The Liberator: una storia di guerra e umanità

Dall’11 novembre è disponibile su Netflix The Liberator, la miniserie animata tratta dal romanzo di Alex Kershaw The Liberator: One World War II Soldier’s 500-Day Odyssey.

1941, al capitano Felix Sparks viene affidata un’unità indisciplinata dell’Oklahoma composta da messicani-americani, nativi americani e cowboy del deserto; molti dei quali in patria non potevano bere neanche nello stesso bar.
Durante l’addestramento questi uomini emarginati trovano nel nuovo capitano lo stimolo per non arrendersi e dare il massimo, spinti dal suo coraggio, carisma e dalla sua umanità. Nel 1943 questi soldati, il 157o reggimento di fanteria e conosciuti come i Thunderbird, sbarcano in Sicilia dando così inizio a una campagna di cinquecento giorni attraverso l’Europa occupata dai nazisti. Dopo l’Italia, l’unità del capitano Sparks viene infatti chiamata in Francia e da lì combatte fino ad arrivare al campo di concentramento di Dachau.
Tratto da una storia vera.

La paura è una reazione, il coraggio una decisione.


All’apparenza può sembrare la classica storia sulla Seconda Guerra Mondiale che a cicli continui prende vita, ma ciò viene subito smentito. L’odissea che questi soldati affrontano non si sofferma affatto sul piano della violenza, anzi si distanzia da moltissimi film o serie sul tema bellico, dimostrando in particolare una straordinaria capacità comunicativa e un’attenzione profonda per la componente umana.

“Cara Mary”: un filo comune

Perché ci abbiamo messo tanto? Sai mi sono fatto la stessa domanda per quasi due anni. Beh, ora siamo qui. Con più navi, più veicoli e molte più armi di prima… ma i mezzi non vincono le guerre. Servono gli uomini e con gli uomini la differenza tra successo e fallimento la fa spesso il forte legame che può crearsi o non crearsi.

Una lettera del capitano Sparks

Il regista Grzegorz Jonkajtys ha scelto di adattare questi giorni soltanto in 4 episodi come in una sorta di diario di guerra nel quale ogni episodio si dimostra essere più un capitolo autonomo. Ognuno di essi, costruito in maniera verticale, ha il compito di rappresentare un evento specifico accaduto al reggimento, unito poi al successivo da un filo comune. Sono infatti le varie lettere che il protagonista spedisce oltreoceano a sua moglie Mary che fungono da collegamento. Attraverso il voice over, è lo stesso capitano Sparks a raccontarle, rivelando quindi di essere ben più di un semplice protagonista: è il narratore dell’intera vicenda, conferendo alla miniserie quel particolare taglio emotivo che vuole rappresentare.

Una scelta assolutamente efficace in grado di ricostruire in modo convincente l’umanità del protagonista (realmente esistito), ma anche di creare intorno a una vicenda non particolarmente originale, uno spessore emotivo non indifferente. Di storie di guerra che affrontano temi come onore, lealtà, coraggio, sacrificio e perdite umane ne esistono in gran numero, ma il modo in cui The Liberator mette in scena la sua storia, garantisce un’intensità emotiva molto forte, soprattutto verso la fine dei singoli episodi, mentre Sparks cerca di dare un significato a quanto accaduto o provato.

Arrivano i Thunderbird

Bradley James, già noto per il suo ruolo nella serie tv Merlin, impersona brillantemente un carismatico Felix Sparks, ma non è l’unico tratto distintivo della miniserie. Senza dialoghi forzati e attraverso poche scene, gli sceneggiatori sono stati abilissimi nel presentare una serie di personaggi e a trasmettere le loro sfaccettature drammatiche. Uomini giudicati per la loro etnia, odiati e discriminati: una serie di esistenze che fanno riflettere e che non idealizzano per niente l’esercito americano. All’epoca infatti molti di questi soldati non venivano trattati diversamente rispetto alla loro vita da civili, anzi, spesso affrontavano delle sfide ancora più difficili. Martin Sensmeier, Tatanka Means e Jose M. Vasquez sono solo alcuni degli attori che danno un volto agli eroici Thunderbird e lo fanno in modo assolutamente drammatico e toccante, senza far mai dimenticare neanche per un secondo l’umanità dei loro personaggi.

Mettere da parte il patriottismo

Con lo stereotipo del soldato nazista è semplice inscenare un nemico comune, basta fare ricorso alla memoria storica, ma The Liberator sceglie di seguire una strada più originale. Si lascia alle spalle il patriottismo e costruisce l’esercito tedesco anche sotto un profilo umano e più veritiero. Senza mettere in secondo piano gli orrori di guerra perpetrati, alle vicende vengono avvicinati spesso tratti umani, ricordando che come gli altri soldati, anche loro sono delle persone. In più di un’occasione si dimostrano benevoli ad una tregua, a curare il nemico oppure a scegliere di non uccidere mentre vengono soccorsi dei feriti. Ciò rappresenta un grande punto di forza per questa miniserie che dimostra la sua volontà di scavare a fondo l’esistenza umana nella sua totalità. Come l’esercito americano, anche i soldati tedeschi si rivelano quindi essere pedine di un conflitto brutale, pagando un prezzo sempre più alto.

Una nuova tecnica grafica per The Liberator

Il merito della curiosa estetica che dà l’impressone di avere tra le mani un graphic novel a tutti gli effetti, è riconducibile all’uso di una nuova tecnica impiegata in postproduzione. La Trioscope Enhanced Hybrid Animation, infatti, unisce riprese dal vivo con ambienti dipinti in 3D CGI e animazione 2D tradizionale. Espressioni facciali riprodotte in modo assolutamente realistico, ambienti dinamici con effetti splendidamente riusciti e una color correction che imita le tracce di celluloide graffiata e la grana della pellicola analogica: un’insieme di dettagli che rendono questa nuova miniserie assolutamente innovativa, curiosa e affascinate.

Anche dal punto di vista economico, si rivela assolutamente incredibile. Nonostante un budget leggero, la produzione è riuscita a ricreare scene di guerra senza troppe difficoltà, anzi ottenendo buoni risultati. Nonostante i vari pregi, lo stile trioscope riserva ancora dei piccoli problemi di artificiosità come la poca fluidità in alcuni movimenti della macchina da presa. In ogni caso questa nuova forma di tecnologia ibrida possiede un enorme potenziale e lo dimostra la nascita della recente Trioscope Studios per mano dello stesso regista Jonkajtys (ex creativo di LucasFilm e Industral Light&Magic VFX) e dei produttori LC Crowley e Brandon Barr.

In conclusione

Merita davvero The Liberator?
Anche se bisogna risolvere qualche problema grafico, la storia del capitano Sparks ha superato le aspettative. La sua forza non è solo nella nuova estetica grafica, ma soprattutto nel riportare una storia di guerra preferendo il lato umano. Non è una novità per per i film bellici ricercare anche il lato drammatico, ma sono pochi quelli che lo sviluppano andando oltre la superficialità. Questa miniserie costruisce un crescendo emotivo in grado di far riflettere e che raggiunge il suo massimo negli ultimi due episodi senza mai calare di intensità. Una testimonianza preziosa che si sofferma sugli incubi prodotti dalle strategie belliche e le ripercussioni sui partecipanti. Uomini che soffrono, cadono e si rialzano con fatica. Non sono eroi invincibili ma persone diverse che nel loro combattere uniti riportano una struggente storia.

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