LA FAME CHIMICO-VOYEURISTICA DEL CONSUMATORE ALIENATO

 

Prima di cominciare voglio dire solo una cosa, DECODER é una figata pazzesca.

E’ una di quelle comete che ti cadono addosso nel bel mezzo di una classica giornata dove ormai ti sei rassegnato; anche oggi non combineremo una fava ma ce ne staremo sul letto a mangiare e guardare Dragonheart. Ed é quello che é successo a me. Me ne stavo sul mio letto e guardavo Dragonheart.

 

All’improvviso sento il richiamo della natura e, sapendo che di solito posso impiegarci un bel po’, mi porto dietro il cellullare per non dover finire a leggere le etichette dei deodoranti. Scorro la bacheca di facebook e finisco in un gruppo di cinema, uno dei tanti parcheggi per roulotte per sfigati come il sottoscritto. Mentre mi aggiro disinvolto in un luna park radical chic popolato da normies che hanno Kaneki di Tokyo Ghoul come immagine profilo e la passione per Black Mirror, vedo qualcosa che attira la mia attenzione.

 

Un link, collegato a un articolo di VICE, il cui titolo stuzzica le mie parti basse.

Alle Origini della Rivista DECODER, nella Milano Underground degli Anni Ottanta

https://motherboard.vice.com/it/article/7x454g/alle-origini-della-rivista-decoder-nella-milano-underground-anni-ottanta

Si tratta di un’ intervista a Marco Philopat, uno dei fondatori di DECODER.

DECODER é una rivista milanese di controcultura underground, figlia del cyberpunk italiano. Siamo alla fine degli anni 80.

 

Nel leggerla sono così emozionato che vorrei decapitare qualcuno, in quel momento Marco è il mio eroe, da grande vorrei essere come lui.

Ma sta davvero parlando dell’Italia?

Della stessa Italia che accoglie con fervore la proposta di Salvini di ripristinare la leva obbligatoria?

Un’Italia con dei giovani? Pizzicatemi, ditemi che non sto sognando.

Insomma, vengo a conoscenza di una cosa fantastica dopo l’altra (di cui non intendo dirvi nulla perché dovete leggervi l’articolo, fatevi questo favore). Tuttavia é la spiegazione dietro la scelta del titolo ad interessarmi di più.

 

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Si parla di un film, a quanto pare uno dei capisaldi della cinematografia cyberpunk tedesca (e il cyberpunk tedesco è uno dei capisaldi del cyberpunk mondiale quindi tanta roba).

Nel cast spicca il nome del grande William Burroughs, il padre della Beat Generation, e di Christiane F, autrice di Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino.

Ovviamente ho lasciato perdere subito Dragonheart e mi sono messo a cercare questo film.

Il titolo è, appunto, Decoder, diretto da Muscha, nome d’arte di Jürgen Muschalek, un videoartista morto a soli 52 anni, nel 2003.

 

 

(Nell’intervista viene detto che il film sia di Klaus Maeck, che in effetti figura tra i produttori del film ma per una maggiore chiarezza ho preferito attenermi a ciò che riportano i titoli di testa, oltretutto i rapporti tra Maeck e Muscha non mi sono noti, non saprei dire quale delle due dimensioni autoriali sia stata più presente.)

E’ un film dalla narrazione quasi silenziosa, ma dai toni visionari e dagli scenari allucinati.

E’ come tuffarsi in una vasca di LSD, tutto é pieno di luci, di musica grezza.

La vita procede apatica in una città dove é sempre notte.

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LA MUSICA E’ ARTE, MA LA MUZICA E’ SCIENZA

 

C’è un uomo che entra in un edificio con uffici pieni di schermi con registrazioni di ogni tipo, una specie di oscuro grande fratello. Dal modo in cui discute con gli impiegati che lavorano lì, sembra godere di una certa reputazione all’interno di quel mondo.

 

prima che le teste dei re crollino, non dovremmo mangiare qualcosa?

 

Veniamo sbattuti dentro un fast food che addestra i suoi commessi  come fossero dei soldati, educandoli alla disciplina e alla cura per l’immagine. Ma soprattutto loro devono sorridere, sorridere sempre, perché loro “vendono felicità”. Messaggi semplici e alienanti che vengono urlati alle giovani reclute mentre queste fanno flessioni, corrono sul posto e rispondono solo quando sono interpellati.

 

Poi c’è una coppia di fidanzati; lei é una spogliarellista con la passione per le rane, che preferisce parlare con il suo ragazzo al telefono anche quando si trovano nella stessa stanza, perché secondo lei gli sguardi bruciano. Lui é un disadattato ossessionato dalla muzica, ovvero da quell’insieme di motivetti orecchiabili che cinguettano nei centri commerciali, nei negozi e nei fast food; ipnotici e sempre uguali, si insinuano nel tuo cervello e ti dicono come devi comportarti, ti dicono quando devi fare flessioni e quando devi correre sul posto, quando puoi rispondere e quando devi stare zitto. Lui ci prova anche a spiegarle che registrano tutto ma alla fine si mandano a fare in culo a vicenda.

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ti amo, ma c’é troppa solitudine

 

Ci si sposta in una chiesa sotterranea, dove un prete parla delle informazioni come fossero una banca, ci sono i poveri e i ricchi; il compito dei fedeli è rapinare quella banca e distruggere tutti quelli che detengono l’informazione. A questa specie di assemblea condominiale anarchico-nichilista si aggiunge anche il ragazzo di prima

(continuo a usare le parole “ragazzo”, “ragazza”, “uomo” perché NESSUNO dei personaggi viene mai chiamato con il suo nome, forse un nome non ce l’hanno nemmeno)

Successivamente, il fast food subisce un’ incursione di vandali che distruggono l’impianto musicale. Da lì le cose precipitano: rivolte in piazza, scontri con la polizia, direttori di multinazionali che si riuniscono, c’è un bel casino.

 

NON C’E’ CENSURA SULLA STAMPA, SIGNORI, LO GARANTISCO, C’E’ SOLAMENTE UN SEMPLICE E MOMENTANEO BLOCCO DELL’INFORMAZIONE

 

Alla base di tutto, alla base della rivista stessa, sta il concetto di informazione, di come essa può essere manipolata e sfruttata.

Informazione e comunicazione sono i due strumenti con cui la società costruisce e alimenta se stessa; ma se tu decodifichi il codice, se strappi il cielo di carta, cosa vedi?

Verso il finale del film un telegiornale riporta di una moda sempre più popolare tra i ragazzi, di portarsi dietro il registratore quando girano per strada, mentre il ragazzo di prima se ne sta ore e ore chiuso nella sua stanza ad ascoltare quella muzica che, secondo lui, può trasformare le persone.

L’atmosfera è quella di un rave party che si è lentamente diffuso per la città, intrappolando gli abitanti in una specie di stordimento malinconico da reclusione forzata, come se le persone non fossero mai uscite dal dopo sbornia di droghe sintetiche.

C’è una vera e propria isteria di massa; qualcosa di profondo e viscerale che striscia in ognuno di noi e lentamente si risveglia, facendoci prendere l’inconscia consapevolezza, neanche fosse una rivelazione religiosa, che ognuno di noi sta ballando come da copione, sta facendo la sua parte.

 

Di questo film ho amato tantissimo la fotografia, si può quasi parlare di inquadrature “dipinte” con questi colori così densi, come se fossero stati aggiunti successivamente sulla pellicola; DECODER è un film blu, un colore che ritorna molto spesso, così malinconico e introspettivo in quella che alla fine é una paranoia filmata, la mancata consapevolezza dell’atrofizzarsi delle tue pulsioni; essa viene messa in scena in spazi angusti e il tutto é immerso in una muzica che spazia dall’industrial all’elettronico.

 

E parlando di fotografia, ci sono due o tre dialoghi geniali, girati con un classico campo-controcampo, dove i viraggi delle due inquadrature sono completamente diversi l’uno dall’altro; siamo in una macchina, che percorre la strada nella notte, aggirandosi tra palazzi oscurati ed insegne al neon luminosissime. La camera va sul passeggero, sbattendogli in faccia quel blu di cui abbiamo già parlato, vengono usate così poche sfumature che in certi momenti sembra quasi di guardare una pop art; poi stacca sul guidatore e BAM, un rosa/arancione sgranato e denso manco avessero usato dei pastelli, eppure i due interlocutori sono lì nella macchina, nello stesso momento… Oppure no? L’immanenza dell’individuo in un stesso luogo è una questione di punti di vista.

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In fondo siamo tutti soli.

Specie in DECODER, dove gli sguardi bruciano.

 

 

 

Tirando le somme, è chiaramente un film che non potrai mai gustarti quanto uno studente milanese degli anni 90 che dipinge manifesti electro-psichedelici socialisti al Leoncavallo e smaltisce la sbronza LSD-alcolica mangiando una torta all’uovo alle tre del pomeriggio. Era quello il momento giusto.

Mica ora

 

Prima del Millenium Bug, prima che i Daft Punk decidessero di indossare la maschera e diventare dei robot; quando il concetto di hacking e di lotta sociale erano indistinguibili, quando l’hacking era ritenuto lo strumento più utile alla causa della lotta sociale, non un hacking domestico, rinchiuso nella tua stanza, circondato da schermi luminosi e pacchetti di patatine, mentre cerchi di entrare negli archivi della polizia o di cambiare il tuo 5 in matematica in un 7; ciò che è più corretto definire cracking.

 

Un hacking sociale, che usa l’arte, usa la politica, usa la collettività, usa il codice, usa la rete, la connessione, in un ibrido tra il sociale e il virtuale; usa il collettivo, come un alveare, portandosi dietro il registratore in strada, spiando la spia, usando l’informazione per distruggere l’informazione… Tutto ciò, ormai, sa di già visto, di già fatto, immersi come siamo nella cultura anarchico-archivistica dell’internette che tutto vede e tutto decide (tra fake news, Mentana che gioca a fare Fonzie e Renzi che balbetta cose senza nemmeno sapere cosa sia un meme).

Sembra di leggere un fumetto di Pazienza o di stare guardando Cowboy Bebop.

 

Ai tempi di DECODER c’era la paura di diventare dei tecno-clienti, automi specializzati a votare, scopare, a fare flessioni e correre sul posto, a parlare solo quando ci veniva ordinato, ma adesso che siamo nell’epoca di Andrea Dipré, Logan Paul, di quant’è figo Putin e dei No Vax, abbiamo paura di esserlo già diventati. Ora più che mai gli sguardi bruciano.

Forse si stava davvero meglio quando si stava peggio.

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Probabilmente tra vent’anni mi vergognerò di questa foto

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