La notte degli Oscar è passata. Abbiamo assistito al trionfo di Nomadland come Miglior film e Chloé Zhao è diventata la prima donna asiatica (seconda nella storia!) a vincere la statuetta come Miglior regista. Per quest’occasione, su Cinewriting torniamo a parlare di donne del e nel cinema. Artiste che hanno fatto la storia della Settima Arte, ma anche nuove generazioni che stanno riscrivendo i confini del linguaggio cinematografico. Spostiamoci dietro la macchina da presa: ecco le 10 registe che ogni cinefilo dovrebbe conoscere!

Andrea Arnold

Da sinistra: la regista e l’attrice Sasha Lane con il Premio della Giuria per American Honey al Festival di Cannes 2016

Figlia della working class inglese, sulla scia di maestri della New Ranaissance (in primis, Ken Loach), Andrea Arnold coniuga il realismo sociale con un lirismo poetico capace di mettere in risalto anche i più piccoli dettagli quotidiani. A partire dall’esordio con il cortometraggio Milk (1998), le sue storie raccontano di donne che tentano di liberarsi dai vincoli oppressivi della società, compiendo scelte “normalmente” discutibili. Che si tratti di maternità o di patriarcato, le protagoniste di Arnold appaiono come figure titaniche in lotta contro per affermare la propria libertà. Dopo il premio Oscar nel 2005 per il Miglior cortometraggio con Wasp, il suo primo lungometraggio, Red Road (2006), conquista il Gran Premio della Giuria a Cannes. Arnold vince lo stesso riconoscimento altre due volte, con Fish Tank (2009) e American Honey (2016, potete trovare la recensione qui). Non potete perdervi il suo adattamento di Cime tempestose (2011), uno dei pochi film capaci di catturare il vero spirito del romanzo di Emily Bronte.

Agnès Varda

Agnes Varda durante le riprese di Varda par Agnes (2019)

Regina della cinécritur, videoartista, fotografa, amante delle spiagge e dei gatti. Non bastano le parole per descriver quel genio che è stata Agnès Varda. Tutta la sua arte – film, fotografie, installazioni – si focalizza sul realismo documentario e istanze femministe, fornendo un commento sociale contraddistinto da uno stile estremamente sperimentale. Tra i suoi film più famosi, in ordine sparso: Vagabond (1985), Le spiagge di Agnès (2008), Visages, villages (2017), Cléo de 5 à 7 (2005), fino al suo testamento cinematografico, Varda par Agnès (2019). Non sapete quale scegliere? Pescatene uno random: impossibile rimanere delusi!

Ava DuVernay

Ava DuVernay

Quando si tratta di traguardi da superare, Ava DuVernay non si tira certo indietro. Nel 2012, al Sundance Film Festival, DuVernay ha vinto il premio per la Miglior regia per il suo secondo lungometraggio, Middle of Nowhere, diventano la prima afroamericana a vincere tale riconoscimento. Nel 2013 è stata la prima donna afroamericana a ricevere una nomination ai Golden Globe come miglior regista per Selma – La strada per la libertà. Sono seguiti il documentario 13th (2016, nominato come Miglior documentario agli Oscar) e la serie When They See Us (2019). I suoi film raccontano la vita della comunità afroamericana, condannando il razzismo e le discriminazioni che le persone nere devono subire ogni giorno. Il tutto con uno sguardo estremamente realistico e forte.

Claire Denis

Denis con Robert Pattinson, con il quale ha collaborato per High Life (2018)

Classe 1946, Claire Denis è una maestra del cinema francese che ha lavorato con alcune delle più grandi firme autoriali del Novecento, da Jacques Rivette a Costa-Gavras, da Werner Herzog a Jim Jarmush. Il suo esordio alla regia, Chocolat (1988), è una riflessione sull’eredità del colonialismo ispirata alla sua giovinezza in Africa. Una tematica che ritorna in White Material (2009), con la sublime Isabelle Huppert. Il cinema di Denis studia la condizione umana nelle sue tensioni interculturali e familiari, pronte a esplodere (o implodere) da un momento all’altro. Si costruisce in un crescendo emotivo fatto di pulsioni latenti: dall’ (omo)erotismo di Beau Travail (1999) e Friday Night (2002), all’introspezione in L’amore secondo Isabelle (2017), fino alla comparsa del desiderio adolescenziale in U.S. Go Home (1994). Il suo ultimo lavoro è High Life (2018), thriller d’ambientazione fantascientifica con Juliette Binoche, Robert Pattinson e Mia Goth che mescola erotismo ed estinzione.

Liliana Cavani

liliana cavani
Liliana Cavani negli anni Settanta

Figura chiave del Sessantotto e tra le più influenti del cinema nostrano, Liliana Cavani ha saputo mettere in scena come nessun altro il potere e le sue diatribe. Nel suo Galileo (1968) mette a fuoco il conflitto tra scienza e religione, finendo nel mirino della censura: il film viene considerato anticlericale e boicottato dalla Rai. Tematiche simili affiorano anche nei film successivi, da La pelle (1981) con Marcello Mastroianni a Il gioco di Ripley (2002), con protagonista John Malkovich. Ma il vero successo arriva con Il portiere di notte (1974), il film che ha lanciato la carriera di Charlotte Rampling e considerato uno dei più controversi di sempre. La storia di una sopravvissuta ai campi di concentramento e del suo ex aguzzino, i quali, dopo essersi incontrati casualmente in un hotel, cercano di ricreare la loro relazione sadomasochistica.

Lina Wertmuller

La regista sul set

Se dovessimo usare una sola parola per descrivere Lina Wertmuller, allora sarebbe pioniera. Con il film Pasqualino Settebellezze (1975), la regista italiana è stata la prima donna in assoluto a essere candidata dall’Academy nella categoria Miglior regista. Una notizia storica, accolta come una vera rivoluzione. Ed è anche grazie a lei se possiamo godere degli occhi azzurri (e della voce) di Giancarlo Giannini. Dopo aver esordito come aiuto regista per Federico Fellini, Wertmuller ha attraversato la storia del cinema con uno stile personalissimo che esplora il lato più grottesco della commedia all’italiana. Nei suoi film – Film d’amore e d’anarchia (1973), Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Tutto a posto e niente in ordine (1974), e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974), per citarne alcuni – si mescolano lotta di classe, relazioni di coppia, emigrazione dal Meridione al Nord Italia, antifascismo e femminismo. In una parola: cult.

Jane Campion

Jane Campion

Seconda donna della storia a essere nominata come Miglior regista nel 1991, Jane Campion vince la statuetta per la Miglior sceneggiatura originale con il film Lezioni di piano. Il film conquista altre due statuette: Miglior attrice protagonista per Holly Hunter e Miglior attrice non protagonista per l’undicenne Anna Paquin (la regia va a Steven Spielberg con Schinder’s List). Originaria della Nuova Zelanda, Campion tratta con dolcezza e forza le tematiche legate all’universo femminile, con le sue più crude contraddizioni e tormenti interiori. Un caso esemplare è il film Holy Smoke (1999), con Harvey Keitel e Kate Winslet, ma anche la serie crime Top of the Lake (2013), con protagonista Elizabeth Moss (Il racconto dell’ancella). Curiosi di recuperare la sua filmografia? Un buon punto di partenza è Bright Star (2009), film biografico sulla storia d’amore tra il poeta John Keats e la sua musa Fanny Brawne.

Kathryn Bigelow

Kathryn Bigelow

Classe 1951, nel 2010 Kathryn Bigelow è stata la prima donna a vincere l’Oscar come Miglior regista con il dramma bellico The Hurt Locker. In qualità di produttrice, il film le è valso anche la statuetta di Miglior film (soffiata all’ex marito James Cameron, che concorreva nello stessa categoria con Avatar). Perfettamente a suo agio in ambienti (e generi cinematografici) prettamente maschili, Bigelow ha diretto e prodotto alcuni dei migliori thriller degli ultimi vent’anni. Dal cult assoluto degli anni Novanta, Point Break (1991), a neo noir raffinati come Blue Steel (1990), Strange Days (1995) e Il mistero dell’acqua (2000), fino al war movie del nuovo millennio: Zero Dark Thirty (2012). Dopo cinque anni di pausa, è tornata dietro la macchina da presa nel 2017 per il film Detroit, incentrato sui violenti scontri avvenuti nel luglio 1967 tra la polizia e la popolazione afroamericana.

Mira Nair

Mira Nair

Avete presente The Millionaire (2008), film pluripremiato agli Oscar del regista britannico Danny Boyle? Beh, nulla di nuovo! Ci aveva già pensato Mira Nair con Salaam Bombay! (1988), uno dei ritratti più realistici della vita tra le strade di Mumbai, vista attraverso gli occhi di un dodicenne delle baraccopoli (candidato agli Oscar come Miglior film internazionale, vince la Camera d’Or e del Premio del pubblico al Festival di Cannes). Laureata in Sociologia ad Harvard, Mira Nair ha continuato a produrre e girare storie che raccontano l’identità indiana, continuamente in bilico tra tradizione e progresso, con il suo pluralismo religioso e culturale.

Al centro della sua ricerca, spicca l’interesse per la lotta di classe, aspetto molto radicato nella società indiana suddivisa in caste. Perciò, non stupisce che abbia diretto La fiera della vanità (2004), adattamento dell’omonimo romanzo di Thackeray. Ma anche Kamasutra (1996), storia di una giovane serva indiana che grazie all’arte della seduzione diviene la favorita del re, oppure Il fondamentalista riluttante (2013), con protagonista Riz Ahmed (Sound of Metal).

Sofia Coppola

Sofia Coppola

L’abbiamo vista fin da piccola aggirarsi dietro la macchina da presa tra le braccia di suo padre Francis Ford Coppola. Per lui, ha recitato nei panni della figlia di Michael Corleone in Il padrino – Parte III (1990). Cresciuta nell’aristocrazia hollywoodiana, Sofia Coppola tratta la condizione di donne cresciute nell’agiatezza, eppure tremendamente sole. A partire dal suo esordio, Il giardino delle vergini suicide (1999), fino a Maria Antonietta (2006), versione pop della storia della sovrana più odiata di Francia. Il suo sguardo introspettivo, estremamente delicato e femminile, l’ha portata ad aggiudicarsi un Oscar per la Miglior sceneggiatura originale per Lost in Translation (2003).

E voi: quali sono le vostre registe preferite? Fatecelo sapere nei commenti e sui nostri canali social!

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