Finalmente è arrivato “Avengers: Infinity War”. Non solo nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe ma anche capitolo celebrativo dei dieci anni del franchise. Ecco il Punto Di Vista di Ettore Dalla Zanna.

È arrivato “Avengers: Infinity War“. E’ tempo di parlare, di discutere. Senza spoiler, ovviamente.

Infinity War

Per ben dieci anni c’è sempre stata una netta divisione per quanto riguarda le riflessioni costruite attorno al grande progetto del Marvel Cinematic Universe. Anno dopo anno, si apprezzava la linea editoriale attuata dal “monarca” Kevin Feige, la costruzione graduale di un enorme universo e le mille opportunità di poter legare i vari singoli fili fino a farli intrecciare. Ma, al tempo stesso, se ne criticavano alcune modalità. Le trame o sottotrame altamente blande e d’infimo livello. Le battute al limite del ridicolo. Ma soprattutto i cattivi poco carismatici, senza personalità ed anch’essi decisamente blandi. Da vetrina, verrebbe da dire. Sono passati dieci anni per il Marvel Cinematic Universe. È arrivato “Avengers: Infinity War” e siamo arrivati all’idea di “blockbuster totale“.

Un’opera sconvolgente

Infinity War

Per questo film, ci siamo ispirati a Robert Altman.” dissero i fratelli Russo in una delle tante interviste. Comprensibile dopo aver visionato il film. Il nuovo Avengers rimette in gioco tutti i personaggi, tutti i luoghi visitati nel corso del franchise e li ricombina, li mescola, non soltanto facendo incontrare i vari supereroi ma rielaborando anche la colonna sonora, i temi musicali, elaborando un tutt’uno tra immagini e suono. Quindi non è solo incredibile vedere i personaggi incontrarsi ma è incredibile come si sia riusciti ad elaborare anche un’esplosiva miscellanea sonora di questi incontri. Dalla Terra alle galassie, nel profondo universo. Interminati spazi.

Il nuovo film dei Marvel Studios, nei suoi 150 minuti e nella densità di eventi, rispolvera tutto il sistema di stili che li contraddistinguono. La narrazione ha una maturità invidiabile, delinea rapporti lasciati in sospeso, utilizza sì tutte le sfumature da commedia, ma quando deve essere serio, “Avengers: Infinity War” è magnificamente serio, come mai prima d’ora. Alcuni personaggi ne ricevono giovamento da questa particolarità. Tony Stark, ad esempio.

Il personaggio di Robert Downey Junior è sempre scanzonato, gigionesco, spocchioso, ma quando si ritrova a confrontarsi concretamente con qualcosa d’immaginabile per lui (e finalmente verrebbe da dire, ripensando a quella allucinazione vista nel secondo Avengers), cambia, si modifica, non ha nulla più su cui scherzare ma anzi deve rimproverarsi e subire. C’è un momento in cui la macchina da presa si focalizza su un Tony Stark silenzioso e arrendevole. Forse il momento cinematografico, di quelli che accadono in pochissimi secondi, più bello di questo immenso blockbuster.

Thanos, il vero protagonista del film

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E poi c’è Thanos! Ma si può limitare Thanos nella categoria del cattivo? In lui, si rivede la compostezza di un Darth Vader, l’intelligenza di un Hans Gruber con la pelle viola. Thanos ha personalità, ha una propria etica (diversa ovviamente da quella dei Vendicatori). E’ intenso, malinconico, con un vissuto, dei trascorsi, che il pubblico comprende e che condivide. Thanos è volontà di potenza, ma anche comprensibile debolezza. Quando appare lui, “Avengers: Infinity War” diventa una tragedia shakesperiana fatta con effetti speciali allucinanti. E Josh Brolin fa palpitare l’amore per averlo interpretato anche quando gli infonde note fragili stupefacenti per un blockbuster accessibile soprattutto per un pubblico di ragazzini.

Tutti i personaggi hanno uno spazio necessariamente breve in cui dare il massimo. E tutti riescono a farsi valere ed a giocare la loro parte nella trama. Il Capitan America di Chris Evans, giunto alla piena maturazione, che, con uno sguardo, sintetizza tutte le paure, le incertezze, i dolori di un’esistenza infelice, mai tranquilla, nomade, sempre sul campo di guerra. Il Bruce Banner di Mark Ruffalo, incredibilmente inadatto ed in conflitto tragicomico col Golia Verde dentro di sé.

Il rapporto tra Visione e Scarlet Witch, Thor sempre più Jack Burton di “Grosso Guaio a Chinatown“, gli adorabili ragazzacci de “I Guardiani della Galassia” lo Spider-Man cinefilo di Tom Holland e poi il Wakanda. E per quest’ultimo punto va fatto un giudizio sulla regia dei fratelli Russo. Una regia non solo ipercinetica, vorticosa, alla Bourne, presente nella trilogia di Captain America ma anche e soprattutto… epica. Si rivede in tutto questo i film di David Lean, la trilogia de “Il Signore degli Anelli“, l’aria da grande classico.

Conclusioni

Dispiace screditare alcuni critici togati, ma questo è il cinema più bello del mondo. Ride, commuove, spaventa, sconvolge, emoziona, fa cassa al box office. Nel suo gigantesco intrattenimento, parla dei problemi del mondo, di sovrappopolazione, degli Stati Uniti d’America (per non dire del mondo) in cui persone diverse venuti da luoghi diversi e più disparati imparano a convivere per tollerarsi, per unirsi, per assemblarsi. A prescindere dal finale col botto e dalla scena post-crediti (peccato che alcuni precedenti annunci ne tolgano un po’ di magia), quanto già visto prima è magico, imprescindibile, epocale, infinito. Forse irripetibile. E se fosse così bisognerebbe schioccare le dita per ricominciare tutto daccapo.

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