7,1

Il Sacrificio del Cervo Sacro

Regista

Yorgos Lanthimos

Genere

Drammatico

cast

Colin Farrel, Nicole Kidman, Barry Keoghan

sceneggiatore

Yorgos Lanthimos, Efthimis Filippou

produttore

Ed Guiney, Yorgos Lanthimos

durata

109 min.

Offerte
Data di uscita

28 Giugno 2018

Steven Murphy, affermato cardiochirurgo, conduce una esistenza borghese, apparentemente perfetta, insieme alla moglie Anna e ai figli Kim e Bob. Quando Steven presenta alla famiglia Martin, un giovane problematico rimasto da poco tempo orfano del padre, l’ equilibrio si spezza e l’ irrazionale irrompe nella vita dei protagonisti. La tragedia si fa strada in maniera ineluttabile e si diffonde come un morbo attraverso eventi sempre più angosciosi ed inspiegabili, travolgendo il loro universo. Steven, per non perdere tutto, si trova costretto a compiere un terribile sacrificio.

Il Sacrificio del Cervo Sacro. La tragica inesorabilità dell’abulia.

Freddezza e tragedia

Nella vita di Steven non c’è spazio per l’ imperfezione, per il turbamento, per i discorsi gravi.

La malattia, con la quale, da medico, ha un confronto quotidiano, resta confinata nell’ospedale in cui lavora: uscito dalla sala operatoria, infatti, basta lavarsi le mani per tornare ad un prospera e regolare esistenza, ad una casa perfettamente arredata, alle cene di lavoro e di famiglia. Da questo, veicolata dalla fotografia di Thimios Bakatakis, e dalla sceneggiatura, premiata al Festival di Cannes nel 2017, emerge tuttavia una freddezza inquietante: acanto alle luci fredde, quasi repulsive, gli argomenti di conversazione tra i personaggi sono estremamente futili, la parola è tesa a controllare la realtà sotto tutti i suoi aspetti, a non lasciare alcuno spazio all’ignoto e al perturbante.

A questo proposito è significativo l’uso del grandangolo nella maggior parte delle inquadrature, in quanto immerge il pubblico nella visione che i personaggi hanno di loro stessi e del mondo, più o meno consapevolmente falsata dal desiderio di amalgamarsi alla patina borghese nella quale essi stessi si identificano. Il punto di osservazione, infatti, diventa frontale soltanto quando ci viene mostrata la crisi delle loro certezze, quando l’uomo si rivela soltanto per quello che è. Più spesso, invece, a conferma della loro incapacità di comunicare, di guardare alla realtà in modo genuino, essi ci vengono mostrati attraverso i vetri delle finestre: è possibile vederli vivere, ma per l’empatia non c’è nessuno spazio. Appaiono distanti, incomprensibili come il mistero della tragedia che la loro vita racchiude.

Presagi e silenzi

Il massimo grado di catarsi che si riesce a provare è quello che nasce dalla ripugnanza della loro animalità, che ci si manifesta ad esempio laddove li si mangiare. Questo avviene prevalentemente in momenti di silenzio, sempre significativi come soltanto un silenzio può esserlo o perché presagio di una crisi imminente o perché immediatamente successivo alla crisi stessa.

Chi guarda è totalmente immerso nel rumore delle mascelle, dei denti che strappano il cibo e della gola che deglutisce; la musica interviene , semmai, alla fine, in tutta la sua maestosa sacralità, come a significare che la tragedia si nutre e si innalza proprio del crollo delle umane certezze, dell’ ordine, in una parola, dell’ apollineo. In questa tragedia, però, non c’è spazio per la ricomposizione dell’ ordine: quando il velo dell’ apparenza viene squarciato si fa strada l’ irrazionalità, la quale, in maniera inesorabile, finisce per dominare gli eventi e le stesse azioni dei protagonisti.

Il ruolo del fato

Il geniale riferimento all’Ifigenia in Aulide è negazione e superamento della tragedia euripidea: qui invece di un Agamennone, di una Ifigenia e una Clitennestra strumenti per certi versi inconsapevoli di un fato crudele e indecifrabile , ma pur sempre attori della propria tragedia, incontriamo individui il più possibile normali, con tutte le ambizioni e le mancanze che appartengono alla loro natura, e che tuttavia rifiutano ogni contrasto, ogni responsabilità, impediscono con la loro stessa mancanza di volontà che, al momento di tirare le somme, l’occhio guardi la mano.

A qusto punto della storia dell’ umanità il deus ex machina al quale gli antichi si affidavano è ormai morto e sull’altare non rimane nient’altro che l’uomo, vittima e carnefice, vincitore e vinto, armato della sua stessa abulia.

Commento finale:

Obbligato dalla sua natura composita e stratificata a portare il peso della millenaria tradizione della tragedia, il quale investe la consapevolezza di chi guarda attraverso riferimenti narrativi ed estetici tanto al genere emblema della grecità quanto a pietre miliari della storia cinematografica, “Il Sacrificio del Cervo Sacro” svela con freddezza e precisione chirurgica la natura dell’uomo, spogliata della patina fallace delle convenzioni sociali e familiari ed esposta, inerme, alla furia di una vendetta incomprensibile, che si trasmette di padre in figlio e si diffonde inesorabilmente come un morbo. Semplicemente imperdibile.

Recensione di: Maria Serena Chiodo.

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