Boy meets girl. Debutto tutto sentimento e cinefilia.

boy meets girl

“Boy meets girl” ovvero “ragazzo incontra ragazza”. La semplicità o banalità del titolo, ed infondo del plot, con cui Alex Christophe Dupont (diventato poi Leos Carax) irrompe nel panorama cinematografico degli anni ’80 non è affatto da sottovalutare. Dietro la formula, la “situazione tipo” che il giovane cinefilo francese propone, si celano indizi, tracce e malesseri del Cinema e del tempo che l’ha prodotta. Parliamo del periodo post “New Hollywood” e del definitivo avvento della spettacolarizzazione americana, fenomeno con cui le cinematografie europee hanno un impatto quasi tragico.

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I giovani autori europei (Almodovar, von Trier…) trasferiscono il personale estro estetico ed ossessioni all’interno dei generi classici, ideali ponti tra tradizione e modernità. Carax, pur seguendo tale scia post-moderna, ha invece una visione più ampia, più contemplativa su quella “battaglia del Cinema contro la propria morte”. In questo splendido e trionfante debutto sono condensati in egual misura l’affascinante spettro della storia del Cinema e il terrore verso un presente intraducibile, inospitale se non addirittura invisibile. La partecipazione ed il premio a Cannes entusiasmano la critica a tal punto da urlare a “il nuovo Godard”, evidente e riconosciuto maestro del connazionale.

La storia delle storie

Come direbbe il buon Federico Frusciante, la trama di “Boy meets girl” è semplice: Alex (Denis Lavant), aspirante regista e gran sognatore, è stato tradito dalla ragazza Florence con il miglior amico Thomas. Dopo aver gettato quest’ultimo nella Senna, assiste per caso alla conversazione tra Bernard e Mireille (Mireille Perrier), una coppia in crisi.

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La ragazza, che manifesta intenzioni suicide, fa immediatamente breccia nel cuore di Alex, tanto da seguirla fino ad una festa dove hanno una lunghissima ed intensa conversazione. Sembrerebbe amore a prima vista, ma il ragazzo deve partire per il militare e gli resta poco tempo. Raggiunge l’amata di corsa nel momento in cui sta tentando nuovamente il suicidio ed è proprio il suo abbraccio a causarne la morte. Mireille stava infatti di spalle con le forbici in mano.

Tutto il mondo è Cinema

Se c’è una cosa che viene esplicitata, ripetuta e resa dogma è l’onnipresente volontà dell’autore di mettere il Cinema stesso in primo piano. “Per raccontare una storia già vista dobbiamo utilizzare immagini già viste” verrebbe da dire. Dunque forma e sostanza, estetica e narrazione concorrono a un gioco di citazione, rimando e deja-vu che Carax espande per l’intera durata della pellicola.

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Quali sono le armi e i riferimenti? In primis il bianco e nero, alleato “economico” di molto cinema indipendente (Jarmusch esordiva lo stesso anno), reso camaleontico e veicolo di senso multiforme dal francese. Il percorso di luci e ombre in “Boy meets girl” spazia dal freddo minimalismo, al curato espressionismo e a tese atmosfere noir. Anche il cinema muto viene evocato grazie ai mascherini a iris, alle sovrimpressioni, alle dissolvenze… Mentre il taglio di molte inquadrature riporta inequivocabilmente alla Nouvelle Vague francese.

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Il nostalgico e infantile affogare nel Cinema riguarda anche aspetti differenti dalla messa in scena: il luogo che ospita la festa altro non è che un pantheon di divi, situazioni e battute del passato. Un film che contiene altri film. Ne lascia trapelare le suggestioni e i dettagli (celebri come la musica di “Casablanca” e la palla di vetro di “Citizen Kane”) ma senza la presunzione di poterne replicare la bellezza. L’impossibilità del Cinema di tradurre il suo potere fascinatorio è un tema carissimo a Carax, tanto che dedica qualche minuto di film al racconto di un vecchio operatore sordomuto. Ma ovviamente ad Alex non arriverà granchè.

Retorica del Sentimento

Se la messa in scena non può che essere estramamente curata e maniacale, la sceneggiatura si regge su un delicato ma riuscito equilibrio. “Boy meets girl” è diviso in tre precisi blocchi narrativi: un prima, le sfortunate vicende in parralelo, un incontro, la conversazione alla festa, e un dopo, il tragico epilogo. Una struttura scientifica che tuttavia contiene già in fase di scrittura tutte le sensazioni e l’emotività delle immagini.

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Alex e Mireille nei primi 40 minuti non s’incontrano, anzi non si vedono. Il ragazzo intercetta la voce di lei mentre litiga col fidanzato al citofono e da allora si mette alla ricerca di questa misteriosa ragazza. Nonostante non s’incontrino mai lo spettatore ha come una sensazione di “continuità”, di affiatamento tra i due. Sono ovviamente gli strumenti del Cinema a generare questa sensazione: musica, montaggio, dissolvenze ecc rendono unico e compatto un affiatamento che a rigor di logica non dovrebbe esistere.

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Vedere significa emozionarsi. L’emozione attraversa tutto il film tramite la dimensione visiva a partire dalle occhiate indiscrete che Alex lancia di continuo, dagli improvvisi sguardi in macchina e dalle sovrimpressioni. Carax recupera l’insegnamento degli impressionisti anni ’20 come Gance ed Epstein, i quali concepivano il Cinema come potentissimo veicolo di sensazioni. Forse un pò meccanico e prevedibile col procedere dei minuti ma è precisa intenzione di Carax far emergere ancora la fiera consapevolezza di essere Cinema.

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Professione: Voyeur

Tra coppie che rompono, amici che tradiscono e legami che si sciolgono a non cessare mai è l’ossessiva realizzazione di sè. Alex è un aspirante regista che lascia a metà le sue sceneggiature, schizzando da una storia all’altra come da un legame all’altro. E fuggendo dalla realtà: sin dal prologo siamo anche noi sospesi tra il reale e il surreale, tra la realtà e la finzione. All’interno di un mondo-immagine il protagonista non si tira indietro e crede di aver controllo grazie allo sguardo.

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Spia, pianifica, si fa coraggio … ma non ottiene mai nulla, solo illusioni o fallimenti. Più Alex si avvicina all’oggetto del desiderio e meno riesce a guardarlo, a metterlo a fuoco. Mireille cambia continuamente aspetto, divenendo Giovanna d’Arco, Jean Seberg, Lilian Gish ed Anna Karina. Ed anche il contatto fisico è impossibilitato (il concetto sarà il fulcro del successivo “Mauvais Sang”) in quanto produce solo oggetti che si rompono e vite che si spezzano nel finale.

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Alex è un voyeur che prova a scalfire la barriera dell’artificio e cogliere indizi di autenticità in un presente che non riesce a tradurre. La stessa Parigi è infondo assente ed i legami familiari distanti, mediati dal telefono. Se la comunicazione è sempre in Carax filtrata dal fittizio, non rimane che lasciarsi sopraffarre dal vortice d’immagini. Costruirsi quindi un proprio “io” mitico, congelato nelle speranze giovanili e bloccato sull’eterna nostalgia di un tempo che non ci appartiene.

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