Svankmajer. L’arte e il Cinema.

Quando pensiamo a Tim Burton pensiamo tutti al dark, alle sue atmosfere cupe che tuttavia trovano una dolce accoglienza nella mente dei bambini.

Pensiamo anche alla tecnica dello stopmotion, mediante la quale egli può far prendere vita alle sue creazioni, il sogno di ogni bambino.

Per questo si tende oggi a considerare Tim Burton come l’esponente massimo (odierno naturalmente) della tecnica stop motion. Forse sì o forse no, sicuramente uno dei migliori, sicuramente il più conosciuto, sicuramente anche quello con più fondi a disposizione.

Praga e “The Last Trick”

Ma spostiamoci per un secondo a Praga, quando Jan Svankmajer, regista teatrale, esordisce alla cinematografia con “The Last Trick” o “Posledni trik pana Scwarzewaldea a pana Edgara” (leggere attentamente il foglio illustrativo), un cortometraggio di dieci minuti ambientato in un piccolo (e onirico) palco scenico (sul soffitto é ben visibile un lampadario da salotto) dove ha luogo una singolare competizione di magia tra due maghi-marionette.

La competizione si evolve in un crescendo di stranezze e tricks surreali fino ad arrivare all’ultimo trick dove i prestigiatori diventano essi stessi il numero di magia.

Il film presenta già i numerosi attributi che caratterizzeranno la produzione futura del regista ceco: la tecnica dello stop-motion (qui integrata con la recitazione live action) e i numeri del Teatro Nero.

C’è poi la tematica del cibo e della spersonalizzazione dell’uomo, temi molto cari al freudiano Svankmajer.

Si nota una particolare attenzione all’audio, sempre esasperato nella produzione di Svankmajer.  Le azioni quotidiane sono raffigurate sotto una pesante luce di alienazione.

Per Svankmajer l’uomo non é mai completamente “uomo”; diciamo piuttosto un sub-uomo.

L’importanza di una tematica comune

Infine c’è l’ambiguità dell’atmosfera, un aspetto peculiare che Burton eredita in forma “fanciullesca”. Le atmosfere di Burton sono sfumate tra il giocoso infantilismo e il tetro angosciante, ma pur sempre in chiave cartoonesca, sempre accompagnate alla risata.

In Svankmajer, invece, non c’è niente da ridere.

Le gag o le sequenze drammatiche non si sbilanciano mai né da una parte né dall’altra dello spettro emotivo, tutto é sospeso in un’ ambiguità metafisica, come in una tela di De Chirico.

Non si piangerà mai in un film di Svankmajer, come non si piange mai per i dolori della vita adulta, possiamo solo accettarli così come sono e non si può fare altro che accettare i mondi di Svankmajer come Svankmajer ce li offre, “rassegnandoci”.

E anche di rassegnazione si parla, in quello che è considerato il capolavoro del regista ceco: “Neko z Alenky “ o “Alice”, adattamento cinematografico del famoso Alice In Wonderland.

La battaglia tra l’infanzia e il mondo degli adulti é qualcosa che noi tutti conosciamo bene, non solo per esserci passati in prima persona, ma anche perché abbiamo imparato a conoscere e ad amare l’ostinata Alice che si é innamorata del suo piccolo strano mondo.

Curiosi suggerimenti di una mente schizofrenica e parodie di piccole bande di teppistelli sperduti capeggiati dal bullo più grande di nome Peter che inevitabilmente ruba il cuore di una ragazza timida e per bene di nome Wendy, a sua volta riflesso poetico (o profetico) di una donna imprigionata tra le mura di casa e insoddisfatta del marito noioso, sognante una vita di passione che non avrà mai.

E ci stupiamo se Svankmajer e Burton continuano a esplorare con così tanta passione quella letteratura che noi ci ostiniamo a definire “per ragazzi”?

Alice nel paese delle Meraviglie (Terribili)

Chiaramente sia Burton che Jan hanno interpretato l’Alice di Carrol a modo loro, entrambi curando l’aspetto scenografico come solamente loro sanno fare; tuttavia se Burton si è mantenuto più fedele rispetto allo spirito della storia, pur riadattandola per il grande pubblico, Svankmajer ne ha fatto una rilettura grottesca.

Un film con tantissimi rumori e pochissime parole, ripetute meccanicamente fino a risultare esse stesse un rumore freddo e alienante.

Gli ambienti sono come implosi, collassati su loro stessi, come una mente infantile deformata dal trauma; ci sono foglie secche in un cassetto della scrivania, vasetti di marmellata e chiodi, accuratamente riposti in scomparti scavanti nel muro.

Molto particolare è il personaggio del Bianconiglio, un pupazzo con una lacerazione sul suo torace che ha tentato maldestramente di ricucire, da cui sanguina segatura; per rimediare all’evidente guaio, ogni tanto, lo ritroviamo intento a mangiare segatura trovata chissà dove, nel tentativo evidente di non dissanguarsi.

Say the white rabbit non è più una battuta, viene ripetuta così tante volte che la parola viene spogliata del suo significato, diventa un rumore, un semplice suono.

Figure ricorrenti

Abbiamo già menzionato la marmellata con i chiodi e la segatura del Bianconiglio, non a caso, perché il cibo é una delle tematiche a cui Svankmajer è  più affezionato. Il maestro non perde tempo a mostrare i dolcetti che permettono ad Alice di mutare la sua statura, da gigantessa tra le formiche a piccolo esserino di modestissime dimensioni (in queste scene l’attrice scompare e il suo posto viene preso da una bambola con le sue fattezze).

C’è poi l’ora del tè più disturbante che io abbia mai visto.

La Lepre Marzolina è in realtà un malconcio pupazzo dimenticato, forse, dalla stessa Alice.

Il Cappellaio Matto invece sembra ciò che è rimasto del burattino, quando Pinocchio divenne un bambino vero.

 

Insomma, la prima volta che vidi un lavoro di Svankmajer, oltre ad innamorarmene follemente, capii subito che mi trovavo di fronte al più importante maestro di Burton, forse ancora più importante dei grandi espressionisti, poiché non vi era solo la forma.

C’era il pathos, l’alienazione del racconto, il muto legame che la cinepresa intrecciava con lo spettatore, per portarlo in un mondo che non esisteva, un mondo creato apposta. Un mondo per fuggire forse.

Per citare Mean Creek, di Estes: “Mi chiamo George (Tim; Jan) e questo è quello che ho in testa.”

 

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