica che fa della fedeltà e ricorrenza di nuclei tematici solidi il punto di forza.
Pur soffocato dalla censura italiana, il regista mette in scena i timori verso l’oppressione cattolica e le nuove dinamiche tra uomo e donna. Il maschile vive una vera e propria regressione in favore di un femminile sempre più autonomo e animalesco, (quasi) cannibale.

Da preda l’uomo si fa cacciatore e seduttore nell’immensa favola sinistra de “La donna scimmia (1964). E’ la storia di una ragazza ricoperta di peli che diventa attrazione esotica, prodotto di consumo della marcia società dello spettacolo.
Il primo Ferreri é contraddistinto da un intelligente e funzionale naturalismo che si piega al riutilizzo metaforico dei linguaggi cinematografici, ma la ricerca formale diviene sempre piu’ sofisticata e sperimentale.

Dopo il poco riuscito “Marcia nuziale” (1966), attua una svolta estetica fondamentale nella commedia rosa “L’harem (1967). Porta avanti un discorso sulle crisi dell’uomo moderno e sulle difficoltà di riconoscimento sociale della donna, vittima dell’inadeguatezza di un sistema patriarcale che perde le proprie certezze.

Rivoluzione e apocalisse (1969-1972)

I film non vogliono dire niente e l’essere coerenti non vuol dire essere rivoluzionari. E’ sempre una protesta borghese. Possiamo fare solo gli sciacalli di un mondo che va distruggendosi. Film positivi però non se ne possono fare.

Marco Ferreri

Dopo la tormentata esperienza di “Break-up” (uscito solo in Francia nel 1968) Marco Ferreri si fa sempre più regista solitario. Un escluso dalle grandi produzioni e voce tragressiva di un Cinema che crede nella sperimentazione narrativa e visiva.

Il suo approccio al ’68 non può che essere anticonvenzionale, come testimonia il capolavoro “Dillinger é morto” (1969). Il borghese interpretato da Michel Piccoli é la maschera di una società che consuma nell’alienazione gli ultimi attimi di piacere. Di un maschio ufficialmente regresso alla dimensione infantile. Un meccanismo di difesa verso una Donna irraggiungibile e impenetrabile.

In Dillinger il cibo, il sesso, la vita e la morte hanno un gusto freddamente pop. Così come ne “Il seme dell’uomo” (1969), apologo fantascientifico che non risparmia nessuno e condanna l’umanità a farsi museo di sé stessa per sopravvivere.

Quelle di Marco Ferreri sono opere dalla densa e sofisticata sperimentazione figurativo-narrativa, ma sono sempre e comunque storie di uomini comuni, che condividono le paure e le angosce del vivere quotidiano. Quindi “L’udienza” (1971) parla a un pubblico molto più ampio di quanto non sembri. Dal modello de “Il castello” kafkiano mette in scena la ricerca della verità. Questo in quanto il tormentato Amedeo (intepretato da un eccellente Enzo Jannacci) avrebbe una domanda da rivolgere al Papa, ma la Chiesa si presenta come corpo inaccessibile e gli nega ripetutamente l’ingresso nei sacri spazi vaticani.

Abbandonato alla sua virilità perduta e ai dubbi spirituali irrisolti, i maschi di Ferreri sono antieroi disperati che non riescono mai a venire a contatto con la realtà. Trovano rifugio solo nelle immagini, nella finzione e nell’isolamento, come conferma anche il meno riuscito “La cagna (1972).

La stagione nichilista (1973-1978)

Non esiste una nuova speranza, semmai una nuova angoscia. L’origine di questa angoscia é la falsa costruzione di un mondo che non esiste più. Dunque ci si sente orfani di una società che ci ha partorito. Prima di parlare di società bisogna che l’uomo abbia voglia di fare un discorso sull’uomo.

Marco Ferreri

La personalità del meneghino é incontenibile. Perfino il film più famoso e premiato riesce a scuotere l’elité intellettuale alla quale si rivolge. “La grande abbuffata (1973) é un possibile succo essenziale del suo cinema, avendo il merito di dare una forma coerente a tutte le ossessioni ferreriane.

Spenti gli ardori rivoluzionari degli anni Sessanta, ai personaggi non resta che affogare in un rito funereo che celebra la società dei consumi fino all’annientamento dell’individuo. Il quale spende le proprie energie vitali tra lo spreco del cibo e del sesso, incarnato da un prosperoso e materno angelo femminile di morte.

Se in apparenza il regista sembra aver detto tutto, i film che seguono confermano la grandezza di un artista instancabile, dell’esigenza di mettersi continuamente in discussione. Dal delirante tentativo di scardinare i codici del western americano in “Non toccare la donna bianca” (1974), alla ricerca formale tra il poetico e il materiale de “L’ultima donna” (1976). Si riconosce sempre il tocco dell’autore che si dibatte contro il suo stesso percorso, in attesa di scoprire nuove vie espressive.

Il risultato di tutto ciò é il magistrale “Ciao maschio (1978). Pellicola metafisica, profetica ed apocalittica allo stesso tempo. In essa il mito del Cinema ed il mito del Maschio dialogano con il calore umano con cui Ferreri racconta gli sconfitti contemporanei. “Non un uomo, non una scimmia. Un essere riuscito a metà”, la pellicola oscilla ambiguamente tra un addio definitivo all’Uomo e una sua possibile rinascita, ma il futuro in ogni caso é nelle mani della Donna.

Con Ferreri o contro Ferreri (1979-1986)

Il mare é nostra madre.

Marco Ferreri

Il mare, scenario da sempre suggestivo, ricopre un ruolo simbolico decisivo nell’opera di Ferreri già dagli esordi. Con “Chiedo asilo (1979) esso ritorna ossessivamente come punto di arrivo finale dei suoi grotteschi e tragici personaggi. Il maschio fragile é interpretato perfettamente dall’attore-maschera per definizione, Roberto Benigni. Si fa carico degli storici discorsi sulla regressione infantile e sul dualismo uomo-donna, per un film letteralmente impossibile da riassumere.

La tecnica narrativa del decoupage, l’andamento episodico che lavora per analogie simboliche, fisiche e figurative si aggiunge al bagaglio artistico del regista, riproposto nel lirico e disperato “Storie di ordinaria follia (1981), tratto dai racconti di Charles Bukowski. Film claustrofobico, solo superficialmente freddo o distaccato. E’ l’ennesima storia di maschi-artisti regrediti e di donne-fantasma, amanti, madri, vittime ma sempre e comunque miraggi di salvezza.

Il femminile trova riscatto nel dittico composto da “Storia di Piera (1983) e “Il futuro é donna (1984). Questi tuttavia segnano anche una sua sostanziale rottura con la critica italiana. Questo periodo ci dice della vigorosa fame di esplorare nuovi territori espressivi, ma i segni di stanchezza e ripetitività sono evidenti.

Marco Ferreri li accetta come parte indissolubile del suo vedere e sentire il mondo. Questo tanto da tradurre il tutto nell’assurdo e splendidamente imperfetto I love you” (1986).
Un uomo s’innamora di un portachiavi che risponde al fischio del propietario con una sensuale voce femminile che dice appunto “I love you”. Quasi un melodramma demenziale nel quale ci viene raccontata una storia che già sappiamo e che già abbiamo visto. Tanto che lo stesso protagonista risolve la vicenda dopo aver visto alla tv le immagini di Dillinger é morto. Marco Ferreri é imprigionato in Ferreri e non ha intenzione di fermarsi.

Ciao carne, addio carne (1988-1996)

Credo sia abbastanza necessario ricordarci che dobbiamo morire. Io vorrei ricordarmelo in funzione liberatoria.

Marco Ferreri

Marco Ferreri é sempre stato un regista politico. La pellicola più esplicitamente politica é “Come sono buoni i bianchi!” (1988), feroce critica all’ipocrisia delle missioni umanitarie occidentali in territorio africano. Il sistema dei valori é incrinato quanto la condizione maschile, che vede nel deserto il ritorno a una dimensione rozzamente primitiva, tenuta nascosta dalla stabilità della coppia.

Un film sulla coppia e sul corpo (i bianchi sono “buoni” letteralmente…) come il successivo “La carne (1991), apologo definitivo della crisi della virilità. La macchina da presa sempre ferma, l’episodicità della narrazione e il gusto divertito per l’autocitazione sono i pilastri estetici di un’opera che celebra l’erotismo come atto di macabra e religiosa disperazione.

Il premio di maggior prestigio della carriera arriva inaspettatamente con “La casa del sorriso (1991). Un film sulla vecchiaia e su corpi che ricercano nel piacere fisico gli ultimi attimi di gioia. L’Orso d’Oro sembra dare linfa vitale alla creatività del maestro. “Diario di un vizio (1993) é un immenso prospetto di una nuova possibile idea di Cinema, fondata sul riesumare pratiche linguistico-figurative da cinema muto e da un montaggio che sovverte la linearità e le coordinate del racconto classico. Il tutto portando avanti temi, figure ed ossessioni personali, ma forse l’illuminazione arriva troppo tardi.

Nitrato d’argento (1996) é il testamento nel centenario della Settima Arte. E’ anche l’addio malinconico a un Cinema che non esiste più come atto collettivo ed esperienza fisiologica.

Il 9 Maggio 1997 si spegne uno dei maggiori registi italiani, il più dimenticato e con meno seguaci (nessuno).
Il suo é un Cinema che guarda dritto in faccia la miseria contemporanea. Che dà forma ai segni di questa apocalisse, ma con lo sguardo affettuoso di chi prospetta una rinascita dell’umanità.
Forse é vero che il Cinema non serve a niente, ma Ferreri stimola sempre e comunque una reazione negli occhi di chi ha il coraggio di Vedere.

FILMOGRAFIA (in evidenza in miei preferiti):

– L’appartamento (El pisito) (1958)
– I ragazzi (Los chicos) (1959)
– La carrozzella (El cochecito) (1960)
Una storia moderna: l’ape regina (1963)
– La donna scimmia (1964)
– Break-up (L’uomo dei cinque palloni) (1965) – uscito nel 1968
– Marcia nuziale (1966)
– L’harem (1967)
Dillinger é morto (1969)
– Il seme dell’uomo (1969)
– L’udienza (1971)
– La cagna (Liza) (1972)
La grande abbuffata (La grande bouffe) (1973)
– Non toccare la donna bianca (Touche pas à la femme blanche) (1974)
– L’ultima donna (La derniere’ femme) (1976)
Ciao maschio (Bye Bye Monkey) (1978)
– Chiedo asilo (1979)
– Storie di ordinaria follia (Tales of Ordinary Madness) (1981)
– Storia di piera (1983)
– Il futuro é donna (1984)
– I love you (1986)
– Come sono buoni i bianchi! (Los negros tambien comen/ Y’a bon les blancs) (1988)
– La casa del sorriso (1991)
– La carne (1991)
– Diario di un vizio (1993)
– Nitrato d’argento (Nitrate d’argent) (1996).

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