Sorry we missed you: Ken Loach e il lavoro nell’era Amazon

Ken Loach non se ne è mai andato. Dopo la Palma d’Oro a Cannes nel 2016 per I, Daniel Blake, il maestro della British Renaissance torna nelle sale con Sorry, We Missed You, in Italia dal 2 gennaio. La sceneggiatura ha ancora una volta la firma di Paul Laverty, uno dei più stretti collaboratori di Loach (Sweet Sixteen, 2002; Il vento che accarezza l’erba, 2006; Il mio amico Eric, 2009). Entrambi hanno voluto raccontare il lavoro precario, in particolare gli effetti sulle relazioni della cosiddetta gig economy – il modello economico basato sul “lavoro accessorio”.

Protagonista della storia è Ricky (Kris Hitchen) con la moglie Abby (Debbie Honeywood), il figlio adolescente Seb e la più piccola Liza Jane. Dopo il crack finanziario del 2008, la famiglia deve combattere contro i debiti. Una nuova opportunità appare all’orizzonte grazie a un furgone nuovo che offre a Ricky la possibilità di lavorare come corriere per una ditta in franchise. Si tratta di un lavoro duro, ma quello della moglie come badante non è da meno. L’unità familiare è forte, ma quando Rick e Abby prendono strade diverse tutto sembra andare verso un inevitabile punto di rottura.

Contro la perdita d’umanità

Sorry we missed you 1

Se I, Daniel Blake ruota attorno all’universo dei sussidi e della burocrazia inestricabile del Welfare britannico, Sorry, We Missed You racconta quello che lo stesso Loach definisce un «un nuovo tipo di sfruttamento». Al centro ci sono loro, gli ultimi, quelli che a detta di Teresa May a stento riescono a tirare avanti. Persone comuni che hanno visto i propri sogni e aspirazioni andare in frantumi con la crisi economica. Un crack finanziario che infetta non solo l’economia, ma soprattutto le relazioni.

Loach racconta senza filtri la spersonalizzazione dell’umanità. Tutto e tutti sembrano asserviti alla tecnologia e ai suoi mezzi. Ricky e i suoi colleghi dipendono dal lettore di codici a barre ipertecnologico che monitora ogni loro spostamento in ogni istante; Abby è costretta a spostarsi in autobus per far visita ai suoi pazienti, perdendo ore in attesa alle fermate dopo che il marito ha venduto la macchina per compare il furgone; i loro figli passano le giornate completamente soli, facendosi compagnia la sera a cena guardando video sul cellulare.

È il racconto di solitudini che si fanno sempre più spesse e che di rado si incontrano, spesso si scontrano. Loach pone al centro della dinamica il rapporto padre-figlio. Seb ha un enorme talento artistico, si esprime più per immagini che a parole, ma questo non viene recepito da Ricky, che pensa solo ai problemi scolastici del ragazzo. Due generazioni con gli stessi problemi, ma che non riescono a comunicare e a sostenersi a vicenda. E in mezzo le donne che tentano di fare da pacieri. Ogni inquadratura interroga lo spettatore: è davvero questo il mondo in cui si desidera vivere?

Note finali

Sorry we missed you 2

Paul Laventry racconta che Ken Loach, durante un’intervista, ha pronunciato una frase indimenticabile che riassume perfettamente l’essenza del suo cinema: «Un film ha qualcosa dell’iceberg: puoi non vederlo nella sua interezza, ma percepisci la sua massa sotto la superficie». Sorry, We Missed You è, in questo senso, una storia onesta come ben poche. La regia oggettiva di Loach si pone al di fuori delle azioni. Nessun giudizio di sorta, solo puro realismo: mostrare la realtà nei suoi dettagli più piccoli, quelli che spesso si è più indifferenti. Per questo si apprezza ancora di più la totale assenza di colonna sonora.

Campo libero a dialoghi, rumori, sguardi dei personaggi. Loach rimane fedele al suo stile: fare un passo indietro per lasciare spazio allo spettatore, facendolo immergere in una quotidianità più vicina di quanto sembri. Una denuncia silenziosa, sottile e delicata, quella di Loach. Mai urlata con ferocia, ma presentata con calma e pazienza, lasciando le immagini libere di parlare. Immagini che citano il poeta inglese William Blake, il quale aveva ben compreso il pericolo delle «manette forgiate dalla mente». Pura poesia cinematografica.

PRO

  • Una regia impareggiabile
  • Sceneggiatura solida e ben scritta
  • Personaggi veri e credibili fino alla fine 
  • Cura estrema delle scenografie, in particolare quella del magazzino in cui avviene il carico dei furgoni 
  • Nessun giudizio: solo la verità! 

CONTRO

  • Vorrete eliminare il vostro account Amazon

Recensione di: Margherita Montali.

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