Per la regia di Alex Garland, Ex Machina può sembrare una science fiction piuttosto classica, nel suo indagare i rapporti tra essere umano e macchina, ma ad uno sguardo più attento si rivela un film che indaga, sapientemente, l’identità di genere.

Fantascienza e perturbante

Sin dall’epoca di Metropolis il cinema di fantascienza ha indagato la relazione tra umano e macchina. Parliamo di robot, umanoidi, androidi. La fascinazione del pubblico per questo particolare genere risiede anche nella sua capacità intrinseca di scatenare riflessioni sugli statuti identitari.

Da sempre la science fiction gioca sulla dimensione del perturbante, cioè la possibilità che un essere apparentemente animato sia davvero vivo e, viceversa, il dubbio che un oggetto privo di vita sia invece animato. La sfera del perturbante pone allo spettatore interrogativi relativi al concetto di umanità, ma anche questioni etiche su identità e relazioni.

Negli ultimi anni molte pellicole di fantascienza si sono avvicinate alla descrizione di un mondo familiare, a noi vicino, effettivamente plausibile. Non si tratta più di mondi distopici figurati, per esempio, da Blade Runner, e di conseguenza, possono essere più disturbanti per lo spettatore.

In Lei, Theodore (Joaquin Phoenix) si innamora del proprio sistema operativo, una nuova intelligenza artificiale in grado di evolvere sulla base delle esigenze dell’utente.

Gli stessi interrogativi che animano la pellicola di Spike Jonze – la differenza tra intelligenza artificiale ed umana, ma anche la possibilità per l’umano di intrecciare un rapporto con la macchina – sembrano allo stesso modo animare Ex Machina. Il film è uscito nel 2015 per la regia di Alex Garland, che con esso firma il suo debutto alla regia.

L’intelligenza artificiale di Garland ha, però, una corporeità definita, un genere, viene programmata dal suo creatore per avere una sessualità ed essere in grado di provare piacere fisico.

La peculiarità di Ex Machina sta proprio in uno spostamento della sua riflessione sull’essere artificiale. Più che il loro essere umani o meno, Ex Machina va più in profondità con un evidente discorso su identità di genere e sessualità, sempre attraverso il genere fantascientifico.

Sessualità e artificialità

Caleb osserva Ava, nelle sue stanze, attraverso un monitor di sorveglianza.

Il giovane programmatore Caleb vince un concorso indetto dalla sua azienda e gli viene permesso di lavorare ad un progetto con il multimilionario Nathan. Gli sarà rivelato che dovrà esaminare, nel corso di una settimana, una nuova forma di intelligenza artificiale e stabilirne l’efficacia attraverso un test di Turing.

Caleb conosce Ava, un’androide che ha le sembianze di una donna adulta, pur presentando visibili componenti robotiche. «La vera prova è mostrarti che è un robot e vedere se la percepisci lo stesso come essere cosciente» gli spiegherà Nathan. L’informatico, nel corso di sette sessioni con Ava, dovrà quindi determinare la possibile umanità della robot.

Le domande poste dalla pellicola allo spettatore sono molteplici e sono le medesime che si chiede anche il suo protagonista. Quando Ava inizia a porgli domande personali, esaminare le sue risposte e anche a flirtare con lui, Caleb si chiederà le motivazioni di Nathan nel fornire all’androide una sfera sessuale. Nel tentativo di creare una macchina cosciente, Nathan è consapevole dell’importanza che ha la sessualità in quanto dimensione imprescindibile dell’essere umano e giustifica in questo modo l’aver dato un genere all’androide e averla «programmata per essere eterosessuale».

Il film, e in particolare la sua componente visiva, sembrano portarci però ad una conclusione differente.

Ava si rivelerà un modello costruito per essere indagato da un osservatore ben preciso. Si tratta stesso Caleb, selezionato in quanto eterosessuale, privo di legami sentimentali o di famiglia e facilmente manipolabile. Il vero test di Nathan consiste nel sottoporre il ragazzo ad un macchina per cui egli può potenzialmente provare attrazione sessuale e vedere come l’androide lo sfrutta a suo vantaggio.

Ava è costruita per creare piacere, visivo ed emotivo, in Caleb. È persino specificato come il suo volto e corporeità siano stati modellati sulle preferenze pornografiche del ragazzo.

Archetipi di genere

Caleb e Ava nel corso di una delle loro sessioni.

Il ruolo che Ava interpreta nel suo rapporto con Caleb è quello di vittima alla ricerca di un salvatore. Il ragazzo è convinto di essere l’unica possibilità di Ava per fuggire e questo alimenta il suo ego in quanto motore della vicenda. Ava si configura come una figura femminile da salvare, Caleb come lo stereotipico eroe che la porterà in salvo.

Per come il film si pone inizialmente, Caleb è la figura principale, di controllo, con cui lo spettatore può identificarsi. Ava, d’altra parte, è l’oggetto di uno sguardo feticistico, sia del protagonista che dello spettatore. Si tratta dello stesso meccanismo per il quale, nel cinema classico, l’inquadratura indugiava più del necessario sul primo piano della protagonista femminile, in una soggettiva della sua controparte maschile. In questa sospensione della narrazione, spettatore e protagonista maschile rendevano la figura femminile puro oggetto di piacere per il proprio sguardo, complice un certo tipo di messa in scena estetizzante.

Garland sembra esserne profondamente consapevole. In Ex Machina, decostruisce questi ruoli codificati: li rovescia, li indaga, ne svela la natura stereotipata.

Ava interpreta un ruolo, è perfettamente conscia del ragionamento di Caleb, lo manipola a suo vantaggio. Nathan è convinto che ella si comporti in tal modo solo per come lui l’ha programmata e creata, ma l’androide si ribellerà anche alla sua figura, uccidendo il proprio creatore.

Nel finale, Ava si affrancherà sia dallo sguardo di Nathan che da quello di Caleb; e solo in tal modo diventerà davvero essere umano cosciente. Non solo: conquisterà una propria identità, anche in quanto figura femminile libera da un condizionamento maschile. È infatti necessario tendere in mente come Ava sia stata costruita appositamente per compiacere le fantasie dei due personaggi maschili: i deliri di onnipotenza di uno, il servilismo pronto alla conquista sentimentale dell’altro. 

Lo sguardo del maschile, del femminile, dello spettatore

Lo stesso Caleb è sottoposto ad uno sguardo – quello dello spettatore?

I rimandi alla dimensione del guardare sono molteplici nel corso dell’intero testo filmico.

Il rapporto tra Caleb ed Ava si basa sull’osservazione; il primo deve indagare la seconda e stabilirne la possibile coscienza. Abbiamo già esplicitato come l’IA sia stata costruita e programmata per sottostare allo sguardo di Caleb. A parte le caratteristiche fisiche con cui Nathan l’ha costruita, che si rifanno alle preferenze sessuali del suo osservatore, anche le movenze di Ava sono determinate da un possibile sguardo esterno, specificatamente maschile.

In una delle conversazioni con Caleb, Ava gli confessa: «Ogni tanto la notte, mi chiedo se mi guardi dalla videocamera, sperando che tu lo stia facendo». Uno schermo installato nella propria stanza, infatti, permette al protagonista di controllare la robot in tempo reale attraverso un sistema di videocamere di sorveglianza che mappano completamente i suoi spazi. Più volte nel corso della pellicola Caleb osserverà l’androide nelle sue azioni e comportamenti quotidiani. Appare da subito evidente, però, come il suo sguardo non sia analitico o volto ad un’analisi professionale, quanto voyeuristico.

D’altra parte, le movenze di Ava non hanno nulla di naturale o quotidiano. Non è chiaro quanto ella sia condizionata dalla programmazione di Nathan o quanto sia conscia di essere osservata e reciti dunque una parte. I movimenti di Ava sprigionano, consapevolmente, una forte carica sessuale. Nei suoi atteggiamenti, è continuamente sottoposta a sguardi molteplici: quello di Nathan, quello di Caleb, ma anche quello dello spettatore.

Ava arriverà persino a causare dei blackout all’interno dell’edificio, durante i quali ogni apparecchiatura elettronica smette di funzionare. E’«per vedere come ci comportiamo quando non siamo osservati» spiegherà l’androide a Caleb.

Nel suo percorso di affermazione in quanto individuo cosciente la figura di Ava ci permette di riflettere sul concetto di donna come immagine, uomo come soggetto dello sguardo, indagarlo, rovesciarlo.

Il personaggio di Kyoko

Nathan e Kyoko.

Il film ci pone di fronte un’ulteriore figura femminile. Si tratta di Kyoko, un’androide costruito da Nathan, dalle fattezze completamente umane, che non parla né capisce la lingua dei personaggi e ci viene presentata come cameriera, cuoca e amante del proprio creatore.

Quelle caratteristiche che in Ava ci facevano pensare alla robot in quanto immagine sessuale sono qui esasperate all’inverosimile. Ogni movenza di Kyoko sembra sprigionare carica sessuale, è ridotta al silenzio, ogni azione che è programmata a compiere è atta a provocare piacere nel proprio creatore. La presenza silenziosa dell’androide vuole sottolineare il suo statuto di dipendenza dallo sguardo maschile, nonché il legame tra donna, spettacolo. e piacere erotico.

Kyoko non è in grado di affrancarsi dalla programmazione che l’ha resa immagine. In questo senso, il codice informatico può essere visto come metafora di una sovrastruttura culturale che, consapevoli o meno, ci influenza. Ed è per questo che è la sua figura quella che maggiormente ci parla di spettacolo e piacere visivo, di donna-oggetto.

In Ex Machina, lo sguardo maschile è manifestatamente oppressivo. Nathan costruisce gli androidi per sottostare ad uno sguardo, definisce le loro identità sulla base di fantasie e desideri maschili. Ugualmente, lo sguardo di Caleb è sia voyeuristico che plasmante.

Lo sguardo del femminile si  manifesta come consapevolezza del proprio statuto di oggetto. Kyoko comunica esclusivamente attraverso il proprio sguardo, manifesta con esso la propria rassegnazione o comprensione. Ava è invece in grado di usare lo sguardo cui è sottoposta a suo vantaggio, è grazie ad esso che riesce a sfruttare le debolezze altrui.

Lo sguardo dello spettatore si trova dunque a dover mediare tra i due. Un gioco di sguardi, schermi e specchi rendono Ex Machina una pellicola incentrata più sullo statuto del guardare che una semplice riflessione sul progresso tecnologico.

Considerazioni finali

Ava nell’ultima immagine del film.

L’ultima inquadratura del film sembra essere volutamente ambigua. Ava è libera, non è più rinchiusa nel centro di ricerca di Nathan e si trova circondata da esseri umani. Eppure, l’ultima immagine che vediamo della sua figura è, ancora una volta, filtrata da una lastra di vetro.

Attraverso queste immagini, Garland ci vuole mostrare il momento nel quale Ava è in grado di ottenere il pieno controllo sulla propria identità. Finalmente, l’unico sguardo al quale è sottoposta è il proprio e, finalmente, capisce cosa significhi sapere come ci si comporta quando non si è osservati. Eppure, l’ultima immagine che abbiamo della nostra protagonista è schermata da una superficie, ancora una volta.

Punto focale di una buona parte del cinema di fantascienza è un’indagine sullo statuto dell’essere umano, sulla coscienza di sé, sull’artificiale. Ex Machina presenta tutte queste caratteristiche, ma mette anche in discussione le dinamiche dello sguardo: il nostro sguardo in quanto uomini o donne, ma anche il nostro sguardo in quanto spettatori.

Il film ci racconta una storia, abbastanza tipica nella science fiction, di creazione tecnologica che si ribella al proprio creatore e trova una propria identità. La sua dimensione visuale diventa però una riflessione sulle dinamiche tra piacere, sguardo e identità che ci svelano, da sempre, nuove chiavi di lettura.

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