8.2

L’isola dei cani

Regista

Wes Anderson

cast

Bryan Cranston, Koyu Rankin, Edward Norton, Bob Balaban, Bill Murray, Frances McDormand, Scarlett Johansson

sceneggiatore

Wes Anderson

produttore

Wes Anderson, Scott Rudin, Jeremy Dawson, Steven Rales

durata

1h 41 min

Offerte
Data di uscita

3 Maggio 2018

Nel futuro 2037, tutti i cani del Giappone vengono messi in quarantena su un'isola di rifiuti a seguito di un'epidemia di "influenza canina" che sta infuriando nella città di Megasaki. Cinque cani, stufi della loro decadente esistenza segregati dal mondo, incontrano un ragazzino, Atari Kobayashi, che giunge sull'isola per ritrovare il suo cane Spots. A Megasaki gli uomini si dividono fra la paura dell'infezione e le rimostranze per l'abbandono dei cani; frattanto i cinque cani dell'isola, scoperto che Spots potrebbe non essere morto, decideranno di aiutare Atari a cercarlo e di proteggerlo dalle autorità giapponesi che lo vogliono riportare indietro.

L’isola dei cani: estetica, fedeltà e umanità.

Dopo quattro anni da “Gran Budapest Hotel” ritorniamo nel mondo simmetrico e colorato di Wes Anderson e lo facciamo con “L’isola dei cani”. Una pellicola d’animazione in stop motion, tecnica complessa e quasi anacronistica in un’industria cinematografica dove ormai la CGI la fa da padrone. Il registra statunitense, che aveva già utilizzato questa tecnica con “Fantastic Mr.Fox” nel 2009; riesce visivamente a dar sfogo a ciò che per lui è quasi un ossessione e cioè l’armonia estetica resa attraverso la simmetria. Questo film più di altri riesce a toccare tutti gli aspetti che contraddistinguono il cineasta texano e che nonostante l’uso di alcuni che possiamo definire apparenti stereotipi riesce a raccontarci una storia toccante senza mai cadere nel banale.

Il Giappone

La terra del sol levante dove la tradizione si mischia all’innovazione, la scienza allo spirituale è la perfetta ambientazione per una storia come questa fatta di contrasti e differenze. Tutto ciò che è nipponico si sposa alla perfezione con quella che è la visione di Anderson. Sin dagli idiomi della scrittura che regalano per qualsiasi parola o frase ( guarda caso ) un aspetto simmetrico e di grande impatto estetico.

Altro aspetto fondamentale della cultura giapponese che viene messo a perfettamente a dispozione della trama è l’espiazione delle proprie colpe attraverso il sacrifico talvolta anche di se stessi; ad esempio come l’harakiri. La cosa sorprendente è che a farlo è colui che possiamo considerare “il cattivo” del film.

Chi siamo noi ?

Questa è la domanda con la quale il piccolo protagonista Atari ci ricorda che cosa siamo noi se nei momenti di paura e difficoltà volgiamo le spalle anche a chi è considerato da sempre il migliore amico dell’uomo e cioè il cane; anche quando quest’ultimo abbandonato, esiliato e trattato come un rifiuto da una lezione di fedeltà e paradossalmente di umanità aiutando non solo il bambino.

I deboli sono forti 

Con questa antitesi sempre presente e fondamentale il film ci regala l’ennesimo messaggio di grande attualità ed è questo che rende questa pellicola qualcosa di più grande di ciò che può sembrare a prima vista. La debolezza come elemento di ciò che si è e non di ciò che si può fare o diventare. I protagonisti ognuno con le proprie debolezze, essendo chi un orfano, chi un eterno randagio e chi un reietto riescono insieme a capovolgere un sistema e quindi il loro destino.

Commento finale

“L’isola dei cani” di Wes Anderson è la sua ennesima perla  che come spesso trasmette un messaggio forte con grande creatività e semplicità. Tutto anche grazie ad una sua sceneggiatura essenziale ma mai scontata in aggiunta al suo stile dietro la macchina da presa.

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9

Epico

Pro

  • Estetica delle immagini
  • Sceneggiatura semplice ma non banale
  • Scenografia e realizzazione dei modellini
  • Musiche di Alexandre Desplat che fanno da cornice
  • Varietà dei messaggi sociali

contro

  • Possibilità di non empatizzare per chi non ha un amico a quattro zampe
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