7.8

Sorry we missed you, recensione del film di Ken Loach

Regista

Ken Loach

Genere

Drammatico

cast

Kris Hitchen, Debbie Honeywood

sceneggiatore

Paul Laverty

produttore

Sixteen Films

durata

1H, 41min

Offerte
Data di uscita

2 Gennaio 2020

Hoping that self-employment through gig economy can solve their financial woes, a hard-up UK delivery driver and his wife struggling to raise a family end up trapped in the vicious circle of this modern-day form of labour exploitation.

Sorry we missed you. Ken Loach contro il neoschiavismo

Sorry we missed you locandina

“Sorry we missed you”. Così c’è scritto sugli adesivi che i corrieri devono applicare sulle case di chi non era presente in casa al loro arrivo.  Ricky Turner (Kris Hitchen) è da poco uno di loro e se inizialmente il lavoro “autonomo” gli sembra un sogno, dovrà presto fare i conti con quella che è a tutti gli effetti una nuova forma di schiavismo.

Ken Loach non ha bisogno di presentazioni. Dalla fine degli anni sessanta la sua attenzione la mondo del lavoro, la sua denuncia costante delle ingiustizie sociali, unite alla sua coerente militanza politica, ne hanno fatto uno dei più grandi “working class heroes” della storia del cinema.
Con questo suo ultimo lavoro, presentato a maggio al Festival di Cannes e finalmente arrivato nelle nostre sale, Loach dimostra ancora una volta lucidità e capacità di narrare il presente.

Se infatti il suo film precedente “Io, Daniel Blake” raccontava i drammi della disoccupazione e della povertà, “Sorry we missed you” porta ulteriormente avanti il discorso, e lo focalizza sulla sovraoccupazione. Pur nel mezzo della crisi economica mondiale, i suoi personaggi non hanno gravissimi problemi economici, non soffrono la fame. Quello che si vedono sottrarre dalle nuove forme di sfruttamento è il tempo. 

Sorry we missed you 1

Prendi in carico il pacco. Raggiungi la quota. Bip-Bip, due minuti fuori dal furgone, risali. Consegna. Piscia nella bottiglia.

Il tempo del protagonista, sempre più prigioniero nella spirale di  un lavoro la cui finta autonomia è solo un modo per sottrarre tutele, in cui ogni umano sbaglio viene pagato sulla propria pelle (il furgone che suona se il corriere lo lascia per più di due minuti sembra una cosa fantascienza distopica, ma non lo è affatto)

Lo vediamo, giorno dopo giorno, sempre più impossibilitato a lasciare anche solo per un minuto il lavoro, vediamo la sua frustrazione, i problemi con i due figli e la moglie. Sempre più alienato in un meccanismo senza scamp e senza tregue, fino al tremendo finale.

Loach racconta tutta questa vicenda senza sconti, servendosi come di consueto di attori non famosi, facce verosimili e dialoghi naturali. Mai, neanche per un istante, quei volti suonano falsi, soprattutto per la scelta di girare le scene del film in perfetto ordine cronologico, senza che gli attori protagonisti sapessero come la storia stessa sarebbe andata avanti. Uno sguardo, quello di Loach, capace di coniugare un amore immenso per gli sfruttati e un disgusto altrettanto implacabile verso gli sfruttatori. Per usare una frase fin troppo abusata: un cinema di cui c’è un bisogno disperato.

COMMENTO FINALE:

Sorry we missed you è l’atto d’accusa di Ken Loach contro la gig economy e tutte le forme di neoschiavismo. Lo sguardo impietoso di un regista che malgrado la tarda età non cessa di urlare la la sua indignazione per le ingiustizie

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8

Ottimo

Pro

  • Un atto di accusa contro i nuovi sfruttamenti

contro

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