In occasione del quarantesimo anniversario del capolavoro di John Carpenter, ecco lo speciale dedicato al film a cura di Ettore Dalla Zanna.

Halloween

“Babysitter ammazzate da un maniaco”. Titolo previsto: The Babysitter Murders.

Da un semplice high concept, nasce una delle tappe più importanti della Storia del Cinema. “Halloween” di John Carpenter non è solo il film che ha lanciato definitivamente la formula del sottogenere horror dello slasher, non solo ha portato in auge la figura di Michael Myers, ma ha saputo riscrivere ed aggiornare le dinamiche della tensione cinematografica. Carpenter, fresco del successo del remake urbano di “Un dollaro d’onore”, “Distretto 13 – Le Brigate della Morte”, riceve la possibilità di dirigere, per l’appunto, un film tratto da un’idea dei produttori Irwin Yablans e Moustapha Akkad. Un film appunto basato su delle babysitter vittime di un maniaco. Successivamente arriveranno i vari accorgimenti come quello di ambientare tutta la vicenda il 31 Ottobre (idea di Yablans).

La Lavorazione

Halloween

Dall’esile plot di partenza e dall’esiguo budget che ha ricevuto, Carpenter ha carta bianca ed ha la massima possibilità di sperimentare (quest’ultima soprattutto la motivazione che l’ha spinto di più a dirigere la produzione) ed assieme alla compagna co-sceneggiatrice Debra Hill infarciscono il plot di sottotesti mitici e politici che saranno l’energica sostanza all’interno di una vicenda compatta e claustrofobica.

Carpenter viaggia molto nella sua mente, nei suoi ricordi. Il giallo all’italiana di Mario Bava, la musica presente nei film di Dario Argento, “Ho camminato con uno zombie” di Jacques Tourneur, il pistolero robot di Yul Brinner ne “Il Mondo dei Robot” di Crichton. E come Hitchcock, Carpenter non cerca soluzioni facili ma preferisce basare la pellicola sulla tensione, piuttosto che puntare a delle sensazioni effimere e situazionali.

Dal punto di vista della formula, con “Halloween” siamo di fronte ad un profondo cambiamento di rotta, con l’affermazione di regole ferree del genere. La situazione è sempre quella di un gruppo di ragazzini braccati da un serial killer munito di arma bianca. Solitamente film “alla Halloween” presentano una tragedia passata che ha scosso una comunità – e questa tragedia si lega spesso a delle festività – la ricorrenza di quella festività e di quel momento tragico da parte del killer, il legame del killer ad una maschera iconica e la final girl, la ragazza casta, timida e possibilmente vergine, l’ultima a fronteggiare il killer.

L’Individualizzazione dell’Orrore

Halloween

Ma a prescindere dalle regole poste nel sottogenere slasher che ha comunque portato altre delizie, sicuramente quello che colpisce del film di John Carpenter è l’individualizzazione dell’orrore. E non è casuale l’inizio in soggettiva di “Halloween“. Questo inizio folgorante carico già di soggettività della visione in sé senza esplicitare sin dall’inizio lo sguardo di un personaggio.

Questa “macchina da presa” – che poi si rivelerà essere il piccolo Michael Myers – che si avvicina ad una casa, spia una ragazza (sua sorella Judith, intenta ad intrattenersi con un amico), s’intrufola in cucina per prendere un coltello, scorge una maschera da clown, il piano visivo (il guardare attraverso gli “occhi della maschera”) ed il piano sonoro (il respiro affannoso del giovine) diventano un tutt’uno. L’omicidio della sorella, la fuga, l’arrivo di alcune persone, “Michael!”, la maschera strappata e poi il controcampo. Se in “Distretto 13” ci si ritrovava ad avere a che fare con l’omicidio di una ragazzina, qui Carpenter rende un bambino protagonista e fautore di un omicidio.

Ma, tornando all’individualizzazione dell’orrore, Carpenter con questa soggettiva, con questo atto iniziale, definisce già dal principio cos’è “Halloween”. Specialmente la sua forte identità tra lo sguardo del suo assassino e lo sguardo della pellicola: Michael Myers è “Halloween”. È celato nella struttura filmica com’è celato il proprio volto dalla maschera.

Nella mente di Michael Myers

Halloween

Il dolly finale dell’incipit (realizzato con un braccio meccanico) non solo è utilizzato ad effetto dopo lo svelamento dell’omicidio causato dal piccolo Myers. Ma è anche un modo per circoscrivere il luogo di disagio (la piccola comunità borghese) e soprattutto per circoscrivere lo stesso Myers all’interno di una bolla che lo rende un Boogeyman perfetto ma anche un infante bloccato in se stesso. In lui ci sono tutte le paure covate dai più piccoli. Dalle più comuni (la paura del buio) a quelle più attaccate alla vita (la paura di crescere e dell’abbandono).

Nel gesto tragico che va a compiere nella Notte di Halloween, Michael Myers rende immortale la sua infanzia (e quindi la reiterazione infinita del gesto ovvero quello di uccidere la sorella). Nel contatto con l’Uomo Nero, fa confluire tutto il suo odio, la sua rabbia che cova nei confronti delle disattenzioni del nucleo familiare. Lo rende sì un’indefinita maschera di morte (come riferimento cinefilo per Carpenter c’è anche quello di “Occhi Senza Volto”), ma d’innocente malvagità, come nel caso della lieve inclinazione del capo (che richiede lo stesso Carpenter come unico accorgimento recitativo) quando si sofferma ad osservare le vittime. Come se il Male assoluto mostrasse ad un certo punto il proprio candore.

Fratello e Sorella

Halloween

Ed il luogo di disagio, ovvero Haddonfield (piccolo fun fact: Debra Hill è nata in una Haddonfield ma non in Illinois bensì nel New Jersey), questa piccola comunità borghese, non può che far legare Michael indissolubilmente (a prescindere dai legami familiari) con sua sorella Laurie, interpretata dalla Scream Queen Jamie Lee Curtis. A differenza delle sue amiche, Laurie è una “brava ragazza”, una babysitter timida, ligia alle responsabilità, inquieta, incapace di lasciarsi andare. Corrisponde a quasi tutte le caratteristiche della final girl.

Infatti, solo nel finale la furia omicida del mostro, dopo essersi scatenata nei confronti dei suoi amici – e Carpenter fa questo mantenendo sempre la minaccia sullo sfondo, sempre in quella dimensione in cui non si vede niente ma si teme tutto – si scatenerà su di lei. In uno degli scontri più rinomati della Storia del Cinema. I due si colpiscono e si rialzano a vicenda e si mettono a servizio di una regia di Carpenter geometricamente perfetta. Entrambi vivono nella vita dell’uno e dell’altro. Non solo suo fratello (Laurie ancora è ignara del legame parentale), ma Michael Myers per la sorella è il perfetto Uomo Nero. Le permette di avere lo stesso effetto d’immortalità ricevuto da Michael quand’era più piccolo, solo con prospettive totalmente contrarie.

Conclusioni

Halloween

La risoluzione del film è data da una figura parentale come quella del Dottor Loomis, il medico che si è preso cura di Michael prima della fuga di quest’ultimo dal manicomio. Come Michael è una figura d’infantile malvagità e maschera di morte, così anche la figura parentale viene ribaltata nelle prospettive. In chiave negativa.

Per il dottor Loomis, interpretato dal mitologico Donald Pleasence, prendersi cura di Michael equivale ad eliminarlo. I colpi di pistola colpiscono Michael che lo sbalzano fuori dalla finestra, facendolo cadere giù, nel giardino, morto. Presumibilmente.

Laurie è rannicchiata in un angolo. È stremata dalla strenua lotta. Domanda al dottore se quello era l’Uomo Nero (tornando al concetto della ricerca del perfetto Uomo Nero). Loomis dà una risposta di circostanza che si rivelerà invece come cruda verità. Infatti, Loomis scopre sgomento che sull’erba il corpo di Michael non c’è più. Ed il dottore non ha bisogno nemmeno di dirlo alla povera ragazza, la quale scoppia in lacrime. Piange di terrore. Sa che Michael è ancora vivo.

Ed il respiro affannoso che caratterizza l’assassino e che lo rende aderente alla struttura filmica pervade pesantemente lo spazio della casa dove Myers ha colpito. Sempre mostrando il luogo del disagio e sempre accentuando il sottotesto politico che Carpenter tanto in questo, quanto in altri film ha sempre voluto sottolineare.

La dolce, borghese e puritana cittadina di Haddonfield, fatta di ragazzini felici di festeggiare e fare “dolcetto o scherzetto” nella notte di Ognissanti e di borghesi americani all’apparenza lieti, non è altro che luogo di disagio sociale che lega incredibilmente una ragazza, inquieta di sé e delle sue paure dovute ad un’educazione troppo puritana, con suo fratello assassino che ha estremizzato nei gesti questo suo stesso disagio.

All’uscita, “Halloween”, grazie al suo high concept, alla tensione del film, all’accattivante personaggio di Michael Myers, raggiunse uno dei livelli di profitto più grandi di sempre al box office. E portò Carpenter a siglare il suo primo capolavoro. Il primo di una lunga serie.

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