Suburbicon: George Clooney sarà riuscito a realizzare un grande film da uno “scarto” dei fratelli Coen? La parola ad Ettore Dalla Zanna.

Suburbicon

Prima la sorpresa, poi le occhiate, poi le lamentele, poi le staccionate, poi gli allontanamenti dai supermercati e dai vari luoghi pubblici, poi i rumori dati dai tamburi e le canzoni, anch’esse rumorose e fastidiose, fino ad arrivare alla violenza, verbale e fisica. “Sono arrivati i negri e se ne devono andare immediatamente”. Da uno “scarto” dei fratelli Coen, scritto dopo “Blood Simple” in pieno periodo “reaganiano”, Clooney lo rielabora, servendosi accuratamente della sottotrama della famiglia afroamericana appena giunta a Suburbicon.

Non solo per un’ulteriore denuncia all’America smaccatamente progressista alla superficie ma enormemente attanagliata da letali contraddizioni all’interno. La vicenda viene utilizzata come soluzione narrativa per evidenziare l’andamento del film. La quiete prima della tempesta. A poco a poco si materializza la mostruosità domestica. Gli abitanti di Suburbicon che mirano a far togliere, ad “eliminare” gli afroamericani dalla loro cittadina, non si accorgono che la vera tragedia si sta materializzando nelle vicinanze, nel focolare domestico della famiglia Lodge.

Mafia, truffe, mogli morte forse non per caso, sesso, razzismo, alienazione, soda caustica, sandwich avvelenati, televisori che riportano pubblicità, programmi per bambini ma anche notiziari quasi da Germania degli Anni Trenta più che America degli anni Cinquanta, giochi di persone squisitamente “hitchcockiani” con la duplice Julianne Moore. Il tutto incastonato in una cornice noir nella quale i baci, come in tutti i noir, sono baci di Giuda. Eppure sembrava tutto tranquillo.

Bianco e Nero

Suburbicon

Dopo la morte di un familiare, c’è sempre la ripresa. La forza di rialzarsi e tornare in uno stato di quiete. Inizialmente sembra così. Infatti, iniziano a subentrare una serie di personaggi che metteranno a repentaglio i piani della famiglia Lodge, quali un comandante di polizia, il ritorno di una coppia di strozzini (uno dei due con una fisionomia che ricorda Charles Laughton) e l’arrivo di un investigatore interpretato da Oscar Isaac, il Poe Dameron della nuova trilogia di “Star Wars“. L’inevitabile giungerà a suo compimento.

Una vera e propria devastazione fisica e verbale. Vista, in questo caso, parallelamente alla vicenda degli afroamericani, da un ragazzino, Nicky, già disperato alla sua età, asociale, con la voglia di andare via dalla città, e che cerca l’affetto mancato dei genitori in uno zio bonario ma giudizioso. Le vicende degli afroamericani e della famiglia Lodge s’intrecciano proprio con i due figli delle rispettive famiglie, Nicky ed il piccolo Andy. Due soggetti alienanti, chi perché giudicato dal colore della pelle e chi perché pessimista già a quell’età.

Il film di Clooney ha un’atmosfera che ricorda “L’erba del vicino” di Joe Dante seppur meno scorretto e meno cattivo nelle conclusioni che elabora nel finale. Ne è la copia addolcita. Pur sempre deliziosa. Caratterizzato da temi importanti e da personaggi negativi nascosti negli anfratti domestici. Coloro che propugnano l’American Dream, accessibile (si fa per dire) a tutti. La candida e “bianca” Suburbicon non accetta il nero. Eppure il nero è già presente nelle loro case. Radicale, parassitario e ben sedimentato.

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