Zombie, survival, crafting: ecco 7 Days to Die.

Se c’è un genere che negli ultimi anni ha letteralmente spopolato è quello survival. Sopravvivenza pura (come ad esempio in The Long Dark) o contro nemici di vario genere, come in questo caso. 7 Days to Die è un titolo dalla storia travagliata che negli ultimi mesi sta iniziando a diventare preoccupante per tutti i fan del titolo. Scopriamo insieme com’è e qual è la sua storia in questa recensione.

La genesi del titolo

Come altri giochi apparsi sul mercato in questi anni, anche “7 Days to Die” è nato grazie ad una campagna Kickstarter. La versione alpha del titolo fu rilasciata nell’Agosto del 2013 ai donatori della campagna (solo per piattaforma Windows). Il gioco apparve poi su Steam Greenlight e stabilì subito una serie di record ricevendo più di 75.000 voti in poco tempo. Chi non partecipò al crowdfunding dovette aspettare sino al Dicembre del 2013 (versione Alpha 5) per poter acquistare il gioco su Steam. Da quel momento in poi “7 Days to Die” si è evoluto molto, pur non uscendo mai dallo stage Alpha, tanto che ancora oggi siamo alla versione Alpha 16.4 (la 17 era attesa per la fine del 2017, ma ad oggi non ve n’è nemmeno l’ombra).

Così non perdo l’ingresso del mio rifugio sotterraneo

Gli ingredienti del successo

Il perché “7 Days to Die” abbia riscosso così tanto successo è presto detto: i ragazzi di The Fun Pimps hanno scelto gli ingredienti giusti. Così come in cucina, anche nel mondo dei videogiochi i componenti di base del gioco sono ciò che ne abilita il successo o la disfatta. Nel pieno dell’era “Minecraft“, “7 Days to Die” recupera i mattoni base del titolo di Markus Persson ma li traspone in un contesto più realistico mescolato all’incubo tipico dei più moderni titoli survival: gli zombie. Il titolo si colloca nel mondo dei giochi di sopravvivenza perché ne riprende i tratti più caratterizzanti: ambienti generati proceduralmente, crafting di oggetti e risorse e lotta continua per la sopravvivenza in un ambiente ostile.

Un (poco amichevole) mondo post-apocalittico

Il setting di “7 Days to Die” è un mondo post-apocalittico un cui ci risveglieremo ad ogni inizio partita (o respawn dopo un’eventuale morte). Il mondo è stato (quasi) completamente distrutto, tranne alcune zone come – ad esempio – Navezgane, una regione fittizia dell’Arizona. All’inizio del gioco saremo nudi, senza un granchè da mangiare e praticamente senza difese. Dovremo dunque procurarci tutto: cibo, armi e vestiti. Ah, ovviamente senza dimenticarci di trovare un bel rifugio sicuro dove passare la notte. La sopravvivenza è tutt’altro che scontata perché gli zombie che popolano la zona sono lenti e confusi di giorno, ma molto scaltri e veloci di notte. Ecco perché il rifugio in questo mondo desolato e violento, è un elemento assolutamente centrale.

Fisica. Costruzioni. Tanti, tanti oggetti.

Ad un certo punto del suo percorso nella versione Alpha, “7 Days to Die” ha ricevuto un motore fisico davvero interessante. Le costruzioni sono influenzate dalle forze, per cui se costruiamo qualcosa senza gli adeguati supporti, questo crollerà. A proposito di costruzioni, c’è davvero di che sbizzarrirsi e – personalmente – passo quasi più tempo a costruire basi che ad affrontare il mondo esterno. Lo stesso discorso vale per gli oggetti: il sistema di crafting è piuttosto basilare (se confrontato, ad esempio, con quello di “Minecraft“) ma la quantità di oggetti producibili è veramente ampia. Il problema vero è trovare le risorse adeguate per rispondere alle nostre esigenze (a meno di non sfruttare la modalità creativa dove avremo accesso a tutti gli oggetti già pronti).

Tutto oro quel che luccica?

7 Days to Die” è un gran prodotto. Divertente, coinvolgente e con quel pizzico di realismo che lo differenzia bene da titoli come “Minecraft” da cui, ovviamente, trae ispirazione. Ci sono però una serie di problemi: il motore grafico (Unity 5) non è sicuramente sfruttato al massimo e l’appagamento visivo è proprio povero, così come i dettagli del mondo circostante e degli oggetti con cui si interagisce. Ci sono una serie di bugs e mancanze che gli sviluppatori hanno promesso di sistemare, ma che – e qui viene il più grave dei problemi – non faranno mai perché da mesi sono spariti. Dopo l’intervento di Telltale Publishing per la pubblicazione di “7 Days to Die” su console, sembra che il team di sviluppo sia scomparso. Sulla pagina Steam l’ultimo aggiornamento risale allo scorso Ottobre ed iniziano a fioccare i commenti (con i relativi voti) negativi per l’apparente abbandono del gioco.

Commento finale

7 Days to Die” è un prodotto eccellente. Unisce le caratteristiche che hanno reso famoso “Minecraft” ad un estetica più realistica aggiungendo gli zombie come elemento di terrore e suspance. La versione attualmente disponibile (Alpha 16.4) è già ricca di oggetti, materiali e possibilità costruttive (es. l’elettricità), ma si vede che inizia ad invecchiare perché priva di elementi più innovativi ed aggiornati. Gli sviluppatori, ahimè, sembrano spariti e questo non sta contribuendo a schiarire il futuro del titolo che, mi auguro, potrà essere comunque roseo non appena i ragazzi di The Fun Pimps si saranno ripresi. Non posso, comunque, che consigliarne l’acquisto a tutti gli appassionati del genere survival con importanti elementi di crafting.

7 Days to Die

7.8

COMPARTO GRAFICO

7.0/10

COMPARTO SONORO

7.0/10

STORYTELLING

8.0/10

GAMEPLAY

9.0/10

INNOVAZIONE

8.0/10

Pros

  • Crafting, zombie, sopravvivenza
  • Mondi generati proceduralmente
  • Tante opzioni per costruire basi e altro

Cons

  • Grafica un po' "datata"
  • Sonoro un po' deludente
  • Speriamo gli sviluppatori tornino...

One thought on “7 Days to Die: la recensione

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