David di Donatello per il miglior film: i 10 capolavori che il mondo c’invidia

Possono essere i David, possono essere gli Oscar, ma i premi cinematografici sono un evento importante. Possono essere il trampolino di lancio per un film, una vetrina che improvvisamente aumenta la visibilità dell’opera sul mercato. Oppure un coronamento, la spinta che l’industria conferisce ad un artista. La cerimonia delle cerimonie, avvenuta appena 3 settimane fa, ha visto ad esempio il trionfo di un gigante come Guillermo Del Toro, un cavallo di razza che Hollywood ha voluto riportare nell’Eden della Settima Arte dopo qualche progetto avventato e poco redditizio.

Tonino Guerra e Francesco Rosi, l’artista con più David vinti come miglior regista

Storicamente c’è sempre stato uno scontro, un punto cruciale di dibattito. Ovvero: i premi cinematografici sono indice di valore assoluto? La risposta è quasi sicuramente no. Pensiamo a “Shakespeare in Love”, misterioso mattatore di un’edizione di fine secolo, ai geni non ritenuti “degni” di ricevere l’ambita statuetta per la regia (Kubrick, Hitchcock) o agli attori mai premiati (O’Toole su tutti). La storia delle premiazioni è piena di lacune, errori, passi falsi.

Spostandoci nella cerimonia nostrana, i David di Donatello, è curioso notare il livello elevatissimo di qualità dei titoli premiati. Se, per intenderci, l’Academy vive nel tormento di non aver premiato i suoi “Citizen Kane” o i “2001”, noi italiano abbiamo ben poco di cui lamentarci. Dall’edizione del 1956 (in cui era in vigore solo il miglior produttore rispetto al miglior film) troviamo una quantità importante di titoli oggi divenuti parte del patrimonio artistico del paese.

La regola del gioco

Certo, gli evidenti errori di valutazione ci sono stati. Ad esempio “La ragazza del lago” che umilia per numero di premi “Il vento fa il suo giro”. Ma basta osservare la nostra umile top 10 per rendersi conto di come forse a volte siamo stati più lungimiranti dei cugini americani nel premiare e valorizzare i nostri migliori lavori ed artisti. La classifica raccoglie i migliori 10 titoli premiati ai David, secondo un preciso criterio. Vengono presi in considerazione i vincitori dal 1956 al 1969 col “David per il miglior produttore. Mentre dal 1970, anno dell’entrata in vigore, ai giorni nostri con la statuetta per il miglior film. Che i giochi comincino!

 

10. Gomorra (2009) – Matteo Garrone

gomorra

Matteo Garrone è una delle punte di diamante del nostro Cinema. E’ assicurazione di qualità formale, ricerca linguistica ed è uno dei pochi riconoscibili marchi italiani contemporanei all’estero. Non è un caso che, dopo il premio tecnico a Berlino con “Primo amore”, arriva la consacrazione definitiva francese. Cannes assegna a “Gomorra” il Gran Premio della Regia e la pellicola mattatorizza gli European Film Awards. E poi, naturalmente, il coronamento italiano: vince ben 7 David di Donatello ed alimenta quel fenomeno iniziato dall’opera letteraria di Saviano che porterà poi a “Gomorra – La serie”.

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Matteo Garrone e le statuette dell’edizione 2009

“Gomorra” porta lo spettatore nel cuore, nel sottobosco malavitoso e nella corruzione della città di Napoli, attraverso quattro storie. Un sarto dell’alta moda che deve fare i conti con gli strozzini della camorra, lavorando segretamente in nero per conto di un imprenditore cinese. La vicenda di continui tradimenti che si svolge a Scampìa, con l’iniziazione di un ragazzino al mondo della malavita e la difficile decisione di un contabile corrotto. Un affresco sul sistema illegale di smaltimento rifiuti attraverso gli occhi di un giovane apprendista e di un esperto uomo d’affari. Ed infine le tragiche disavventure di due ragazzi attratti dal mito dei gangster movie americani.

gomorra

Dopo il capolavoro “L’imbalsamatore” e il poco conosciuto “Primo amore” Garrone s’immerge in un progetto più ampio, più ambizioso produttivamente. La provenienza letteraria non offusca l’originalità e l’importanza dell’operazione del regista romano. La fotografia freddissima, la macchina a mano insistita, ma mai fine a sè stessa, sono al servizio di una sceneggiatura che decostruisce i miti e le convenzione del crime movie. Garrone sottrae qualsiasi tipo di mitologia, di epicità nel ritratto del mondo della malavita. I personaggi non sono mai neanche antieroi ma vengono anzi portati in una dimensione che demistifica qualsiasi discorso ottimistico, negando globalmente l’immedesimazione con lo spettatore. La malavita come oscuro virus che s’impossessa dei corpi e dei cervelli degli uomini, portandoli alla distruzione. Uno dei pochi veri capolavori del cinema italiano del nuovo millennio.

 

9. L’ultimo imperatore (1987) – Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci (che ritroveremo più avanti) è uno dei massimi maestri della storia del Cinema. Da “Ultimo tango a Parigi” in poi diviene icona di provocazione intellettuale (“Novecento”) ed esportatore di un punto di vista critico sul Bel paese (il bellissimo “La tragedia di un uomo ridicolo”). E’ ancora oggi uno dei pochi registi italiani riuscito a realizzare un autentico colossal, “come gli americani non erano più in grado di fare” dice lui stesso. “L’ultimo imperatore” vince in tutto il mondo praticamente tutti i premi possibili. L’impressionante risultato agli Oscar, ben 9 (!!), viene replicato alla perfezione durante la notte italiana vincendo 9 David.

l'ultimo imperatore
Il regista durante la notte degli Oscar

L’epico film di Bertolucci è in realtà un biopic storico. Nella Cina dei primi anni del ‘900 l’imperatore viene ucciso. Poichè l’impero è scosso da disastri politico-sociali, viene nominato erede al trono un bambino di 3 anni, ovvero Pu Yi. L’infante imperatore è condotto nella Città proibita dove vive isolato ed ignaro delle decisioni che i ministri prendono al posto suo. Nel 1919 arriva a corte Reginald Johnston, gentiluomo scozzese che lo avvicina alla sensibilità moderna del resto del mondo. Il film alterna la vita privata dell’Imperatore alle tragiche vicende storiche fino alla rivoluzione culturale degli anni ’60 in cui Pu Yi muore.

 

8. Le notti di Cabiria (1957) – Federico Fellini

“Le notti di Cabiria” sancisce l’ingresso di Federico Fellini nell’albo d’oro dei cosiddetti “Oscar italiani”. Non che il regista riminese abbia mai conosciuto il concetto del digiuno. “I vitelloni” porta a casa il Leone d’Argento al Festival di Venezia del 1953 e col successivo “La strada” entra nelle grazie dell’Academy, cosa che si ripeterà altre tre volte (“Cabiria” compreso). Ma il film, prima della vittoria americana, passa con successo a Cannes. Ed anche in patria è un trionfo: nella notte del 3 Agosto realizza la poderosa doppietta di miglior regista e miglior produttore (prima statuetta anche per De Laurentiis).

Federico Fellini e Giulietta Masina

Dopo l’incontro con il disperato Leopoldo Trieste, nella tremenda notte de “Lo sceicco bianco”, Fellini decide di dedicare un intero film al personaggio di Cabiria. Giulietta Masina interpreta una minuta ma energica prostituta romana, fieramente in grado di potersi permettere una casa tutta sua. Spontanea, candida e buffa trascorre la sua esistenza, alternando illusioni amorose e disavventure notturne al fianco dell’amica e “collega” Wanda. Una notte, dopo essersi messa emotivamente a nudo durante uno spettacolo d’ipnosi, incontra il giovane Oscar. I due cominciano a frequentarsi e l’uomo, sempre più innamorato, tenta di far uscire Cabiria dal suo tunnel di paranoie, rendendola finalmente libera d’amare. Principe azzurro o ennesimo truffatore?

La seconda edizione dei David di Donatello vede in questo grande capolavoro l‘assoluto protagonista. Fellini riprende l’approccio realista, vicino alla durezza della vita quotidiana degli emarginati (non a caso chiede personalmente a Pasolini di collaborare alla stesura della sceneggiatura), ed amplifica quel gusto magico e favolistico già mostrato nelle opere precedenti. Il corpicino della protagonista compie un viaggio tra le strade di Roma, capitale d’illusioni e fabbrica di miraggi, incappando nella mostruosità del divismo e nella frustrazione religiosa. La moglie del regista è perfetta nell’incarnare questo indimenticabile personaggio, capace allo stesso tempo d’infuriarsi come Zampanò e di muoversi con lo stesso candore di Charlot.

 

7. Rocco e i suoi fratelli (1960) – Luchino Visconti

Il grande produttore Goffredo Lombardo ed il regista aristocratico Luchino Visconti nel 1960 realizzano una delle pellicole italiane più importanti di tutti i tempi. Vincitore assoluto dei Nastri d’argento, Leone d’Argento a Venezia ed, ovviamente, David per il miglior produttore. Nonostante la fortissima concorrenza il film di Visconti si eleva a simbolo dei mutamenti socio-economici dell’Italia in pieno boom economico. Più avanti lo sguardo del regista si sposterà sulle pieghe del passato (“Il gattopardo”) e sulle atmosfere decadentiste (“Morte a Venezia”). Ma la sensibilità del regista meneghino lo porta a rielaborare il problema dell’integrazione nord-sud, offrendo uno dei ritratti più lucidi su un fenomeno attuale ancora oggi.

Rocco e i suoi fratelli
La celeberrima ripresa sul Duomo con Alain Delon ed Annie Girardot

Ispirato un po’ a “Il ponte sulla Ghisolfa” di Giovanni Testori, un po’ a “I malavoglia” di Giovanni Verga, la storia si articola in cinque capitoli. La famiglia Parondi, dopo la morte del padre in Lucania,  giunge a Milano per ritrovare il fratello maggiore Vincenzo, già stabilito al Nord da qualche tempo ed in procinto di sposarsi. La madre e gli altri quattro fratelli (Rocco, Simone, Ciro e Luca) devono ora cavarsela nella nuova realtà. Rocco trova lavoro in una lavanderia e pratica il pugilato, trampolino di lancio di Simone, e Ciro porta avanti gli studi insieme al piccolo Luca. In mezzo a loro si metterà la sfrontata e fragile Nadia, la quale porterà Simone e Rocco in un vortice di disperazione che rischia di condannare la stabilità della famiglia Parondi.

Rocco e i suoi fratelli

Attraverso un bianco e nero d’antologia, una direzione degli attori esemplare ed una sceneggiatura che mescola il melodramma puro con suggestioni da cinema noir, “Rocco e i suoi fratelli” diventa un trattato che ricopre diverse questioni. Dall’integrazione nord-sud e agli effetti della modernità sui desideri dell’individuo, la pellicola lascia sempre una porta aperta sul futuro. Quasi a dire che il problema non si esaurisce all’interno dell’opera, impossibilitata ad offrire soluzioni ma perfettamente in grado di offrire un prezioso punto di vista sui coevi fenomeni della società italiana.

 

6. La grande guerra (1960) – Mario Monicelli

La quinta edizione dei David assegna al leggendario produttore De Laurentiis la sua seconda statuetta (su cinque totali in carriera). “La grande guerra” vince il Leone d’Oro e viene nominato all’Oscar per il miglior film. In Italia mette le mani sulla maggior parte dei David, salvo essere inevitabilmente battuto per la regia da “La dolce vita”. E’ uno dei capolavori di un gigante come Mario Monicelli, uno dei maestri assoluti della grande stagione della commedia all’italiana.

La grande guerra
Monicelli che ritira il David speciale nel 2005

Durante la chiamata alle armi il romano Oreste compie un imbroglio ai danni del milanese Giovanni, il quale vorrebbe ad ogni costo evitare di prendere parte alla Grande Guerra. I due si ritrovano dopo qualche tempo sul treno per il fronte, diventando sempre più amici ed accomunati dal desiderio di sopravvivenza più che dall’ideale patriottico. Le tragiche vicende belliche li portano ad essere catturati e sottoposti allo spietato interrogatorio di un ufficiale austriaco. Oreste e Giovanni devono dunque scegliere tra la propria salvezza e l’orgoglio nazionale.

La grande guerra

Uno dei più mirabili esempi di come il nostro Cinema dell’epoca sia riuscito ad unire il dramma con la commedia, in questo caso all’interno di una ricostruzione storica precisa e fedele. I due protagonisti sono i mitologici Sordi-Gassman, i quali danno vita ad un’amicizia che rimane nella storia del Cinema mondiale. Monicelli trasferisce le divisioni geografiche-culturali del popolo italiano nelle dinamiche di un conflitto che porta all’estremo i lati positivi e negativi del paese. Memorabili le scene tra Gassman e la Mangano ed il finale è ancora oggi tra i migliori momenti del Cinema italiano.

 

5. Il conformista (1970) – Bernardo Bertolucci

A metà di questo percorso nella “crème de la crème” dei David di Donatello troviamo il quinto lungometraggio di Bernardo Bertolucci, per la prima volta coccolato anche nel suo paese. Dopo il battesimo artistico sotto l’ala di P.P. Pasolini (“La commare secca”) ed i lavori nouvelle vaguiani (“Prima della rivoluzione” e “Partner”), che mandarono fuori di testa la critica francese, il regista di Parma lavora su commissione all’adattamento dell’omonimo romanzo di Moravia. “Il conformista” (realizzato quasi contemporaneamente a “Strategia del ragno”), vince la statuetta per miglior film in compagnia di “Waterloo” ed “Il giardino dei Finzi-Contini”. Trio importante ma in cui ad elevarsi non può che essere il raffinato capolavoro di Bertolucci.

Bernardo Bertolucci e Stefania Sandrelli sulle pagine di “Vogue Italia”

Nella Roma di fine anni ’30 Marcello Clerici decide di entrare come volontario nella polizia segreta fascista. La scelta rientra in uno scrupoloso piano: colpevole di un imperdonabile peccato in età adolescenziale, egli si sente “un diverso” e tenta a tutti i costi di conquistarsi la normalità. Gli viene dunque affidato il compito di uccidere il professor Quadri, suo vecchio docente di filosofia ed ora residente a Parigi in quanto oppositore del regime. Approfittando del viaggio di nozze con la stralunata moglie Giulia e seguito dall’agente Manganiello, Clerici deve fare i conti con la propria coscienza politica e i dubbi esistenziali che lo tormentano.

Noir, film d’autore, allegoria storico-politica… “Il conformista” è un film dai mille volti, quasi quanti quelli del meraviglioso personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant. Stratificato ed elegante, intimo e grandioso, spiraliforme ma con una sceneggiatura di ferro, Bertolucci ci riporta in un periodo “infetto” della storia italiana (il tema della malattia attraversa tutta la pellicola), con sensibilità critica e pathos contemporanei. Servendosi della struttura narrativa a flashback la pellicola disorienta le coordinate dello spettatore e lo ammalia con una bellezza visiva difficilmente replicabile. Forma e sostanza vanno a nozze, comprimendo in meno di due ore tutte le successive suggestioni erotiche, nostalgie cinefile ed ambizioni demiurgiche del regista.

 

4. Amarcord (1973) – Federico Fellini

A un passo dal podio ritroviamo Federico Fellini. “Amarcord” è il suo ultimo film pluripremiato in tutto il mondo: arriva il quarto Oscar, una valanga di riconoscimenti in tutto il globo e naturalmente il David per il miglior film (oltre che per la miglior regia). Accolto già all’uscita come summa, punto d’arrivo ed affresco totale della sua autorevole opera, la pellicola combina l’intimismo autobiografico all’ambizione di carattere storico-antropologico. “Viva l’Italia” il primo titolo scelto da Fellini e Tonino Guerra. Poi “Il borgo” ed infine “Amarcord”, ovvero fusione della frase romagnola “a m’arcord” (“io mi ricordo”). Il passato è, come sempre, linfa vitale imprescindibile per l’ennesimo capolavoro del regista.

L’ennesimo Oscar conquistato dal regista di Rimini

L’occhio di Fellini è al servizio della sua Rimini, anni ’30. In un caleidoscopio di personaggi e situazioni seguiamo le avventure di Titta, un giovane studente del liceo che rimbalza tra famiglia, contesto storico fascista, ambiguità religiosa, desiderio sessuale e marachelle con amici e concittadini. Il racconto si sviluppa in maniera episodica, immergendo lo spettatore nei luoghi significativi della città (la scuola, il mare, il Grand Hotel…), della Storia (la parata fascista, la Mille Miglia, la passata del transatlantico Rex…) e della vita (la pubertà, la morte, il matrimonio…).

Vita, sogno, cinema, fumetto, affresco storico, favola… Impossibile trovare una formula assoluta in grado di comprimere uno dei più grandi film della storia del Cinema. “Amarcord”, spesso definito come “il film più felliniano”, è un’opera che tira fuori il meglio dagli storici collaboratori del regista. Le note di Rota, la fotografia di Rotunno, la scenografia/i costumi di Donati sono al servizio della lucida fantasia con cui Fellini traccia uno dei ritratti più rilevanti di un periodo storico che invece andava in direzione della soppressione ideologica e creativa. La semplicità e lo stupore con cui i personaggi vivono la realtà che li circonda si trasferisce su noi spettatori, testimoni di un mondo incantato nel quale incombono l’ombra della storia e i dolori dell’esistenza.

 

3. Il gattopardo (1963) – Luchino Visconti

Il settimo lungometraggio di Luchino Visconti è forse il suo lavoro più famoso. Palma d’Oro a Cannes e secondo David per il miglior produttore in tre anni (dopo “Rocco e i suoi fratelli”), l’opera in patria scalza la concorrenza del capolavoro “8 1/2” del rivale Federico Fellini. Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale sono le stelle di una pellicola dall’alto valore artistico, anche per l’elevato riferimento letterario. Visconti riunisce il meglio del meglio delle maestranze italiane e realizza il più bel film sul Risorgimento.

il gattopardo
Visconti ed i divi Cardinale-Delon

L’opera di Visconti si concentra sui mutamenti sociali nella Sicilia risorgimentale, seguendo le vicende del Principe Don Fabrizio e della famiglia Salina. Il Principe assiste con malinconia alla fine del potere aristocratico nell’isola, sostenuto dal nipote garibaldino Tancredi. Il giovane s’innamora della bellissima e ricca Angelica, figlia del sindaco borghese di Donnafugata, la residenza estiva della famiglia. Intanto la storia fa il suo corso: un funzionario piemontese offre al Principe la nomina di senatore del Regno d’Italia, ma Don Fabrizio rifiuta. Inizia una disincantata riflessione sulla fine di un’epoca, mentre durante il celeberrimo ballo avviene il simbolico connubio tra borghesia ed aristocrazia.

il gattopardo

Il gradino più basso del nostro podio è occupato da un capolavoro assoluto. La perfezione stilistica, la grandezza della messa in scena dialogano con una riflessione più ampia sugli irreversibili mutamenti avvenuti in un preciso momento storico. Il David per il miglior produttore è inevitabile: Goffredo Lombardo confeziona uno dei marchi di fabbrica, uno dei segni culturali che ci ha contraddistinto agli occhi del mondo, ovvero il colossal storico intellettuale. “Il Gattopardo” è uno dei migliori titoli dell’irripetibile stagione del cinema d’autore italiano degli anni ’60.

 

2. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) – Elio Petri

Elio Petri è una figura unica, una preziosissima voce nel panorama del cinema d’impegno socio-politico mondiale. Un regista che servendosi degli stilemi del cinema di genere (noir, giallo, horror, fantascienza) e con una scrittura/messa in scena che flirtano perennemente col grottesco, viene premiato già dai suoi esordi nei più importanti festival mondiali. “Indagine” si porta a casa l’Oscar per il miglior film straniero, il Gran Premio della Giuria a Cannes ed il David per miglior film.

indagine su un cittadino
Petri sul set con Gian Maria Volontè e Florinda Bolkan

Il capo della sezione omicidi, il giorno della sua promozione, uccide la propria amante Augusta, la quale trovava nell’abuso di potere e negli atti macabri del poliziotto una fonte di eccitazione sessuale. Il protagonista, di cui non conosciamo il nome, decide di disseminare indizi della propria colpevolezza, sicuro della sua insospettabilità. Ma con lo sviluppo delle indagini sembra invece desiderare l’arresto, evitato dalla posizione di cittadino ritenuto impossibilitato ad essere colpevole. La svolta avviene quando il giovane anarchico Antonio Pace, ennesimo amante di Augusta Terzi, si scopre esser stato testimone dell’omicidio del poliziotto.

indagine su un cittadino

Primo capitolo della “trilogia della nevrosi” (continuata con “La classe operaia va in paradiso” e “La proprietà non è più un furto), la pellicola è figlia delle tensioni sociali e politiche degli anni ’60 ed anticipatrice degli anni di piombo del decennio seguente. Volontè, vincitore del David per il miglior attore, è nel miglior ruolo della sua carriera, così come Petri riesce a tirar fuori il meglio da ogni suo collaboratore. La musica di Morricone è perfetta nel mescolarsi col montaggio a flashback di Ruggero Mastroianni, oltre ad enfatizzare le atmosfere pop-kafkiane che contraddistinguono la visione di Elio Petri.

 

Menzioni speciali

La classe operaia va in paradiso (1971) – Elio Petri

 

Caro diario (1993) – Nanni Moretti

caro diario

 

La famiglia (1987) – Ettore Scola

 

Cesare deve morire (2012) – Fratelli Taviani

 

Una vita difficile (1961) – Dino Risi

 

Ed ora la posizione numero uno…

 

1. C’era una volta il West (1968) – Sergio Leone

Al primo posto troviamo uno dei film più belli di tutti i tempi. Nella cerimonia del 1969 “La ragazza con la pistola” di Monicelli si porta a casa più premi, ma a distanza di anni il riconoscimento più significativo rimane quello conferito al produttore Bino Cicogna. Dopo aver dato il via al fenomeno dello “spaghetti western” di metà anni ’60, Leone amplifica il discorso come già aveva fatto col capolavoro “Il buono, il brutto, il cattivo”. Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale e Jason Robards subentrano agli attori storici del regista romano e danno vita ad un’opera semplicemente irripetibile.

Sergio Leone con la statuetta per il miglior regista per “Giù la testa”

Il magnate delle ferrovie Morton affida al suo sicario Frank il compito d’intimidire Brett McBain, proprietario di uno strategico pezzo di terra che con la costruzione della ferrovia diventerebbe molto redditizio. Frank invece uccide l’uomo e lascia prove utili ad incriminare Cheyenne il bandito. La terra tuttavia si scopre essere legalmente di proprietà della prostituta Jill, la nuova moglie del defunto McBain. Nello stesso tempo in città arriva un misterioso pistolero, soprannominato “Armonica”, che è da tempo sulle tracce di Frank. Le strade dei personaggi non potranno che incrociarsi e la carneficina è assicurata…

Che dire di un film come “C’era una volta il West”? Leone passa dalle furberie de “L’uomo senza nome” della Trilogia del Dollaro, ad un racconto dal respiro più ampio ed aperto alla ricerca dell’epicità. Una pellicola che prende atto della fine di un’epoca, segnata dall’arrivo della modernità simbolicamente attribuita alla costruzione della ferrovia, e che trasmette allo spettatore il doloroso valore del tempo. Le note di Morricone, come ogni singolo reparto tecnico-artistico del film, sono oltre la perfezione. Un capolavoro difficilmente replicabile…

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