C’era una volta un fumetto di Gerard Way e Gabriel Bá, pubblicato nel 2007 da Dark Horse. Quel fumetto è poi stato trasposto in una serie Netflix, uscita nel 2019. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi“, diceva qualcuno. Per The Umbrella Academy, di cui il 31 luglio è stata resa disponibile la seconda stagione, questa frase andrebbe modificata, dal momento che la sventura, in forma di apocalisse, sembra amare molto gli Hargreeves. I sette protagonisti di questa serie sono nati nello stesso giorno (il primo ottobre 1989), allevati sin dall’infanzia dall’eccentrico Reginald per essere dei supereroi, visti i loro poteri, come parte della Umbrella Academy.

Una delle caratteristiche principali di questa serie è la disfunzionalità della famiglia Hargreeves. La mancanza di dialogo, il non detto e la distanza hanno creato delle fratture, che sono anche alla base di gran parte delle loro disavventure. Insieme, Luther, Diego, Allison, Klaus, Cinque, Vanya (e Ben) sono inarrestabili, ma il cammino per colmare le proprie dissonanze è sempre irto di difficoltà. E non aiuta di certo dover affrontare minacce apocalittiche e viaggi nel tempo.

Buona apocalisse a tutti! 1963 edition

Avevamo lasciato i membri della Umbrella Academy mentre scappavano dall’apocalisse del 2019. In un estremo tentativo, mentre tutto il resto del mondo veniva vaporizzato, Cinque ha sfruttato fino al limite i propri poteri per “saltare” nel tempo in un momento sicuro. Insieme. Purtroppo, le cose non vanno come previsto: se il periodo storico e il luogo sono gli stessi, gli anni ’60, cambiano i momenti d’arrivo. Chi un anno prima, chi un anno dopo. In questo lasso di tempo, in cui l’incertezza di poter rivedere gli altri è normale, qualcuno viaggia, qualcun altro si ricostruisce una vita.

Cinque, arrivato temporalmente per ultimo, scopre che una nuova apocalisse sembra volersi scatenare per un motivo misterioso entro pochi giorni. Diventa chiaro che solo l’Umbrella Academy riunita potrà fermarla. Il contesto degli anni ’60, ben ricostruiti, è uno degli elementi più convincenti di questa stagione e consente anche di mettere in luce alcune discriminazioni di questa società, tristemente ancora parte del suo tessuto.

Come il cavallo degli scacchi, con i suoi movimenti quasi imprevedibili, Cinque cerca di radunare gli altri pezzi sulla scacchiera. Dall’altro lato, si stagliano nemici insidiosi. Gli Hargreeves vivono (o sopravvivono) negli anni ’60 cercandosi, o anche evitandosi, e questo porta a team-up inediti con interessanti dialoghi e confronti. A mio avviso, in questa prima metà la serie funziona al suo meglio, mentre vediamo il modo in cui ogni membro si è adattato o meno al passato.

Squadra che vince…

Tra i pregi della serie risulta sicuramente la regia: tra inquadrature particolari e scene d’azione ben orchestrate (frequente lo slow-motion, con buoni risultati), riesce a dare uno sguardo interessante sull’assurdo mondo degli Hargreeves. Sicuramente tra le scene più riuscite figurano quelle in apertura di ogni episodio, spesso accompagnate da una canzone. Ricorderete Run boy Run, che nel secondo episodio della prima stagione introduceva il futuro apocalittico visitato da Cinque.

Non mancano in questa seconda stagione idee molto apprezzabili in queste sezioni, che spesso svelano particolari sul passato della Umbrella Academy, o della vita di alcuni di loro negli anni ’60, e si concludono col logo della serie. La serie va avanti senza sosta, con cliffhanger che spesso portano a voler vedere subito il successivo episodio, rendendola perfetta per il binge watching; non mancano comunque piccoli momenti di pausa, che spesso sfociano nell’ironia, quando i membri dell’Umbrella Academy sono assieme, e volano battute e frecciatine (di cui il bersaglio prediletto è Diego). Meriterebbe un paragrafo a parte Klaus, ma è meglio non svelare troppo.

Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte

A mio avviso, nel voler snellire certe situazioni si arriva a saltare alcuni passaggi che potevano rendere il complesso più coerente: spostamenti spaziali improvvisi, discorsi lasciati in sospeso o risolti dopo senza troppe cerimonie. Per godersi questa serie, è imperativo chiudere un occhio e farsi trasportare. Inoltre, nella seconda metà la tanta carne messa sul fuoco non sempre raggiunge la cottura giusta. Encomiabile è lo sforzo di pescare nella prima stagione alcune situazioni per espanderle, o mostrare un altro lato di alcuni personaggi, o dietro le quinte fondamentali, ma non posso fare a meno di pensare che alcune sottotrame non siano gestite al meglio e chiuse un po’ frettolosamente.

Dei nuovi personaggi secondari, sicuramente a spiccare è Lila (Ritu Arya), che accompagna Diego e assume un ruolo sempre maggiore. Mi hanno colpito meno gli spietati killer inviati dalla Commissione per eliminare gli Hargreeves e preservare il continuum spazio-temporale. Questo nonostante risultino credibili come spietate macchine da carneficina e siano protagonisti di una delle scelte musicali più folli ed efficaci della stagione.

In sintesi…

In linea con il caos in cui vivono gli Hargreeves, questa seconda stagione di The Umbrella Academy risulta caotica, trascinante e imprevedibile, con tutti i pregi e difetti del caso. Se avete apprezzato la stagione d’esordio, la seconda non potrà che convincervi, col suo mix di cospirazioni, plot twist e super problemi di famiglia. L’elemento forte resta senza dubbio la famiglia Hargreeves, con i suoi personaggi sopra le righe, costantemente in conflitto, ma in ultima analisi desiderosi di riavvicinarsi; in un modo o nell’altro, sono tutti e tutte alla ricerca di un posto nel mondo, e questi nuovi episodi ce li mostrano in situazioni differenti in cui possono mostrare nuovi lati di sé.

Sull’altare dello spettacolo, a volte viene sacrificata la coerenza narrativa, con alcuni passaggi meno efficaci. A compensare le incertezze della sceneggiatura, che offre momenti anche intensi, ma legati non benissimo (soprattutto nella seconda parte), interviene la parte tecnica. La fotografia, l’uso del fuoco per esaltare i personaggi, gli effetti speciali elevano questo prodotto e lo rendono uno spettacolo molto godibile.

Per chiudere tornando alla metafora della scacchiera, The Umbrella Academy è come una partita contorta ma spettacolare, fatta di giocate fulminanti, con pochi attimi di stasi, accompagnata musicalmente da canzoni finemente scelte. Verso la fine, il ritmo accelera, e sta allo spettatore decidere se stare al gioco, perdonando delle sbavature nella pianificazione delle mosse. E quando la scacchiera si svuota, e i giochi sono fatti, resta comunque una certezza: il desiderio di scoprire come sarà la prossima partita-ehm, stagione.

Per chi ha già visto tutta la stagione, consiglio questo video con il cast che esplora alcuni dubbi post visione.

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