Il cinema coreano oggi

La ciclica riproposizione, in ambito occidentale, della nuova, innovativa e crepitante arte filmica orientale è divenuta quasi una vichiana abitudine. A partire dal cinema di Kurosawa, passando per l’ondata di film gongfu e wuxiapian, fino all’hardboiled hongkongese e giungendo al j-horror dei primi del duemila, l’Oriente cinematografico ha avuto modo di ripresentarsi a cadenza decennale senza tuttavia radicarsi nella cultura filmica occidentale. Hanno quindi del tragicomico la smania e la moda che elevano le opere dei cineasti cinesi, taiwanesi, giapponesi o sudcoreani, nell’Olimpo del cinema per poi, dopo qualche anno – giusto il tempo di realizzare un qualche rifacimento hollywoodiano – dimenticarli e tornare dal tanto amato papà Occidente. Una situazione alquanto ìlare, che fa passare il cinema orientale, vera e propria fucina del talento filmico post-duemila, come un costume passeggero, da assecondare per finto intellettualismo e da abbandonare quando il mercato esige altro, perlomeno fino al prossimo fenomeno mediale. Chiunque pertanto abbia gioito del ben più che meritato successo dello splendido Parasite (2019) di Bong Joon-ho all’edizione 2020 degli Oscar, non può di certo gettare la spugna, adagiarsi sugli allori e sperare in un roseo futuro per il cinema sudcoreano. E’ piuttosto indicativo, quanto innegabilmente triste, che il successo dell’opera succitata non abbia avuto un seguito di larga portata. Dal basso della nostra umile e spettatoriale esperienza, non ci pare infatti di aver visto altre pellicole, salvo qualche raro e modesto caso, trascinate nei cinema italiani dal crepitante successo di Parasite. La rinascita di una cultura cinematografica orientale in Occidente non parte da una singola opera, ma da una sempre più fitta capillarizzazione dei prodotti in questione. E’ inutile fare affidamento alle sole opere di Bong Joon-ho, se poi non si ha il coraggio di approfondire una tanto vasta foresta artistica qual è quella sudcoreana, portando alla luce del mainstream le perle di rara bellezza che è in grado di offrirci. Ed è altrettanto inutile, quanto dannoso, lasciare che questi lavori marciscano nel carcere elitista della cinefilia togata e spocchiosa, nella folle paura che la massa qualunquista possa, in qualche modo, rovinare lo statuto d’essai di alcune pellicole, come se il mercato del mainstream sia in grado di inficiare la generale qualità di un prodotto, ove “famoso” è diventato sinonimo di “sopravvalutato”.

Al fine di contrastare tanto la dilagante cinefilia tossica, quanto il più che prossimo dimenticatoio mediatico per queste pellicole, abbiamo deciso di presentarvi cinque illustri figure del panorama filmico sudcoreano. Cinque registi, con annesse opere, che non potete assolutamente ignorare se avete amato, almeno quanto noi, lo splendido Parasite.

Bong Joon-ho alle premiazione degli Oscar 2020

Na Hong-jin

In un climax ascendente di pura poesia filmica, Na Hong-jin ha firmato, in poco più di tredici anni, tre pellicole di eccelso valore artistico. Tre film imperdibili che segnano una parabola cinematografica di rara bellezza. A partire dal suo esordio, l’imperdibile The Chaser (2008), Na Hong-jin ha sviluppato uno stile personalissimo e preziosissimo, dimostrando – ancora una volta – come il genere, e la sua naturale mescolanza filmica, siano in grado di portare alla luce tematiche d’impegno civile e politico, senza tuttavia lesinare sul più puro intrattenimento. Pellicole quali The Yellow Sea (2010) e, soprattutto, il suo vero e totalizzante capolavoro Goksung – La presenza del diavolo (2016), sono state capaci di unire sapientemente la tensione sociale a un gusto più prettamente “ludico“, offrendo un’esperienza fruibile tanto alle masse quanto allo spettatore più ricercato, in un connubio di generi indiscutibilmente unico. Na Hong-jin è di grado di passare con leggerezza e perizia da toni più peculiarmente comici e leggeri, ad immaginari pulp ed orrorifici, senza far mai perdere la preziosissima attenzione da parte dello spettatore. Nel caso in cui siate interessati alla sua filmografia, potete tranquillamente recuperare queste tre pregevolissime perle su Amazon Prime Video.

Un frame dello spettacolare Goksung – La presenza del diavolo (2016)

Kim Ki-duk

Sarebbe quasi sacrilego non ricordare in questa sede, seppur brevemente, la carriera del recentemente scomparso Kim Ki-duk, uno dei maestri – se non propriamente punta di diamante – del cinema sudcoreano e mondiale tutto. Un artista che in appena ventitré anni di carriera ha donato al mondo dell’arte tout court ben ventiquattro pellicole di indubbio valore filmico. A partire dal suo brillante esordio Coccodrillo (1996), passando per veri e propri, quanto indiscutibili, capolavori del cinema, Kim Ki-duk è stato capace di esportare la cultura cinematografica sudcoreana all’Occidente, ottenendo l’approvazione della critica e della stampa estera in più di un’occasione, non riuscendo tuttavia – com’era logico aspettarsi – a far breccia nel marmoreo e stupidamente impassibile mercato del mainstream. Opere quali L’Isola (2000), Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003), Ferro 3 – La casa vuota (2004), L’arco (2005), Time (2006), Pietà (2012), Moebius (2013), Il prigioniero coreano (2016) – per citarne solo alcune – hanno ottenuto negli anni successi sempre maggiori, ritagliandosi una nicchia tanto appassionata quanto non bastevole al più largo successo di pubblico. Kim Ki-duk, nonostante tutto, rimane senza dubbio uno dei più importanti registi di sempre, un autore imprescindibile per chiunque ami la settima arte. Un cineasta tanto peculiare quanto ineluttabilmente talentuoso, che, grazie al canale Raro Video di Amazon Prime Video, o anche Rai Play, potrete approfondire ed amare.

Una scenda de Il prigioniero coreano (2016)

Kim Jee-woon

Kim Jee-woon – senza se e senza ma – è uno dei più interessanti registi viventi. Un artista di rara bravura, con una mano tanto delicatamente poetica quanto cruda e spietata, che in soli nove film si è decisamente imposto sullo scenario filmico contemporaneo firmando capolavori destinati a rimanere nel tempo. Un’opera imperdibile quale Bittersweet Life (2005) mostra e dimostra tutta la rutilante creatività formale e narrativa dell’operato filmico di Kim Jee-Woo, unendo i cupi e mesti topoi del noir melvilliano alla tradizione cinematografica sudcoreana, in una capolavoro estetizzante dal magniloquente impatto visivo, in un vortice di melanconia, violenza e poesia. Un lavoro di pura raffinatezza registico-espressiva che si concretizza a pieno – e soprattutto – nei lavori successivi: a partire dal folle e citazionistico Il buono, il matto e il cattivo (2008), passando per il suo secondo vero, assoluto capolavoro I saw the devil (2010), ove il genere diviene ancora una volta terreno fertile per riflessioni personalmente autoriali, fino a giungere allo stupefacente L’impero delle ombre (2016), Kim Jee-woon dà prova del suo eccelso tocco artistico. Ennesima riprova che il cinema coreano è quanto di più interessante sia in grado di offrirci il panorama filmico contemporaneo. Un autore che, senza ulteriori indugi, dovete assolutamente recuperare, e che potrete trovare facilmente su Amazon Prime Video.

L’impero delle ombre (2016)

Park Chan-wook

Quando si approccia per la prima volta il cinema sudcoreano è impossibile non imbattersi, quasi immediatamente, nel truculento cinema di Park Chan-wook. Che siate fini degustatori di cinema dalla puzza sotto il naso, o spettatori generalisti in cerca di adrenalina filmica, non potrete non amare alla follia l’irrinunciabile Old Boy (2003), simbolo e sintomo della filmografia tutta di Park Chan-wook, un’opera irrimediabilmente martoriata da un remake americano, ad opera di Spike Lee, di dubbio gusto. Come non citare quindi, seppur fugacemente in questa sede, la splendida trilogia della vendetta – composta da Mr. Vendetta (2002), il già citato Old Boy (2003) e Lady Vendetta (2005) – con cui Park Chan-wook diviene, dopo i suoi tre primi e meno conosciuti film, un autore unanimemente riconosciuto ed apprezzato, come testimonia anche la sua partecipazione, in qualità di giurato, all’edizione 2006 del Festival del cinema di Venezia. Un artista del perturbante, un inguaribile voyeur, che trova il suo erotico compimento nell’ultima sua formidabile fatica cinematografica: quel Mademoiselle (2016) che, giunto in ritardo da noi, quasi in concomitanza con lo splendido Burning (2018) di Lee Chang-dong, ci ha stregato, turbato e tanto narrativamente quanto formalmente colpito e rapito. Un film dalla bellezza assolutizzante che non potrete di certo lasciarvi sfuggire.

Old Boy (2003)

Lee Chang-dong

Il cinema di Lee Chang-dong – come testimonia quasi autoesplicativamente il titolo della sua penultima opera Poetry (2010) – è senza dubbio uno dei massimi picchi raggiunti dal lirismo filmico. Ogni sua opera, delicata quanto tragica – a partire da Green Fish (1997), passando per Oasis (2002) fino a Burning (2018) – si configura come una struggente poesia che non possiamo non ricondurre – a ragion veduta – a quel “poetic cinema” splendidamente teorizzato da Andrej Tarkovskij nel documentario Voyage in Time (1983). Un concetto sì abusato e facile preda dell’ilarità del web – che lo ha trasformato ben presto in un parodistico tormentone virtuale – ma che crediamo si applichi quanto mai perfettamente alla filosofia dell’arte di Lee Chang-dong: un regista che parla per immagini, sensazioni, emozioni, che predilige i silenzi alle parole, che fa della sottrazione il suo punto di forza, con movimenti di macchina leggeri e leggiadri come e più del vento stesso, come testimonia l’esperienza estetica ed estatica di Burning (2018), di cui potete trovare qui la recensione. Un cineasta imperdibile che senza dubbio ha segnato, continua a segnare e segnerà l’arte filmica del nostro secolo.

Burning – L’amore brucia (2018)

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