Parte 1: Rue, Euphoria e il suo speciale natalizio

Nel 2019 esce in America la serie TV HBO Euphoria, che in Italia viene trasmessa su Sky. Adattamento di una serie omonima israeliana, Euphoria spaventò per il suo essere realistica, senza ritegno, ma soprattutto attuale. Vittima, probabilmente, dei pregiudizi su un genere inflazionato: la commedia adolescenziale (di cui Netflix è il primo propagatore). Nonostante tutto, un genere immortale.

Il ritorno di Euphoria

L’annuncio della seconda stagione in arrivo fece gioire gli spettatori, ma ad oggi si fa attendere ancora, a causa del Covid-19. Tuttavia, il 6 dicembre di quest’anno esce qualcosa di sorprendente: un primo episodio speciale su due, che fa da ponte verso l’attesa seconda stagione.

Trouble Don’t Last Always – Parte 1: Rue è una prima sfida superata. Il creatore/regista/scrittore Sam Levision, al contrario della protagonista, usa i propri mezzi con uno studio e una consapevolezza matura, cresciuti insieme ad una prima stagione già mastodontica. Uno speciale natalizio precoce, la cui festività viene usata a scopi puramente cronologici e di sfondo.

Rue, You are High

Già dalle prime inquadrature sorgono domande e dubbi su ciò che osserviamo. Un se fosse andata così gigantesco, smascherato da un gioco virtuoso crudele con la macchina da presa. Passiamo da un ambiente caloroso, gaio (differente anche la fotografia, non a caso), per poi precipitare su un terreno conosciuto e sterrato. Rue (l’astro nascente Zendaya) dovrà uscire dal suo personale Paese delle Meraviglie per farsi riconoscere. È un’adolescente di diciassette anni tossicodipendente e depressa. A seguito di un avvenimento (di cui non parlerò) emotivamente esplosivo, Rue ricade nel pozzo delle magiche sostanze, da cui stavolta non sembra volere uscire.

A voler uscire evolvendosi è, invece, Levison. L’acerbo (ma non troppo) regista espone tutta la propria qualità come mai fatto nella prima stagione. Comprendiamo dopo pochi minuti dall’inizio che non si tratta del solito Euphoria. Solo nell’inquadratura finale, magari, possiamo identificare l’indicatore principale della serie: un primo piano lunghissimo di una Zendaya intensa, ad indicare smarrimento, paura e sottomissione alle sostanze stupefacenti.

Due personaggi principali attirano l’occhio della cinepresa: Ali (Colman Domingo) e la già citata Rue. Un lungo e introspettivo dialogo tra cliente e sponsor, il cui prodotto principe è definibile disintossicazione. Quel Rue, You are high detto da Ali come prima battuta, compromette e smentisce tutto ciò che verrà dopo. Rue è fatta, lo abbiamo visto a inizio puntata, ed inevitabilmente distratta e annebbiata dalla propria giovane e perduta mente. Una totale arresa da parte sua, facilitata dagli avvenimenti che chiusero la prima stagione.

Chi non pare arrendersi è il suo sponsor. Un uomo adulto, che ha vissuto più del doppio degli anni di lei. Nonostante i racconti di lui sui propri errori nella vita a causa delle droghe, Rue non sembra intenzionata a smettere con la sua dipendenza.

Futuro roseo

Al di là della banalità dei temi, Trouble Don’t Last Always è un altro ponte: il regista conferma la propria firma (tra citazioni e altro), candidandosi come uno dei più interessanti di questi anni. Quale sia stata la scintilla, non si sa. Sicuramente tutto il cast, la musica meravigliosa di Labirinth e, soprattutto e tutti, Zendaya. Se già nella prima stagione si nota una discretissima (vicina all’ottima) qualità scenica, in questo primo speciale si vede il raggiungimento definitivo della meta.

euphoria

Il rapporto cinepresa-Zendaya è ineguagliabile dalla concorrenza. I primi piani parlano da sé. Il già nominato primo piano finale, sulle note dell’Ave Maria, è il punto forse più potente non solo dell’episodio, ma della serie in produzione. Raro trovarne di così belli. Bello al punto da ricordare quelli del Maestro Bergman, per quanto irraggiungibili. Chissà se il regista svedese abbia ispirato Levison, a cui, anche non fosse così, un tanto di cappello è meritevole. Un futuro roseo per lui sembra annunciarsi, e si spera riconfermato dal prossimo speciale in uscita a gennaio, in cui invece Zendaya non sembra essere presente.

Euphoria Vs. La Commedia dell’Adolescenza

Un’ultima considerazione da fare comporta un’analisi della concorrenza. Il genere adolescenziale è di certo trai più diffusi, pieno di stereotipi rimescolati e, nei casi più coraggiosi, riproposti in chiave differente. Nell’ambito televisivo ha preso ormai le sembianze di “cultura morale”, in cui il politically correct se ne fa da ampolla di vita eterna. Netflix su tutti artefice di un male per la cultura e nemico pubblico per il cinema e la televisione, passando oltre alla qualità di sceneggiatura e ad una superficialissima direzione artistica. Certo, un genere che si fa guardare vista la sua vastità.

Euphoria, grazie al cielo, tende a distaccarsi. Non mancano, per nulla, le integrazioni sociali del mondo LGBT, come non mancano certi punti fermi del genere. È il coraggio e la messinscena che rende la serie la cosa più lontana da un prodotto di superficie. Si nota un tentativo anche pedagogico nel lavoro di Levison, in particolare in questo speciale, ma privo di una morale scialba e strappalacrime. Piuttosto strappa-capelli quando il regista ci proietta in una realtà tangibilissima, una verità attuale che attira i giovani verso la fuga. Quella fuga di Rue (ma che potremmo essere tutti noi), nel suo caso specifico, attraverso l’abuso di droghe ormai reperibili con facilità. Non è un caso che si parli di strade facili in questo episodio. Ali lo fa presente alla ragazza, grazie anche all’intrusione di un personaggio che cita il titolo dell’episodio: Trouble Don’t Last Always.

euphoria

Il messaggio morale c’è, ma Levison lo demolisce subito dopo il primo piano citato sopra. È proprio questo atteggiamento a rendere il tutto più verosimile. Euphoria (con questo speciale in primis) non si definisce come soltanto un prodotto che segue la corrente, piuttosto ci va contro, attraverso virtuosi cambi di umore della stessa serie, analoghi a quelli dei propri eroi. Ci coccola in pochi frangenti, buttandoci in faccia poi le ipocrisie di un mondo velato ma conosciuto sull’abuso giovanile di droghe, sui rapporti familiari, ma soprattutto sulla depressione.

Per finire, non posso che consigliarvi la prima stagione di Euphoria e questo speciale. Di guardali entrambi con occhio non bendato da pregiudizi, ma con la mente aperta verso un prodotto diverso dal resto. Non possiamo ora fare altro che rimanere in attesa del prossimo speciale (di cui parleremo ancora qui su CineWriting) e della tanto attesa seconda stagione.

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