Arrival. La fantascienza di Villenueve che trionfa in sala e affonda agli Oscar

  • Data di uscita: 10 gennaio 2017
  • Genere: Fantascienza
  • Anno: 2016
  • Regia: Denis Villeneuve
  • Sceneggiatura: Eric Hesserer
  • Produzione: FilmNation Entertainment, Lava Bear Films, 21 Laps Entertainment
  • Distribuzione: Paramount Pictures
  • Durata: 116 minuti

L’idea di adattare il racconto di Ted Chiang Storia della tua vita nasce nel 2012 dalla casa di produzione FilmNation Entertainment: al 2014 risale la scelta del regista Denis Villeneuve e sempre nello stesso anno la Paramount Pictures annuncia di aver comprato i diritti di distribuzione del film. Arrival fin dall’uscita si presenta come un film dal forte impatto: è stato presentato in anteprima il 2 settembre 2016 alla 73° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ed è stato candidato a diversi premi Oscar (per esempio miglior film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia…) per non parlare delle candidature ai Golden Globe (miglior attrice per Amy Adams, colonna sonora per Jóhann Jóhannsson), e ai BAFTA (tra cui miglior film, regista, attrice protagonista, colonna sonora e fotografia…).
Scopriamo insieme se il film ha saputo confermare le aspettative riposte negli spettatori.

Una linguista per salvare il mondo

Il film comincia in modo rapido con dei flash che introducono la protagonista, Louise Banks, interpretata da Amy Adams, professoressa di linguistica di fama internazionale rimasta sola dopo la morte della figlia e l’abbandono del marito. La vediamo quindi insegnare in università ma subito scopriamo che il mondo è stato scosso da una notizia: dodici astronavi aliene sono atterrate sulla Terra. Louise viene quindi contatta dall’esercito americano che le chiede di trovare un modo per comunicare con questi ospiti per capirne le intenzioni, accompagnata dal fisico teorico Ian Donnelly, interpretato da Jeremy Renner. I due vengono portati ad una delle astronavi ed entrano in contatto con gli alieni; comincia quindi la loro ricerca di un metodo per comunicare con loro, ricerca resa impellente dalla notizia che alcuni dei maggiori stati della terra si stanno preparando ad una guerra contro i nuovi arrivati. Una grande parte del film è quindi dedicata agli studi di Louise che dovrà destreggiarsi tra le pressioni da parte dei capi militari, un linguaggio del tutto sconosciuto e soprattutto il ricordo della figlia, che sembra farsi più vivido man mano che la sua conoscenza di Tom e Jerry, così soprannominano i due alieni nell’astronave, si fa più profonda.

Dodici astronavi aliene e una madre

Un film della durata di due ore su un’invasione aliena dunque, ma senza combattimenti, senza esplosioni “all’americana”, senza violenza.
Il regista Denis Villeneuve porta sul grande schermo il racconto di Ted Chiang, che si inserisce pienamente nel filone delle invasioni aliene ma da esse allo stesso tempo si distingue, proprio per il modo in cui l’“invasione” viene affrontata. Gli alieni sono ovviamente presenti e sicuramente in grado di suscitare timore, ma i veri protagonisti del film sono gli uomini. Nel corso delle vicende infatti un tema in particolare continua ad emergere: gli uomini sono disuniti, dubitano gli uni degli altri, non riescono a cooperare neanche per il bene di tutta la razza. Anche Louise andrà in contro a questo problema: il compito che le è stato affidato infatti viene fin da subito messo a dura prova nella difficoltà di comunicare con gli altri scienziati entrati a contatto con gli alieni.
La sicurezza della nazione prima di tutto, è così che viene giustificata la chiusura dei canali di comunicazione; è la paura dell’estraneo a portare a questa drastica decisione, che esso sia una creatura di dimensioni enormi con 7 gambe e proveniente da un altro mondo, o che sia un altro essere umano. La comunicazione dunque è alla base di tutto; Louise deve trovare un modo per comunicare con esseri che si esprimono in modo incomprensibile, che provengono da un pianeta sconosciuto e di cui soprattutto non si conoscono gli scopi. È proprio sulla ricerca di un punto di contatto tra diversi che il film si concentra: per una volta il genere umano non parte subito alla carica con bombe e mitragliatori, non abbiamo le solite scene in cui esseri umani urlanti vengono divorati dai temibili invasori dello spazio venuti a distruggere la razza umana, ma abbiamo prima di tutto la volontà di capire.

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Poi, eccoci all’altro grande pilastro del film: l’abbandono, il restare soli, il perdere qualcuno di caro. La protagonista ci viene presentata sotto tre diversi aspetti: abbiamo la Luise fragile, tormentata, che non riesce a superare la morte della figlia. Abbiamo poi la donna ostinata e capace che dà più volte prova di sé nel lavoro che è chiamata a compiere, ed infine ci viene presentata la Louise felice, completa, quella che cresce la figlia e passa dei tranquilli momenti con lei, in scene che interrompono la narrazione degli eventi. Alcune di queste scene sono in così netto contrasto con la situazione in cui Louise si trova, così caotica, rumorosa e veloce, da trasportare anche lo spettatore in una dimensione di calma e serenità, a cui contribuisce spesso anche la mancanza assoluta di suoni e musiche che permette di concentrare l’attenzione sulla recitazione della Adams, che comunica con assoluta pienezza tutto il pathos e la ricchezza del rapporto di una madre con la figlia.

Aspettative deluse?

Un film quindi ricco di emozioni, che non si basa su colpi di scena forti o momenti di tensione acuta, ma su passaggi più morbidi, delicati, che accompagnano lo spettatore nella vita della protagonista e nel mistero con cui viene in contatto. Nel complesso dunque il risultato è positivo, gli attori hanno un buon feeling e questo si vede nel modo in cui recitano e nel complesso la storia è fluida ed interessante. Cosa allora non convince pienamente di questo film, malgrado la splendida accoglienza che gli è stata dedicata dalla critica?
In primo luogo, gli alieni stessi. Chi sono? Da dove vengono?  Tutte queste domande rimangono senza risposta ed anche l’ultima, che tecnicamente viene soddisfatta al termine della storia, lascia qualche interrogativo; è difficile parlarne per non svelare particolari importanti della trama e ci limiteremo quindi a dire che questi esseri appaiono loro stessi un po’ confusi sui loro scopi. La missione di Louise è quella di capire come comunicare con loro: se anche poi ci si riesce, allora perché non insistere?

A questo punto è connessa la seconda critica: il finale.
Il finale prende il via da un colpo di scena che in effetti lascia stupiti, ma pare un po’ abbozzato. Il problema è che forse vi è stato dedicato troppo poco tempo. Alcune scene inoltre appaiono un po’ illogiche, o comunque del tutto evitabili, soprattutto perché sembrano non avere conseguenze nella trama comunque convenzionale dell’opera. E veniamo quindi al problema principale: Louise. È un personaggio molto interessante, forse fin troppo, tanto da relegare gli altri protagonisti ai margini della scena: che essi siano presenti o no poco cambia, Louise non condivide mai col collega Ian informazioni personali o pensieri particolari, non ha scambi di idee fondamentali con qualche altro personaggio. Tutto avviene intorno e dentro di lei, è lei a compiere i passi fondamentali, è lei a far girare il tutto. In questo modo quindi il suo personaggio viene continuamente arricchito mentre gli altri vengono a perdere. In particolare il personaggio del fisico interpretato da Jeremy Renner risulta una figura del tutto secondaria che cerca di trovare il proprio spazio al fianco della collega ma viene rilegato al ruolo di spalla, di aiutante della protagonista sempre pronto a soccorrerla e a supportarla, ma senza mai dare segni di vita propria.

“Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?”
Louise Banks

Vi lascio al commento finale…

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Commento finale:

“Arrival” è un ottimo film, fornisce una visione originale dell’incontro tra umani ed extraterrestri che va oltre lo stereotipo. Contiene passaggi davvero eleganti che non possono lasciare freddo lo spettatore, in particolare quelli legati alla vita privata di Louise o agli incontri con gli alieni anche e soprattutto a causa degli effetti speciali e della fotografia.
Ci si sarebbe forse aspettati un po’ di più da un film così acclamato dalla critica, dove non possono non essere colte alcune incongruenze nella trama e soprattutto nella parte finale si poteva e doveva fare un lavoro più fino e meno sbrigativo: è probabilmente questo il problema principale, che va a pesare sull’intero giudizio del film. In definitiva si parla di un film interessante, da vedere, e che potrebbe dar vita ad altri lungometraggi sempre su questo filone dell’invasione “pacifica”, dove ciò che spinge lo spettatore a continuare a guardare non è il brivido del vedere esseri umani divorati e sterminati dagli invasori, ma la curiosità di conoscere i mondi e le creature che abitano le menti di registi e scrittori.

Commenti per “Arrival: Recensione

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