sono tornato

7.2

Sono tornato

Regista

Luca Miniero

cast

Massimo Popolizio, Frank Matano, Stefania Rocca, Gioele Dix, Eleonora Belcamino

sceneggiatore

Luca Miniero, Nicola Guaglianone

produttore

Indiana Production Company

durata

100 minuti

Offerte
Data di uscita

1 febbraio 2018

Benito Mussolini si ritrova magicamente nel 2018, in una Roma e in un'Italia che non riconosce più. Nel frattempo Andrea Canaletti, aspirante documentarista, lo cattura per sbaglio con la sua videocamera e lo scambia per uno strabiliante comico. Ha inizio un tour lungo lo stivale, che darà all'ex dittatore una fortuna tale da guadagnarsi un posto di punta nella televisione. Riuscirà il Duce a riconquistare un paese che lo crede essere solo commediante?

Sono tornato. Mussolini irrompe prepotentemente sul grande schermo… e nell’Italia del 2018

sono tornato

Come si porta Mussolini in sala

“C’è solo una persona che può interpretare Mussolini… perchè Popolizio quando sbatte la mano sul muro mi fa paura.”

Questo l’estratto dell’intervista in cui Nicola Guaglianone, sceneggiatore che amiamo e con già due firme in questo 2018, comunica al pubblico la serietà con cui “Sono tornato” avrebbe trattato un argomento così delicato. E, come vedremo più avanti, l’equilibrio tra generi, codici e toni poteva essere davvero un problema. Parliamo del remake di un noto film tedesco (“Lui è tornato”, ovviamente con Hitler mattatore), ma che trasferisce il discorso nella cultura e sensibilità italiana.

Il regista Luca Miniero ha l’esperienza necessaria per tale operazione? Il curriculum dice di sì: sua la doppia regia di “Benvenuti al Sud” e “Benvenuti al Nord”, trionfi di pubblico e parzialmente di critica. Ma se, soprattutto nel primo, Miniero non è riuscito a far prevalere la gradevole forma rispetto al buonismo ed alla vacuità delle opere, qui ci troviamo di fronte a un indubbio salto di qualità. Un miglioramento relativo soprattutto alla portata intellettuale e morale della pellicola, meritevole di portare dinnanzi agli occhi dello spettatore dei corpi carismatici sostenuti da un impianto visivo ricco, eterogeneo e coerente. Perchè i veri protagonisti della pellicola sono due: l’immagine e gli italiani.

La luce del Duce

“Mussolini qualcosa di buono l’ha fatto.”

E’ la frase che fa venire i capelli bianchi più o meno a tutti. Non è questa la sede per commentare tale affermazione, ma limitandoci al Cinema qualcosa possiamo e dobbiamo dirlo. Istituto LUCE, Mostra del Cinema di Venezia, Cinecittà ed il Centro Sperimentale di Cinematografia non esisterebbero senza la lucida intuizione di Mussolini. Il fondatore del fascismo comprese che non esiste affermazione del potere nell’immaginario popolare senza l’instaurazione di un solido regime di visibilità. L’immagine batte l’ideale ed il nostro Novecento e questi primi anni di Duemila ne sono la conferma.

sono tornato

E quindi, tornando al film, il piano del Duce riemerso dalle nubi  del passato (purtroppo graficamente orribili) quale potrà mai essere? L’ex dittatore vuole riprendersi un paese che non riconosce più facendosi icona, immagine in grado di stabilire un contatto col popolo. Miniero e la montatrice si divertono a mescolare la zoomata nervosa del documentario con la patinatura artificiosa televisiva. Così come giocano con materiale di repertorio che attraversa tutta la nostra storia e, con la medesima precisione, ci fanno immergere nel ristretto formato del cellulare.

Il Duce di Popolizio è un corpo che ha bisogno di immagini per ridare lustro alla sua vitalità, ma sono anche le stesse immagini ad aver bisogno di lui. La possibilità mediatica gli viene offerta dal giovane documentarista (un Frank Matano sapientemente dosato), che lo accompagna prima in un fantastico tour poi negli importanti palinsesti televisivi. Gli spoiler sono tiranni, dunque il nostro invito è di concentrarsi sullo sviluppo drammaturgico tra dittatore-documentarista-emittente televisiva. Ed ovviamente anche sull’audience, gli italiani.

Italia oggi

“Il popolo più analfabeta. La borghesia più ignorante d’Europa.”

Così l’irresistibile Orson Welles, nei panni di un regista, commentava l’Italia nell’episodio-capolavoro di Pasolini del 1963, ovvero “La ricotta”. Ed anche Mussolini non è da meno… Ci ha lasciato analfabeti e ci ritrova analfabeti, secondo le sue dure e grottesche parole. Analfabeti? Ma anche nichilisti, arrabbiati, spaventati e distanti da qualsiasi tipo di discorso costruttivo sul paese. Integriamo addirittura l’inglese nel nostro vocabolario quotidiano. Interagiamo alla luce del sole con gli stranieri. E non sappiamo neanche più rimorchiare (geniale e provocatoria la scelta di rendere Mussolini un corpo che le donne amano e rispettano).

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E’ un’Italia che il Duce non riconosce e che non si riconosce. Dalle bocche degli italiani escono solo invettive, frasi di rassegnazione, di gelosia o di sufficienza. E’ un popolo che, mentre cova la propria rabbia e si distanzia per partito preso dai suo rappresentati (come i coatti di “Come un gatto in tangenziale”), vuole sentirsi sedato. E vuole dormire ridendo della realtà, ormai indecifrabile ed irriproducibile (proprio il regista passa dal documentario al grottesco per raggiungere il successo). Ridere, ridere e ridere. E mangiare anche, come nota Mussolini mentre spassosamente fa zapping.

E’ un caso che a conquistare o intrattenere gli italiani sia proprio proprio la franchezza con la quale questa forza del passato (ma lui non si definisce tale) sputa sentenze? Frasi semplici, granitiche. Enfatizzate da una postura da busto di marmo che sa sciogliersi quando serve. Gli italiani parlano tanto e non dicono nulla, il dittatore parla poco e dice tanto. E’ proprio in questa visione critica, cinica e per nulla consolatoria che il film trova il suo massimo potenziale.

Commento finale:

“Sono tornato” è un film più che riuscito. Le sbavature sono piccole e rientrano nelle regole del gioco, ma la prepotenza con cui questa commedia satirica nerissima si scaglia contro lo spettatore va certamente premiata. Si pone inoltre come importante occasione per il Cinema italiano di entrare nel dibattito culturale contemporaneo. Sempre ammesso che esista ancora, secondo le premesse del film… Un film da non perdere in sala, perchè concepito per essere consumato sul grande schermo. E in Italia è veramente cosa rara.

Recensione di: Lorenzo Re

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7

Buono

Pro

  • Il mattatore Popolizio in gran forma. Purtroppo non candidabile per il David 2018
  • Impianto visivo interessante e stimolante
  • Divertimento intelligente assicurato

contro

  • CGI maledetta... in momenti molto importanti
  • Matano è una buona spalla, ma un fiacco e monolitico solista... Ed ogni tanto è un problema
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