Gli Oscar sono per me una tradizione. Non importa ciò che debba fare la mattina dopo, non importa lo stato di semi-zombie che mi accompagna per l’intera visione della cerimonia. Sono anni che la vedo in diretta e che esulto e mi dispero per i film premiati e candidati. È un giorno sacro, per me, che vivo con rituale solennità. Posso affermare, quindi, dall’alto della mia esperienza decennale che fa di me un soggetto altamente qualificato per sparare a zero su uno spettacolo di questa dimensione e portata, che questa sia stata la peggiore cerimonia degli ultimi anni.

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Una cerimonia che (non) si presenta da sola

La domanda che tutti ci siamo posti in questi mesi è come il virus avrebbe intaccato l’organizzazione di questo evento. La soluzione è presto detta: gli ospiti sono stati sparsi in varie salette per evitare assembramenti e le esibizioni delle canzoni candidate sono avvenute prima della cerimonia, all’aperto. Qualcuno è rimasto a casa propria e si è collegato via video, come Sacha Baron Cohen e Isla Fisher. Fermi e sorridenti, la coppia sembrava un cartonato appiccicato su un video di repertorio di una vista panoramica della città di Sydney. Magnificamente a disagio. Tutti i presenti in sala, invece, sono stati vaccinati o hanno fatto un tampone risultato negativo, come ci ha informato Regina King, che ha aperto la serata. Entra con una falcata sicura e sensuale, inseguita dalla camera in un long take, arriva sul palco trionfale ed inciampa proprio all’ultimo. Iconica. Ho sperato che il suo monologo iniziale valesse come consacrazione a presentatrice di tutta la serata. Ho sperato invano. Anche quest’anno, nessuna voce a fare da collante ai vari premi, solo una serie di volti che si alternano nell’assegnazione delle statuette. E già qui subentra il primo errore di questa noiosa e lunga serata.

Oscar
Regina King contenta di non essere caduta in diretta mondiale

Se per necessità il tuo show deve essere privo di momenti musicali e i tuoi ospiti devono essere sparpagliati in tutto il mondo, perché non inserire una personalità divertente e spiritosa a rallegrare un po’ la situazione? I premi sono stati assegnati senza alcun ordine logico, presentati senza particolare verve, in un clima privo di brio. Un tentativo di (ri)animazione arriva a due terzi della serata. Momento quiz, una parentesi che pare un misto tra l’Eredità e il Dr Why. Gli ospiti imbarazzatissimi (ma mai imbarazzati quanto me costretta a guardare) ascoltano una canzone e poi provano ad indovinare se questa abbia mai ricevuto o meno una candidatura o una vittoria agli Oscar. Alti livelli di intrattenimento. Per fortuna (o per disgrazia, difficile a dirsi) è Glenn Close a ricevere la terza domanda e conclude questa parentesi quiz twerkando sulla canzone Da Butt. Ci è voluta una 74enne per ravvivare la serata.

Glenn Close è l’anima della festa

Che fine hanno fatto i video editor?

Se le restrizioni date dal virus possono spiegare alcune mancanze, non trovo nessun collegamento tra queste e il drastico taglio di budget che (ipotizzo) ci sia stato per i montatori video. L’In Memoriam è stato probabilmente mandato per errore a velocità doppia. Così non fosse, risulterebbe inspiegabile il motivo per cui alcuni nomi sono apparsi così velocemente sullo schermo. Mi rifiuto di pensare che sia stato fatto di proposito per guadagnare tempo a scapito di un omaggio dignitoso a chi ci ha lasciato. Altro sintomo di un licenziamento di massa nel reparto montaggio è la mancanza dei consueti video introduttivi di categoria. Spesso realizzati con delicatezza e originalità, quest’anno sono stati assenti, se non per poche eccezioni. Non abbiamo riascoltato le colonne sonore, rivisto i costumi, non ci hanno deliziati con spezzoni delle grandi interpretazioni date dagli attori. Hanno preferito inquadrare i candidati presenti in sala. Forse l’emozione di averli lì era troppa e non volevano perdere neanche un’occasione per far notare al pubblico a casa che, sì, c’era effettivamente qualcuno in quello studio silenzioso e addobbato con dubbio gusto (le lampade decorate con il simbolo degli Oscar sono un dettaglio squisitamente trash ed egoriferito).

L’In memoriam che andava di fretta

And the Oscar goes to… not Chadwick Boseman

Il punto più basso di un’organizzazione raffazzonata lo raggiungiamo con il concludersi della serata. In barba alla tradizione e al buon senso, si decide di stravolgere la scaletta e di concludere non più con l’assegnazione del premio Miglior Film, ma con le statuette ai due attori protagonisti. Con la miglior interpretazione maschile, per la precisione. Il motivo non è confermato, ma ipotizzabile: pareva scontato che la vittoria andasse al compianto Chadwick Boseman. Un premio che sarebbe stato assegnato tra applausi a scena aperta, standing ovation, lacrime. Ci si aspettava di terminare in bellezza. E invece.

Anthony Hopkins

E invece, guarda caso, per organizzare cerimonie importanti come questa, non si dovrebbe dar conto ai bookmakers. Non si dovrebbe dar per scontato vittorie, ma agire prudentemente e con buon senso. Il rischio nel non fare ciò? Concludere con Joaquin Phoenix che annuncia la vittoria non di Boseman, ma di Hopkins, che non solo non è presente in sala, ma non è neanche disponibile per un collegamento video. Phoenix, che è famoso per non gestire bene l’ansia e il pubblico, recita la solita frase di circostanza in cui afferma che Anthony accetta il premio e poi passa la parola al dj presente in sala. Che dà la buonanotte e chiude la serata. Cinque secondi di assegnazione finale, un’atmosfera totalmente anticlimatica, la sensazione cocente che non doveva andare così. Non perché Anthony non si meriti l’Oscar, anzi, mi stupisce la rinnovata voglia dell’Academy di premiare chi se lo merita veramente (da quando? Perché Amy Adams è ancora senza statuetta, allora?), ma perché è evidente che il pubblico si aspettava altro. La serata stessa è stata pianificata per altro. Così, l’Oscar ad Anthony, è passato quasi come un errore. Io stessa ho pensato che il morbo Warren Beatty avesse colpito Phoenix, portandolo ad annunciare il nome sbagliato. Fa rabbia constatare che ricorderemo l’Oscar a un grandissimo attore come “quella volta che avrebbe dovuto vincere Boseman”.

Tutto (o quasi) all’insegna della meritocrazia

In questa marea di errori e scelte sconsiderate, c’è da ammettere che si è tenuta una cerimonia stranamente meritocratica. La distribuzione dei premi è stata ordinata, meticolosa, un po’ come quando dividi la calza della befana con il tuo fratellino: ripartizione equa, ad ognuno il suo. Festeggiamo il secondo (due su novantatré e non dico altro) Oscar a una regista donna, nonché primo a una donna non caucasica, i due premi alla sceneggiatura giusti che più giusti non si può, il trionfo del film di Thomas Vinterberg (che lo dedica alla figlia deceduta in un discorso veramente toccante), le due statuette a Mank, che rischiava di tornare a casa a mani vuote. Mancava l’Oscar al montaggio a Il Processo ai Chicago 7 per raggiungere la perfezione, ma si è capito che quest’anno l’Academy ha avuto qualche problema con questa professione. I miei due momenti preferiti della serata, però, mi sono regalati da due coreani.

Chloé Zhao entra nella storia

I coreani conquistano gli Oscar e il mio cuore

La prima che voglio citare è la vincitrice all’Oscar alla Miglior attrice non protagonista, Yuh-Jung Youn. La signora si lancia in un discorso vagamente fuori luogo, e per questo spassosissimo, su quanto sia fortunata ad aver vinto contro Glenn Close che, poverina, ci prova da una vita, e sul fatto che abbiano continuamente pronunciato il suo nome in maniera sbagliata. La parte migliore, però, è quella in cui si lascia andare in apprezzamenti verso Brad Pitt, palesemente più felice di aver conosciuto il divo belloccio, piuttosto che di aver vinto l’Oscar. Lei, Chloé Zhao e Frances McDormand segnano un graditissimo trionfo dell’anti-diva, mostrando come tipi diversi di bellezza e stile possano convivere con quelli più canonicamente Hollywoodiani.

Il secondo coreano del mio cuore è sempre lui, Bong Joon-ho, il regista di Parasite. Presenta il premio Miglior Regia e lo fa nella sua lingua natia, un po’ subito tradotto dalla sua interprete e un po’ accompagnato dai sottotitoli che lui stesso, durante la scorsa edizione, definiva necessari per conoscere il cinema a livello mondiale. La regia del suo intervento è tipicamente sua: fluida, coordinata, elegante. Conclude il suo momento mostrando in camera la busta aperta con il nome di Chloé Zaho, come a voler far sapere a tutti che non c’è stato alcun errore e che, sì, ha vinto proprio lei.

oscar
Grazie per la conferma, Bong

In sintesi, una cerimonia con tanti errori di valutazione e scelte discutibili, i cui unici sprazzi di gioia e divertimento sono nati grazie agli attori che ne hanno fatto parte e non certo per l’organizzazione dell’evento. E poco può essere recriminato al virus, tanto a una mancanza di logica di fondo. C’è quasi da invidiare Anthony Hopkins, che se ne è stato tranquillo a casa sua, circondato dal verde, probabilmente totalmente indifferente a tutto questo. Anthony, tutta la mia stima.

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