made in italy

7.6

Made in Italy

Regista

Luciano Ligabue

Genere

Drammatico

cast

Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Ettore Nicoletti, Fausto Maria Sciarappa

sceneggiatore

Luciano Ligabue

produttore

Fandango

durata

104 minuti

Offerte
Data di uscita

25 Gennaio 2018

La vita di Riko (Stefano Accorsi) non è esattamente ciò che aveva sognato. Arrivato alla mezza età è costretto a fare un lavoro che non ama, a sciogliere i dubbi di un matrimonio in crisi con la bella Sara (Kasia Smutniak) ed a convivere con amicizie difficili. Ma il cambiamento chiama... Riko saprà rispondere?

Made in Italy. La crisi italiana attraverso il corpo di Stefano Accorsi e la regia di Luciano Ligabue

Fandango produce, Medusa distribuisce, Ligabue scrive, dirige, compone e la coppia Accorsi-Smutniak interpreta. E’ questa la formula di “Made in Italy”, il miglior incasso dell’ultimo weekend di Gennaio 2018. Niente a che vedere con le cifre dei campioni Verdone-Milani, ma l’impatto del terzo lungometraggio del regista-cantante emiliano conferma una certa tendenza del pubblico italiano (che proveremo ad esaminare meglio in uno speciale). I prodotti concepiti per un pubblico adolescenziale come “Il ragazzo invisibile” e soprattutto “Il vegetale”, il vero concorrente al botteghino di “Made in Italy”, fanno flop e non raggiungono la loro audience. Il pubblico adulto premia invece i suoi coetanei. Conferma una vicinanza, un’intesa affettiva-generazionale che si riflette nei buoni incassi del primo mese della nuova annata cinematografica.

made in italy

Ligabue, che piaccia o meno, ha la capacità di attraversare le generazioni. Parla con franchezza al suo coetaneo nella stessa misura con cui rilancia un retorico (ma efficace) messaggio d’entusiasmo al mondo giovanile. La dialettica tra nuovo e vecchio, tra novità e tradizione, tra futuro e passato è il centro di questa buona pellicola, il cui importante difetto forse sta nell’essere più “de core” che di mestiere. Ma il cantante questo lo sa. Ed è anche molto scaltro nel mettere a fuoco ciò che sa fare (enfatizzare i nostri tic, accentuare i plot emotivamente più interessanti, prolungare le scene madri giuste) rispetto a ciò che non funziona, ovvero la solida composizione di un testo audiovisivo.

Da un lato abbiamo quindi un’imposizione visivamente molto fiacca di una figura chiave come la casa, ma anche della sessualità (scena di sesso artificiale e fastidiosa). Mentre dall’altro un’intelligente coerenza tematica. E proprio su questa qualità ha più senso articolare una riflessione. Nello specifico attraverso tre figure cardine (unite dal problema del lavoro): la casa, la famiglia e l’amicizia.

La casa

“Mio nonno l’ha tirata su, mio padre l’ha allargata ed io sono quello che non se la può permettere”. La frase pronunciata dal personaggio di Stefano Accorsi è una delle cose migliori del film: ci comunica contemporaneamente frustrazione virile, inadeguatezza esistenziale e disagio storico. Riko ha un rapporto fisico con la casa nella quale è vissuto. Ed ora sta diventando tristemente tomba di tutti i suoi sogni ed obiettivi. E’ una casa contrassegnata dal motivo del confine, della divisione e della distanza (la tavola da pranzo non unisce ma separa, il letto matrimoniale uno spazio troppo piccolo per due persone, il figlio che vive come un vampiro nel buio della mansarda).

Ligabue lavora in sede di sceneggiatura su un’interdipendenza tra la condizione del personaggio e quella della sua abitazione, oggetto sempre meno in suo potere a causa delle difficoltà economiche. Ed i posti in cui i personaggi abitano ci dicono molto del personaggio stesso. A patto però che ci sia una sofisticatezza visiva a servizio di tale intento. Stefano Accorsi ed il suo nido invece sono entità distinte, non riescono mai a incastrarsi e trovare una completezza visionaria rispetto alle premesse della parola. La frizione tra immagine e testo al Cinema è argomento delicato e difficile da risolvere, in quanto l’efficacia non è mai certa ed anzi solleva ipotesi e ragionamenti contrastanti. Limitiamoci a dire che “Made in Italy” è senza dubbio più in grado di renderci consapevoli dell’importanza della casa piuttosto che farcela percepire.

La famiglia

Possono gli italiani affrontare un discorso sociale, un problema storico senza che la famiglia si ponga come specchio o referente? L’esperienza, come “Made in Italy” ci porta a dire di no. Riko raccoglie esternamente frustrazione, rabbia ed infelicità e trova nei legami di sangue l’occasione per far esplodere o implodere l’accumulo precedente. Non che al lavoro, con gli amici o con gli estranei abbia dei problemi a dire ciò che pensa… Ma davanti alla moglie, al figlio ed al padre malato la sua franchezza è come se facesse una smorfia. Tace o urla, resta immobile o scalpita, ignora o fissa, mostra indifferenza o desidera… Il protagonista vive uno smarrimento paterno ed un disagio virile. Il figlio è lontano, perso nel mondo delle immagini che vuole catturare (è un aspirante filmmaker) e la moglie presente/assente, sessualmente irraggiungibile e con un lavoro che tiene ancora in piedi la baracca.

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La famiglia di Ligabue è un qualcosa che ha già perso dei pezzi, ma non la speranza di poterli ricomporre. Sebbene il regista elabori meglio i problemi rispetto alle soluzioni, troppo affrettate se paragonate all’immersione nel cuore dramma, riesce a portare lo spettatore a seguire lucidamente il respiro dei suoi personaggi. E non sono pochi. La peculiarità di Riko sta nell’espandere il raggio famigliare, trovando in altre figure e luoghi dei surrogati ai vincoli di parentela. Il luogo di lavoro infondo è come una controversa casa, come altrettanto controverso è il suo rapporto con gli amici.

L’amicizia

In un film che vuole riprodurre una mutazione nel maschio italiano, devirilizzato e depresso, qualcosa che non cambia mai è l’amicizia. Gli amici cambiano, sia in senso esistenziale che in chiave drammaturgica, ma ciò essi rappresentano è come un faro che non si spegne mai. L’immobilità e l’assenza di energia da parte di Riko viene intercettata dal miglior amico Carnevale (un buon Fausto Maria Sciarappa), il quale ha sempre in mente qualche stratagemma per riportare il protagonista verso una necessaria vitalità.

made in italy

Il film è molto buono nel riprodurre quei rituali maschili che amiamo e pratichiamo soprattutto (il rimorchio in discoteca, la gita in auto, la serata birra-carte). Ed altrettanto efficace sono le collisioni che l’amicizia si porta dietro (donne, delusioni, fallimenti). La banda di amici della coppia è una fauna disordinata, stereotipata ma genuina quanto basta per farci entrare in sintonia con quel mondo. Ogni passaggio narrativo è scandito dalla presenza di un amico, apparentemente non necessario ma centrale per le sorti della vicenda.

Commento finale:

“Made in Italy” non sarà una gioia per gli occhi ma è un buon dramma. Lucidamente ancorato ai suoi temi cardine, procede per la sua strada senza mai perdersi in maniera irrimediabile. Gli incassi seppur buoni non sono esaltanti, ma solo il tempo ci dirà le vere potenzialità di questo film. Gli attori fanno la loro parte, anche se la Smutniak è più forte di Accorsi ed andava enfatizzata maggiormente in chiave promozionale.

Recensione di: Lorenzo Re

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6.5

Okay

Pro

  • Attori giusti per i ruoli giusti
  • Ligabue conosce gli italiani e li racconta senza sfigurare

contro

  • Scarsa padronanza dell'immagine
  • Troppa fretta di concludere... ma oltre 104 minuti non si poteva andare
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