Era il 1789, l’anno d’inizio della Rivoluzione francese, quando – su iniziativa del marchese de La Fayette – si discusse di un progetto di Dichiarazione, divenuto poi la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che sanciva indiscutibilmente quanto non si poteva sottrarre a ciascun individuo esistente. Un documento che fornì la base della successiva Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proposta dalle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948.

Tra i 48 paesi firmatari di quest’ultima, ci furono anche gli Stati Uniti d’America. Un fatto piuttosto singolare, dato che proprio Stati Uniti erano tra i primi a non tutelare, da secoli, i diritti di gran parte della propria popolazione. E ci riferiamo, in particolare, alle molteplici ingiustizie mosse, prevalentemente, contro i cittadini di origine afroamericana. Episodi di razzismo e discriminazione che oggi vengono ricordati sotto il nome di segregazione razziale. Un processo iniziato nel lontano 1600 (con lo schiavismo) e, fino alla fine del XX secolo, ancora fortemente radicato.

Le storie dietro la Dichiarazione

Ma, nonostante l’adesione alla Dichiarazione, le cose di certo non cambiarono. L’incontro delle Nazioni Unite risaliva all’inverno del ’48, eppure era ancora il 1955 quando il quattordicenne afroamericano Emmett “Bobo” Till venne brutalmente ucciso in Mississippi – per essersi rivolto ad una donna bianca in maniera, secondo alcuni, irrispettosa. Ed era il 1963 quando il Ku Klux Klan fece esplodere una bomba in una chiesa battista di Birmingham. Provocando la morte di quattro bambine di colore.

Ma tra questi due tragici episodi, si inserì, tuttavia, anche una storia che, tra le prime, iniziò a far muovere alcuni pensieri. Facendo riflettere concretamente su tutte le quotidiane restrizioni e discriminazioni di cui erano vittime le persone di colore in America. La vicenda di una donna di origini afroamericane, Katherine Johnson, che, grazie alla propria forza e determinazione, venne coinvolta nella Space Task Group, portando un incommensurabile contributo ai programmi spaziali statunitensi. E rivelando così, grazie alla propria esperienza, tutta l’assurdità delle violenze che colpivano le persone di colore. Persone che non potevano usufruire di una serie di diritti fondamentali e inalienabili. Diritti che, purtroppo, sono ancora oggi fortemente negati a troppi individui.

Il diritto di contare: la vera storia dietro l’Apollo 11

Era il 12 aprile del 1961 quando Jurij Gagarin, aviatore di origine russa, volò per la prima volta nello Spazio, a bordo della Vostok 1. Una data che segnò per sempre la storia dell’uomo, spingendo i limiti del possibile oltre il loro abituale confine. Ma quel giorno di primavera segnò, inconsapevolmente, anche un altro importante tassello della storia mondiale. Un avvenimento che si sarebbe verificato poco tempo dopo, influenzando tuttavia, per sempre, il progresso dell’emancipazione femminile e l’allontanamento dalla discriminazione razziale.

Il diritto di contare
Katherine Johnson: una donna che ha cambiato la storia

Negli anni 60 si protraevano, infatti, gli strascichi della Guerra Fredda e la missione in orbita russa provocò forti tensioni tra le schiere statunitensi. Gli americani sentivano la necessità di raggiungere rapidamente le conquiste sovietiche e potenziarono, allora, i propri programmi spaziali. Introducendo nei team di lavoro alcuni tra i migliori ingegneri e matematici che la NASA avesse a disposizione, che operarono nella Space Task Group. E, tra questi, figurava anche Katherine Johnson, programmatrice di origine afroamericana. Una donna che fu fondamentale per la definizione delle traiettorie del Programma Mercury (primo tentativo di mettere uomini in orbita) e la successiva, storica, missione dell’Apollo 11. Sconvolgendo per sempre l’ambiente lavorativo americano, fortemente razzista e maschilista.

Un film sensazionale

Ed è proprio la storia di Katherine che il film Il diritto di contare, uscito nel 2016 e diretto da Theodore Melfi, celebra. La trama ripercorre infatti i giorni di lavoro della straordinaria matematica, da prima impiegata nel Langley Research Center – insieme alle amiche e colleghe Dorothy Vaughan, supervisore non ufficiale, e Mary Jackson, aspirante ingegnere – e poi nel famosissimo Space Task Group. Una storia unica, che incrocia due importanti riflessioni: quella sulla discriminazione razziale, di cui erano vittima, negli Stati Uniti d’America, le persone di colore e quella dell’emanciapazione femminile – le donne erano, d’altronde, vittime anch’esse di una pesante subordinazione.

Il diritto di contare
Da sinistra Dorothy (Octavia Spencer), Katherine (Taraji P. Henson) e Mary (Janelle Monáe); le protagoniste del film

Ma l’intelligenza, la forza e la determinazione di Katherine, interpretata da una straordinaria Taraji P. Henson, non conoscono limiti. E se allora la risposta dei suoi colleghi all’assunzione nel programma spaziale è restia (con episodi in cui, pur di non passare informazioni sensibili a una donna di colore, a discapito della ricerca e del progresso lavorativo, queste vengono cancellate), di certo la volontà di Katherine di affermarsi non conosce limiti. Poiché contare è un suo diritto, in quanto essere umano.

Il razzismo anche nelle più piccole cose

E, ovviamente, le giornate della protagonista mettono in luce, accanto a tutte le diffcoltà del progetto spaziale in cui è coinvolta, anche tutte le restanti discriminazioni che puntualmente compie la società nei confronti dei cittadini di origini afroamericane. Come, ad esempio, la distinzione tra gli uffici e i bagni delle persone bianche da quelli dei dipendenti di colore. Sarà proprio Al Harrison, caposquadra del progetto di Katherine, a capire l’assurdità di una tale diversificazione. Notando che, la ricercatrice, per compiere una naturalissima azione come quella di andare alla toilette, deve percorrere più di un chilometro a piedi e spostarsi in un altro edificio (perché in quello in cui opera non sono presenti bagni per lei). Una progressiva lotta alle discriminazioni che viene mostrata nelle piccole, grandi, vittorie quotidiane della protagonista.

Il diritto di contare: storie di emancipazione

Ma nel film Il diritto di contare, la storia di Katherine non è l’unica a farci riflettere. Accanto alle sue giornate, seguiamo quelle delle sue amiche e colleghe: Dorothy Vaughan e Mary Jackson. La prima, supervisore del settore calcolatrici, deve lottare con la subordinazione impostale dalla sua capa, Vivian Mitchell. Dorothy coordina infatti la sezione dei calcoli, composta da diverse lavoratrici di colore. Ma, nonostante sostituisca un altro supervisore mancante, non può riceverne lo stesso stipendio (per motivi di razzismo e subordinazione di genere). Ma quando capisce che le sue dipendenti rischiano il licenziamento per via dell’introduzione, nei laboratori di programmazione, di un calcolatore elettronico, che renderà superfluo il procedimento manuale, decide di reagire. Formerà allora le sue colleghe sulla supervisione del nuovo computer, continuando a garantirgli un lavoro. E colpendo Vivian, che ne riconoscerà la forza e la determinazione.

Il diritto di contare
Dorothy e le altre calcolatrici del Langley Research Center

Mary, invece, vorrebbe essere promossa ingegnere ma, per farlo, dovrebbe seguire un corso di formazione supplementare (che le viene tuttavia precluso, in quando donna e di origini afroamericane). Avvierà allora un procedimento legale, per ottenere finalmente il permesso di frequentare una scuola serale riservata ai soli uomini bianchi.

Tre storie di donne, quindi, che racchiudono quelle di molte altre ragazze, di cui non conosciamo i nomi. Donne che hanno dovuto lottare per potersi affermare, per contare per l’appunto, scontrandosi contro le diversificazioni di genere e le discriminazioni di natura razziale. Esempi di forza, coraggio e determinazione che hanno mosso i pensieri di un secolo, portando ad una progressiva emancipazione, in entrambi i sensi. Memorie vere che, grazie al film Il diritto di contare, possiamo oggi ricordare e, soprattutto, celebrare.

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