Colonie, umani, alieni, androidi e Dei. La saga degli Xenomorfi parte con uno di grandi capolavori non solo di fantascienza (Alien di Ridley Scott), ma dell’intera storia cinematografica. Un franchise lungo decadi, con abbandoni nel corso della propria evoluzione e ritorni in forma di prequel con i due lungometraggi più recenti.

Quattro principali capitoli aprono e chiudono, nel bene e nel male, una tetralogia funzionale e appagante, con notevole differenza in alcune forme stilistiche – dovute sicuramente alle quattro diverse identità dietro la macchina da presa – e con l’idea di un quinto capitolo, affidato a nomi come Joss Whedon, o Tony Scott (purtroppo ormai confermato come progetto abbandonato).

Il ritorno al lavoro di Ridley Scott con la nuova saga porta sicuramente curiosità (Prometheus maggiore incasso della serie). Nascondendo e innovando (ed eliminando quasi completamente elementi sacri per alcuni) senza arrivare a distruggere da tutti i punti di vista la creatura. Teoria che invece potrebbe essere inserita, per poco, nell’ultimo episodio uscito, Covenant, di cui parleremo a breve, e nel terzo del primo filone. Una saga non scostante, sempre attenta a dettagli, ma anche non lontana da rischi (soprattutto tecnici), criticabili in certi punti, esaltanti in altri.

Oggi Cinewriting vi presenta una classifica per potervi orientare non solo su coloro che han reso immortale la serie, ma soprattutto su quelli esposti a limiti estremi dal considerarsi non grandiosi quando presi singolarmente. Alien ha dalla sua anche due crossover con Predator, ma non ne parleremo in questo articolo, essendo capitoli staccati dalla cronologia principale. I sei film sono disponibili completamente su Disney +.

VI. ALIEN: COVENANT, RIDLEY SCOTT (2017)

Gli ultimi saranno i primi non è decisamente utilizzabile nel caso di Alien: Covenant. Ridley Scott lo dirige nel 2017, cinque anni dopo il primo prequel Prometheus. Nonostante confermi la sua appartenenza ad un filone cronologico ormai proprio (riconfermando anche il protagonista Fassbender), il sesto capitolo non convince se non nel prologo e nell’epilogo. L’inizio mostra la nascita di un elemento essenziale, con un duetto Pierce/Fassbender, arricchendo certi punti poco chiari nel capitolo precedente, ma dando per scontato l’approccio ad uno sguardo puramente spiegativo.

La parte centrale risulta un agglomerato filosofico di un cyborg impazzito, appassionato di poeti romantici (tanto da confonderli) e in procinto di realizzare il suo esperimento, la chiave per gli avvenimenti successivi.

Un capitolo più vicino alla saga senza dubbio del precedente, con un plot twist forzato, e prevedibile nella sua realizzazione, ma che porta ad un finale amaro e godibile, grazie anche alla mimica più che discreta di un Fassbender ormai padrone indiscusso del proseguimento del franchise.

Lo Xenomorfo c’è. Questo conta, poiché per lo meno il titolo ritorna agli albori. Ma di come viene utilizzato è conseguenza di scelte ormai indirizzate verso la follia umana (o droide), della sfida agli Dei, alla loro dipartita per mano sia di sé stessi che dalla vendetta di un cyborg difettato. Il capitolo minore della serie sicuramente. A causa di uno sfondo di personaggi poco significativi, con un taglio nettissimo e decisamente insensato di James Franco, a cui poi si pretende l’associazione al dolore nei panni della fidanzata, lontana dal divenir vicina alla Ripley dei primi scontri.

Per quanto ne concerne dalle parole sopra citate, sarebbe anche utile indicare che nessuno (nemmeno questo) può connotarsi come film mediocre, o insufficiente nella saga scritta da più mani nel corso della sua realizzazione. Si può dire che le differenze stilistiche, le scelte di alcuni capitoli, meritano più rispetto ad altre e viceversa. Esattamente analogo alle decisioni forse non così lucide che vedremo nella posizione cinque.

V. ALIEN 3, DAVID FINCHER (1992)

All’uscita dei primi due Alien (rispettivamente i capolavori di Scott e Cameron di cui discuteremo), l’uscita di un terzo capitolo doveva, in primo piano, proseguire una coppia di rivoluzioni di genere. Una premessa da dover considerare tra le primarie, soprattutto in ambito seriale.

Il passaggio tra il finale di Aliens e l’inizio di Alien 3 suscita decisamente dubbi su una scelta apparentemente rischiosa e poco convincente, a cui si aggiunge un CGI invecchiato malamente, che anche nei primi novanta non sembrava necessario. Il predatore più letale di Hans Ruedi Giger viene abusato (quasi molestato) da un apporto tecnico che distrugge il senso estetico della prima pellicola di Fincher. Discutendo proprio di lui, le sue inquadrature e la cura della messa in scena sono i dati più salvabili del terzo attacco dello Xenomorfo.

Non mancano elementi, come dicevamo, positivi o accettabili: qui la scena iconica del bacio dell’Alien, a cui si aggiungono elementi d’interesse sul legame tra Ripley e il mondo degli Xenomorfi. Questa e poche altre sequenze forzatamente portate all’attenzione dello spettatore per propria scelta, in modo di dimenticare tutto il resto, soprattutto il confusissimo finale.

L’horror pare svanire in sé stesso, dovuto sicuramente alla novità importata nella pellicola cameroniana, dando maggiore spazio all’azione di secondari caratteristi di cui si desidera solo una frettolosa dipartita. Frettoloso non è ciò che si aspetta dall’epilogo. Dopo il poco chiaro piano per la sconfitta dello straniero letale, i pochi sopravvissuti divengono testimoni di espedienti di sceneggiatura, non assurdi e nemmeno cestinabili, a cui uno spazio maggiore ne avrebbe valso il godimento.

Di certo, Alien 3 può apparire un primo tentativo di fuga da una saga, salvata ancora da pochi e sottili apprezzamenti soggettivi. Non il peggiore, ma sull’orlo del precipizio.

IV. PROMETHEUS, RIDLEY SCOTT (2012)

La ricerca delle nostre origini potrebbe portare alla nostra fine. Questo lo slogan promozionale per l’uscita di Prometheus. Il film che, dopo precisamente quindici anni, riporta sul grande schermo il franchise di Alien. Il grande aspetto da cogliere è il ritorno alla regia del primo grande direttore d’orchestra: Ridley Scott. La pellicola è quella che più distoglie lo sguardo. La sua natura di prequel è ben chiara, con limiti comprensivi, per l’attribuzione di un’origine alla causa scatenante degli avvenimenti del primo grande capolavoro. 

Partiamo dal titolo, innanzitutto. L’assenza del nome Alien miscelata alla sua appartenza universale alla saga porta a risultati coerenti, forzati fino ad un certo punto. Decisamente ricchi di un interesse verso i dettagli più minimi che possano collegarsi pienamente al mondo alienano. Gli Dei, i creatori della razza umana, ci vengono presentati come una minaccia pian piano sempre più chiara. Con un’estetica singolare e accettabile e un direttissimo riferimento alla punizione di Prometeo, colpevole di averli sfidati e rubato la loro luce.

Per la prima volta, il pianeta Terra ci viene mostrato, anche se per poche inquadrature, come contenitore di prove d’esistenza di ingegneri – così chiamati dai protagonisti – diretti avi degli esseri umani. La ricerca avida su di loro si tramuta in un viaggio forse troppo pregno di informazioni, con vari riferimenti più nuovi che collegabili immediatamente agli avvenimenti della Nostromo di Ripley.

Il film più separato, ma anche primo capitolo di una nuova plausibile e volenterosa avventura (un po’ rallentata, come dicevamo, da Covenant), a seguito d’un quasi totale distacco dalla prima opera scottiana, iniziata proprio sul pianeta dove è ambientato Prometheus.

III. ALIEN: LA CLONAZIONE, JEAN-PIERRE JEUNET (1997)

Un importante dato a cui non abbiamo ancora fatto riferimento è la presa di coscienza di un genere e l’appartenenza a esso. Come vedremo, prevedibilmente, ai primi due posti di questa Top 6, la saga passa tra generi nuovi e innovati per l’epoca, ma che possono essere sfruttati al meglio nel corso dei capitoli fratelli. Se nel terzo il tentativo di mescolare gli stilemi horror e fantascientifici si sente voglioso, non raggiungerà mai l’equilibrio del quarto capitolo Alien: La Clonazione.

Nonostante non un film fortissimo, la sua terza posizione in classifica è senz’altro dovuta alla miglior fattura rispetto agli altri. Il film di Jeunet (già regista di Il favoloso mondo di Amelie) è risultato di una consapevolezza ormai compresa: non si tornerà mai ai livelli raggiunti con i lavori di Scott e Cameron.

Ha dalla sua anche un cambio di nome dal lato puramente di scrittura. Joss Whedon (The Avengers, Buffy) sostituisce Walter Hill, che si lascia alle spalle un terzo capitolo per poco distrutto. La pellicola e il suo risultato sono l’insieme di tutti gli elementi (esagerati il giusto) presentati con un’atmosfera più leggera, forse a causa proprio del suo non prendersi troppo sul serio. Il ritorno dell’espediente droide ricorda quello del primo Alien: la sua completa assenza (apparente) giustifica perfettamente la sua comparsa.

Le grandi novità sono anche abbastanza accettabili. La clonazione presentata nel prologo storce il naso finché non ci viene ripresentata Ripley. A seguito degli avvenimenti del terzo capitolo, Ellen Ripley si trasforma nell’unione perfetta delle due Ripley del primo e del secondo. Quasi come un omaggio ai due film capostipiti. L’intelligenza, la prudenza e la paura guidatrice di una Sigourney Weaver che illuminava i pochi momenti di luce del primo lavoro scottiano, si mescola ad una creatura nuova, letale e indistruttibile – un po’ come quella nella sequenza dell’ascensore in Aliens Scontro Finale.

Calcolando che la CGI non è molto migliorata, essa non rovina del tutto lo Xenomorfo. Giusto dire che grazie anche all’evoluzione estetica e biologica che il predatore ha nel corso della storia. Presentandosi similmente alla strega del più recente Suspiria, lo Xenomorfo finale è un buon risultato, se si pensa alle critiche del padre designatore della creatura. Una pellicola modesta nonostante tutto. Intrattiene nelle parti più comiche dei personaggi secondari, sicuramente migliorati nella scrittura, anche se comunque in bilico tra la rovina e il culto.

Consapevole della sua natura, Alien: La Clonazione si piazza in terza posizione della saga proprio perché attento a non eliminare del tutto le firme inchiostrate dai primi due capolavori. Si prende in giro in certe sequenze, accompagnando piacevolmente verso un finale non del tutto chiuso, però ben congeniato.

II. ALIENS – SCONTRO FINALE, JAMES CAMERON (1986)

Il primo grande scontro finale, come erroneamente (e non è la prima volta!) diviene comprensibile dal titolo italiano. Non sarà l’ultimo, come ben si può intuire. Se non ultimo scontro, sicuramente il migliore.

Aliens di James Cameron non è solo il secondo capitolo della saga, così come non è ancora all’altezza di colui di cui parleremo più sotto. Definirlo capolavoro è però quasi diminutivo. Cameron scrive, insieme a Hill, e dirige quella definibile tranquillamente come un’evoluzione cinematografica. Non è solo il proseguimento diretto dal primo capitolo, è piuttosto un decisivo upgrade dell’universo Xenomorfo. È sufficiente vederla in questo modo: nella versione Director’s Cut sembra di star vedendo Avatar, Titanic… insomma è come se Aliens fosse il principio stesso della filmografia (dopotutto scarna in direzione) di James Cameron.

Dove la fantascienza è cambiata mescolandosi all’Horror nel precedente capitolo, qui tutte le atmosfere riemergono come superate e migliorate. Mostrandosi come una pellicola che vivrebbe giorni di gloria se presa e studiata individualmente e inserita perfettamente nella saga, come essenziale primo finale. In prima istanza, quella S finale a simboleggiare pluralità è del tutto coerente e spettacolare: una colonia intera di Xenomorfi (qui per la prima volta si sente il termine), molto più aggressiva e presente rispetto al solitario estraneo della Nostromo. Ed è proprio dalla Nostromo che Cameron fa riprendere le redini al tenente Ripley, ora un minimo più consapevole.

Con un espediente alla Interstellar, il tempo passato è di circa sessant’anni da quando Ripley ha ripreso l’ipersonno, portandola alla conoscenza della morte della propria figlia di vecchiaia. Da qui il tenente sta già cambiando. Con un inizio alternato tra l’incidente alla colonia sul pianeta e alla base in cui Ripley si risveglia, Aliens mostra già qualcosa di differente.

Ri(e)voluzioni

La lentezza della narrazione, l’invisibilità del terrore svaniscono ed evolvono in sequenze d’azione fuori dal comune, e fuori dal tempo. L’apporto tecnico non è invecchiato di nulla, con una totalizzante assenza di effetti speciali virtuali e una caratterizzazione di tutti gli elementi precisa, chiara e intrattenente.

Il punto più forte è senz’altro la protagonista e la sua evoluzione. Evoluzione è la parola chiave. Sì, perché a far si che la saga inizi un nuovo suo percorso, è giusto che sia il proprio eroe a cambiare per primo. Si potrebbe parlare ore delle motivazioni autoriali dietro questa pellicola, della sua leggenda d’essere migliore del primo, ma lo spazio è poco in questa che si definisce come una classifica.

Mi limiterò a considerare solo l’aspetto che rende la pellicola dell’86 un capolavoro: la scena dell’ascensore. Difficile definire un film da una sola sequenza, ma questo è il caso. Ripley vuole raggiungere il nido della Regina (di un design spaventosamente gradevole) per salvare i pochi superstiti e distruggere la colonia intera. Ed ecco che la più forte, più intraprendente, più incavolata eroina prende forma.

La sequenza dell’ascensore con cui scenderà nei sotterranei la vede caricarsi sulle spalle enormi armamenti, prepararsi per la battaglia. Una vera e propria salvatrice formatasi dalla paura della morte, dal sue essere risparmiabile e quindi un cadavere che cammina. Una Ripley che si lascia dietro letteralmente la sé del primo, notabile anche dalla sua scelta di abbandonare il gatto che tanto faceva da espediente quasi essenziale del film. Ora è definitiva. Più precisamente, non troveremo mai un personaggio carismatico quanto quello interpretato da Weaver, non solo nella serie di cui stiamo parlando, ma nell’universo fantascientifico.

La seconda posizione è stata selezionata. Aliens è una meraviglia per tutto il cinema. Scuola sia per lo stesso Cameron, sia per chi vorrebbe approcciarsi alla fantascienza mischiata ad azione. Un genere mai morto, e mai più (come in questo caso specifico) tanto autoriale ed importante.

Giusto ricordare che manca ancora una posizione. L’esistenza della pellicola di cui leggerete alla fine è chiaramente la causa principale per cui Aliens pecchi solo per non essere stato il primo capitolo di Scott.

I. ALIEN, RIDLEY SCOTT (1979)

Per quanto prevedibile non solo durante il corso della lettura, la prima posizione se l’aggiudica Alien. Il primo grande capolavoro fantahorror, capostipite del genere che egli stesso ha contribuito a far nascere. Un thriller claustrofobico come pochi. Sapendo rimanere statica nei momenti in cui un qualsiasi altro regista muoverebbe, qui la macchina da presa predilige lenti movimenti, pronti a immedesimarci come parte dell’equipaggio. Si muove invece tra i lunghi corrido della Nostromo, ove la minaccia del parassita incombe, cresce fino a mostrarsi come una creatura implacabile e terrorizzante.

Lo Xenomorfo è la morte stessa che spetta ad ognuno dei passeggeri, umani o meno. Come la morte stessa non la si vede, se non attraverso le immagini associabili ad essa nella nostra mente, l’Alien non si mostra se non quando uccide, grazie anche ad un silenzio tombale lungo tutta la pellicola. L’oscurità delle ombre crea un gioco visivo inquietantissimo, a cui si aggiunge un montaggio per nulla frenetico come si vedrà nei sequel. L’horror respira in ogni angolo, un po’ come un Michael Mayers nelle impercettibili soggettive di Halloween, a partire dall’inizio.

Un prologo che vede il risveglio (o nascita) dei principali interpreti, dandoci un primo assaggio di firme riscontrabili. Per prime le cene con dialoghi frenetici e poco chiari, proprio come una confusione mentale e inerme di un neonato al primo pianto.

Addentrandoci al centro del film, vedremo l’umano la prima cavia, nella sequenza forse più iconica della saga (frutto anche dell’espediente di improvvisazione richiesto agli attori). Infine, la presenza di Ripley. Colei che agisce nel terrore di perdere gli altri prima di sé, che con astuzia e fortuna (questa ci vuole anche) riesce a svincolarsi dal destino indesiderato dell’equipaggio.

Conclusioni

Un lavoro simile era stato fatto qualche anno prima in realtà. Dan O’Bannon scrisse Dark Star (1974), un film di fantascienza con qualche analogia in Alien (come la presenza di un extraterrestre portato a bordo). Nonchè primo lungometraggio di John Carpenter. Un lavoro sicuramente più utile per il risultato raggiunto qui, grazie anche ad un regista capace al suo secondo film di cambiare le sorti della fantascienza e dell’horror.

Alien è un capolavoro inarrivabile. La sua identità solitaria, vagante nello spazio proprio come Ripley e i suoi alleati, lo rende un film di una forza immortale, a lungo raggio dal definirsi invecchiato o superato. La sua ispirazione porterà sempre a risultati interessanti, essenziale per chiunque si approcci al genere (o generi). Scott dirige con una metodologia significante, in cui ogni elemento funziona da contenitore di informazioni e magari supposizioni su una sceneggiatura prevedibile al pari della sua coerenza ed intelligenza. Un film che spaventa anche dopo l’ennesima visione.

Ci inganna con le forme, le luci e le ombre in ogni momento che distraiamo l’attenzione in maniera automatica, poiché la perfezione delle inquadrature e i messaggi veicolati saranno come una sorpresa. Ogni volta sempre più profonda e amara. La crudeltà mostrata è esplicita e indissolubile, come mai ritornerà. Lo schieramento è incentrato sul sopravvivere, come un qualsiasi survival horror moderno, di cui poco si riesce ad aggiungere che non abbia già fatto il suo capostipite.

E voi invece? Siete d’accordo con la classifica? Commentate con le vostre preferenze!

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