I demoni di Mindhunter

ATTENZIONE: l’articolo seguente contiene spoiler sulle prime due stagioni di Mindhunter. Buona lettura!

Il 16 agosto è uscita su Netflix la seconda stagione di Mindhunter, la serie prodotta da David Fincher che ripercorre la nascita del profiling.
Mentre la prima stagione è stata una sorta di battesimo per i profani, la seconda entra maggiormente nel vivo. Sempre presenti le interviste ad efferati serial killer, ma stavolta ci si concentra su un caso specifico: quello del serial killer di Atlanta, che tra il 1979 e il 1981 uccise quasi 30 bambini.

Intimità e segreti

La stagione comincia, e ci troviamo davanti ad un percorso perfettamente ciclico con quanto lasciatoci alle spalle (e, scopriremo poi, con la stagione stessa).
Ecco infatti l’uomo con baffi e occhiali che, attraverso vari flash in forma di establishing shot, aveva fatto già la sua comparsa nella prima stagione. Veniamo immediatamente a conoscenza delle sue devianze sessuali: travestitismo ed eccitazione tramite soffocamento.

La sua identità è ancora sconosciuta, ma alcuni omicidi portano nel modus operandi la stessa inconfondibile firma: BTK, acronimo di bind, torture, kill (legare, torturare, uccidere).
A dargli questo soprannome è stata l’FBI, ed il dipartimento di scienze comportamentali è incaricato di indagare sul caso. Ed è proprio nella sezione di Quantico che ritroviamo Holden Ford e Bill Tench, il cui metodo investigativo inizia ad ottenere una timida considerazione.

Troviamo tuttavia un Holden molto provato: i suoi colloqui passati con Ed Kemper lo hanno scosso psico-emotivamente, tanto da costargli un ricovero ospedaliero. Ma Ford non si ferma e decide di tornare in pista, tra le perplessità dei colleghi e qualche ricaduta.
L’agente Holden Ford è infatti più vulnerabile rispetto al giovane che abbiamo conosciuto, e la sua professionalità viene messa in dubbio, così come il suo genio intuitivo. Uno spaccato intimistico che non risparmia neanche il cinico agente Tench, colpito duramente da una disgrazia famigliare.

Tête-à-tête con Charles Manson

Che il 2019 sia l’anno di Charles Manson (che abbiamo approfondito qui) è fuori discussione, e va da sé che lo sia anche del suo interprete, Damon Herriman, che sia in Mindhunter che in Once Upon a Time in Hollywood ne veste i panni.
Per chi ha visto qualche intervista, sarà un piccolo shock rendersi conto di quanto l’attore sia eccellente nel ruolo, riportando quasi in vita il vero Manson.

L’uomo è stato per anni “l’oggetto del desiderio” del dipartimento e soprattutto di Ford, che ora ha l’occasione per intervistarlo. Sono passati 10 anni dagli omicidi Tate-LaBianca, ma Manson è il manipolatore sfrontato di sempre.
Tuttavia, durante il colloquio, i ruoli sembrano invertirsi: le parole di Manson colpiscono duramente Bill Tench, evocando in lui il demone del senso di colpa e dell’impotenza per quanto accaduto alla propria famiglia.
Così come il 9 agosto del 1969, è Manson a condurre il gioco, a plasmare le menti per volgerle al proprio favore.

Il killer di bambini di Atlanta

Coinvolti per volere del caso in una brutta storia di omicidi efferati ai danni di bambini, i nostri sono chiamati ad Atlanta.
L’indagine è un cold case: i malcapitati sono bambini afroamericani, in una città dove pesano molto le differenze razziali. La vita di bambini neri sembra valere meno di quella dei bianchi.
Ma la squadra comincia a perdere colpi.

L’assassino colpisce infatti passando completamente inosservato: è come se i bambini sparissero nel nulla.
Inoltre, a causa di pressioni interne al dipartimento, Holden e Tench sono costretti ad inventare di volta in volta linee di azione sempre diverse per assicurare il colpevole alla giustizia. I buchi nell’acqua sono molteplici, il tempo stringe, le vittime aumentano, la credibilità diminuisce e il denaro finisce.
Resta una sola notte a disposizione, poi le indagini verranno chiuse per sempre. Indipendentemente dal risultato.

Ford, Tench e le reclute di Atlanta sono come al solito di pattuglia presso i fiumi e i ponti, finché non riecheggia un tonfo nell’acqua e il rombo di un’auto che attraversa un ponte. Non può che trattarsi dell’assassino.
La polizia arresta Wayne Williams.
And they lived happily ever after.
O forse no.

Nonostante, infatti, ci fossero delle prove circostanziali che riuscivano a collegare Williams agli omicidi dei bambini, questi ha sempre proclamato la sua innocenza, ed attualmente si ritrova in prigione a scontare due ergastoli per l’assassinio di due adulti.
Non è mai stato condannato per i delitti dei piccoli, ma la polizia si affrettò comunque a chiudere il caso, affinché non si parlasse più di quella storia che aveva gettato nel terrore un’intera città.
Attualmente, nessun altro è mai stato indagato per i delitti, che rimangono senza un colpevole dopo quarant’anni.

Questa nuova stagione di Mindhunter offre un ulteriore spaccato sulla mente umana, senza concentrarsi esclusivamente su casi limite della psicopatia, ma su uomini semplici.
Uomini colpiti da avversità personali, costretti in qualche modo a reagire, rischiando a volte di coinvolgere le persone sbagliate.
Forse, in fin dei conti, neanche l’FBI è infallibile.

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