Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh: ottimo film o autentico disastro? La parola ad Ettore Dalla Zanna.

Kenneth Branagh torna al cinema con “Assassinio sull’Orient Express” ed inizia un nuovo franchise!

Non è solo una questione di baffi. Nella risoluzione finale non solo c’è il senso di un’operazione commerciale che darà il via ad un franchise (è stato annunciato “Assassinio sul Nilo“). Ma il senso stesso di Kenneth Branagh e le opere che porta al cinema. Il senso di essere incredibilmente vicino ma decisamente distante, in questo caso, dal capolavoro letterario di Agatha Christie e dall’iconografia del detective belga Hercule Poirot.

Ci sono i baffi “immensi” tanto descritti dalla scrittrice. C’è la genialità dell’investigatore (l’utilizzo delle “celluline grigie”), ed un’egoreferenza che non guasta mai. Quel che aggiunge Branagh, fisicamente parlando, sono gli occhi cerulei, la fronte corrucciata, lo sguardo sempre molto severo e preoccupato. Il Poirot di Branagh non guarda, penetra. Il Poirot di Branagh non chiede, esige. Ma non vengono modificati solo gli aspetti fisici.

Poirot, in questo adattamento cinematografico vecchio stile composto da un supercast attoriale che unisce vecchio e nuovo, è affetto da questa duplicità tra vecchio e nuovo. Un elemento rintracciabilissimo proprio nella filmografia di Branagh. In questa alternanza tra adattamenti teatrali, prettamente shakesperiani, e universi cinematografici e saghe hollywoodiane di cui Branagh ne è stato interprete (“Harry Potter“) ed anche regista (“Thor“).

Assassinio sull’Orient Express” è a immagine e somiglianza del proprio protagonista. Animo “cinefumettoso”, da origin story per il protagonista detective-supereroe, e rigidità teatrale impreziosita da una meravigliosa colonna sonora. Tutto questo emerge, appunto, largamente nella risoluzione finale con i dodici sospettati seduti ad un lungo tavolo a mo’ di Cenacolo di Leonardo Da Vinci.

Il Poirot temerario e intimista

E con questo Poirot, tra supereroe, dinamico e temerario, ed un figlio di Amleto, lontano dalla sua amata (vista solo per foto) e lacerato da dilemmi interiori che vertono sul rapporto tra Giustizia e Vendetta. Ma soprattutto nella ricerca dell’equilibrio nello squilibrio, dell’eccezionalità nella quotidianità del delitto. Un po’ come Branagh alla guida di questo adattamento. Ricercare un giusto equilibrio nello squilibrio filmico fatto di personaggi poco dettagliati del super-cast e di una certa fretta nello svolgimento del giallo. Ricercare l’eccezionalità in un prodotto difettoso ma dignitoso ed apprezzabile.

Ricercarlo e trovarlo proprio nel detective belga di Agatha Christie, mix di “celluline grigie“, di austerità da re shakesperiano e dinamicità da eroe di cinefumetto. Nel finale, Poirot decide di scegliere pensando più al cuore, “alla pancia” che al cuore. Un po’ come il film in sé, prediligendo più i dilemmi interiori, i conflitti ideologici, l’amarezza, il dolore, la desolazione e la malinconia del fattaccio protagonista rispetto all’indagine meticolosa ed accurata. Problematico, difettoso ma apprezzabile e soprattutto prezioso. Branagh conferma di essere una delle personalità artistiche più aperte presenti nel panorama del cinema contemporaneo.

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