Storie vere al cinema: i migliori 5 film sul giornalismo

Oggi vi racconteremo di cinque casi giornalistici (realmente accaduti), che sono stati raccontati in altrettanti meravigliosi film. Opere, queste ultime, che intrecciano finzione e realtà, portando sul grande schermo alcuni dei più importanti scandali che la Storia ha conosciuto. Testimonianze di strategie politiche, documenti top secret e abusi celati. Vicende che, in anni e luoghi diversi, sono finite sui giornali, cambiando per sempre il corso degli eventi. Beh, in sostanza: quando la vita stessa è diventata una sorta di film. E allora un film sulla vita stessa non si può perdere. Ecco quindi a voi i cinque migliori casi in cui le inchieste giornalistiche (che hanno scosso il mondo) sono state trasposte in pellicole avvincenti. Le conoscevate tutte?

The Post

Partiamo con una delle più recenti, ma che racconta un importante tassello della storia politica americana: The Post. Se diciamo che The Post narra dello scandalo dei Pentagon Papers, vi viene in mente qualcosa? Per chi non lo sapesse, con questo nome vengono indicati dei documenti top secret (appartenenti al Dipartimento per la Difesa degli Stati Uniti) che, negli anni 70, vennero rivelati dal New York Times e, poco dopo, dal Washington Post, comportando così un vero e proprio scandalo.

Perché? Beh, in primo luogo, sicuramente, per la natura estremamente riservata dei suddetti documenti. Ma in realtà, quello che sconvolse davvero il mondo, fu il loro argomento: la guerra in Vietnam, allora nel suo pieno svolgimento. I Pentagon Papers testimoniavano le strategie adottate dai Presidenti degli Stati Uniti riguardo al conflitto bellico. Uno scontro portato avanti (nonostante fosse ormai chiara la sconfitta) con interventi tenuti nascosti al popolo stesso, che continuavano però a inviare in guerra a morire.

The Post
Da una scena di The Post: Benjamin Bradlee (Tom Hanks) e Katharine Graham (Meryl Streep)

The Post, uscito nel 2017 e diretto da nientepopodimeno di un incredibile Steven Spielberg, racconta quindi la storia di Katharine Graham (interpretata da Meryl Streep), la nuova direttrice del Post, che, nel 1971, si trova alle prese con la difficile scelta della pubblicazione (o meno) dei Pentagon Papers. Documenti che, per la loro natura estremamente top secret, possono comportare un disastro, sia per il giornale che per la sicurezza nazionale. Ma che i cittadini hanno il diritto di conoscere. “La stampa non è destinata a servire coloro che governano, bensì quelli che sono governati” sarà la sentenza della Corte Suprema dopo la pubblicazione. La vittoria della libertà d’informazione contro la tirannia del potere.

Tutti gli uomini del presidente

Passiamo ora a un secondo film, tematicamente collegato a The Post: Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men). Sebbene, infatti, quest’opera sia cronologicamente antecedente al capolavoro di Spielberg (Tutti gli uomini del presidente uscì nel 1976), racconta eventi accaduti poco dopo lo scandalo dei Pentagon Papers. The Post si chiude, d’altronde, con le minacce dell’allora Presidente Nixon, adirato contro il Washington Post per la pubblicazione dei documenti, che intima l’estromissione di qualsiasi giornalista della testata dai rapporti con la Casa Bianca. Eppure, proprio nel 1972, accadde un altro scandalo politico (di cui lo stesso Nixon fu protagonista) che venne, ovviamente, indagato e testimoniato dallo stesso giornale: il caso Watergate.

Tutti gli uomini del presidente
Da sinistra: Bob Woodward (Robert Redford) e Carl Bernstein (Dustin Hoffman) in Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men)

Il caso Watergate deve il proprio nome al complesso residenziale in cui aveva sede il Partito Democratico americano, dove avvenne uno scandalo che coinvolse il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Nel 1972 la guardia di sicurezza Frank Wills, vigilante notturno del complesso Watergate, scoprì l’intrusione di cinque uomini (poi arrestati dalla polizia) nell’edificio. Inizialmente si sospettò che gli infiltrati si fossero recati sul posto per compiere una rapina. Ma, poco tempo dopo, si scoprì che alcuni di questi erano dipendenti della Casa Bianca. Piuttosto strano no?

Alla ricerca della verità

I reporter del Post Bob Woodward e Carl Bernstein iniziarono allora a indagare sull’effrazione. Vennero così a conoscenza, grazie a una forte protetta (passata alla storia con lo pseudonimo di Gola profonda e rivelatosi solamente nel 2005 essere un ex impiegato dell’FBI, Mark Felt), del coinvolgimento dell’allora Presidente Nixon nell’intrusione. Nixon aveva mandato i suoi complici all’interno del Watergate per sabotare la campagna politica del Partito Democratico. Uno scandalo che portò così all’avvio della procedura di impeachment nei confronti dell’uomo. In Tutti gli uomini del presidente (vincitore di quattro premi Oscar) è raccontata l’inchiesta portata avanti da Bernstein, interpretato da un incredibile Dustin Hoffman, e Woodward, Robert Redford. Una delle più grandi della storia americana.

Il caso Spotlight

Anche questo è un film piuttosto recente (uscito nel 2015), che racconta però un’inchiesta avvenuta nei primi anni 2000. Il caso Spothlight, diretto da Tom McCarthy e con protagonisti Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams e John Slattery, testimonia l’indagine svolta dal Boston Globe sugli abusi sessuali (a danno di minori) avvenuti nella città di Boston, a opera di preti legati all’Arcidiocesi locale. Uno scandalo che sconvolse il mondo.

Spotlight
Il team Spotlight nel film

La squadra giornalistica Spotlight (un pool del Boston Globe dedito esclusivamente al giornalismo d’inchiesta) iniziò a lavorare sul caso intorno al 2002, in seguito all’arrivo al quotidiano di un nuovo dipendente: Martin Baron. Baron aveva letto, prima del suo arrivo al giornale, alcuni articoli relativi agli abusi sessuali, operati da preti cattolici, sui bambini della città di Boston. Ma questi erano stati relegati prevalentemente alle pagine locali della testata, quasi a voler dare meno rilievo alla notizia. Decise allora, una volta incontrato il team Spotlight, di avviare un’indagine per capire a pieno le dinamiche di tali atrocità.

Un’inchiesta che cambiò il mondo

Il quadro che ne emerse fu devastante. Oltre all’inquietante numero di soprusi che vennero a galla grazie alle ricerche dello Spotlight, fu scoperto anche il continuo insabbiamento, da parte della Chiesa Cattolica (che era quindi consapevole di quanto stava succedendo nella parrocchie a danno dei bambini), dei suddetti reati. I preti che commettevano simili violenze venivano solamente spostati da una comunità all’altra, continuando ad abusare di innocenti, sotto la tutela dell’Arcidiocesi. Il caso Spotlight racconta quindi della difficoltà delle indagini sull’argomento, ostacolate dall’influenza della Chiesa sul mondo e la sensibilità di simili informazioni.

I cento passi

Dopo tanti racconti sull’America, non potevamo non inserire nel nostro articolo anche qualche film nostrano. E ovviamente, se parliamo di giornali e giornalisti che hanno dato sé stessi per la libertà e il diritto di informazione, non possiamo non citare la storia di Peppino Impastato. Questa volta, non trattiamo di una testata che si è trovata a dover raccontare uno scandalo. Ma, bensì, di cittadini che hanno dato la propria vita per testimoniare qualcosa, facendo delle loro esistenze una fonte stessa di informazione. E un’informazione tra le più delicate: quella riguardante la situazione mafiosa in Italia. Giuseppe Impastato è stato un giornalista siciliano che ha fatto delle proprie giornate una denuncia della realtà criminale di Cinisi, città sotto Palermo.

I cento passi
Salvo Vitale (Claudio Gioè) e Peppino Impastato (Luigi Lo Cascio) ne I cento passi di Marco Tullio Giordana

Peppino era nato in una famiglia mafiosa, ma da ragazzo sì avvicinò alla Democrazia Proletaria, avviando poi una fervente campagna politico-culturale di sinistra. Fondò Radio Aut, una radio libera autofinanziata, tramite cui portava avanti la sua propaganda antimafia. Peppino venne assassinato nel 1978, in un omicidio che Cosa nostra tentò di far passare come suicidio (volto a fini terroristici), così da distruggere anche l’immagine del giornalista. I cento passi (dalla distanza che intercorreva tra casa Impastato e la residenza di Gaetano Badalamenti, capomafia di Cinisi) è il film, uscito nel 2000, che Marco Tullio Giordana ha dedicato alla memoria di Peppino. Una pellicola che fa nuovamente vivere la sua voce e che cerca, così, di uccidere il mostro mafioso. Sabotando la sua arma principale: il silenzio.

Sbatti il mostro in prima pagina

Infine abbiamo deciso di parlarvi di un film che, nel nostro elenco, rappresenta un po’ un’eccezione: Sbatti il mostro in prima pagina, uscito nel 1972 e diretto da Marco Bellocchio. Questo racconto, girato tra i luoghi della Milano bene degli anni ’70, discosta dalle altre pellicole che vi abbiamo consigliato per il fatto che le vicende narrate sono fittizie, ambientate in un ipotetico giornale borghese.

Tuttavia, abbiamo deciso di inserirlo per due importanti aspetti. In primo luogo, per il fatto che la trama ricalca, sotto molti punti di vista, un evento realmente accaduto in quegli anni (il caso riguardante l’omicidio di Milena Sutter, accaduto a Genova e a lungo in prima pagina tra i fatti di cronaca nera). Il secondo motivo che ci ha portato a parlarvene è, invece, il fatto che, nonostante le vicende dell’assassinio siano comunque romanzate, queste mettono in luce una verità indiscussa nel nostro Paese (come in molti altri): lo stretto legame tra stampa e politica.

Sbatti il mostro in prima pagina
Gian Maria Volonté è il redattore Giancarlo Bizanti in Sbatti il mostro in prima pagina

Un legame che, fin troppo spesso, sfocia in una strumentalizzazione (da parte di chi detiene il potere) dei mezzi di comunicazione di massa. E una strumentalizzazione che, in Sbatti il mostro in prima pagina, ci viene mostrata chiaramente. Il film racconta, quindi, insieme alla storia di un delitto, anche l’alto livello di parallelismo politico (ovvero la correlazione tra potere partitico/statale e sistema mediale) della realtà italiana. Denunciando così, attraverso le vicende del redattore Bizanti e un’apparente finzione narrativa, uno scandalo quotidiano. Ma che si finge ancora di non conoscere.

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