Esce oggi nelle sale italiane il primo film di Steven Spielberg che vedremo in questo 2018. Ecco il punto di vista di Ettore Dalla Zanna su “The Post”.

Nelle sale dal 1° Febbraio, “The Post“, il nuovo film di Steven Spielberg!

The Post

Basterebbe il poster per spiegare pienamente cosa sia “The Post“. Una lunga e faticosa scalata compiuta dai due protagonisti con il connubio di colori molto presenti all’interno della pellicola: il blu ed il grigio. Per non parlare poi della scalinata: composita, rigida, che compare nel poster frammentata in tanti segmenti molto geometrici. Una composizione austera per un ritmo di film travolgente. Ma pur sempre una scalata rimane il tema portante della nuova pellicola di Spielberg.

Ci sono due tipi di film dedicati al giornalismo: nel primo tipo, i protagonisti sono eroici giornalisti che combattono per difendere la libertà, la civiltà e l’onestà. Un primo, evidente ed importante esempio è sicuramente “Tutti gli Uomini del Presidente” di Alan J. Pakula, con Robert Redford e Dustin Hoffman a farla da padrone in un film che ripercorreva le vicissitudini del Watergate.

Il secondo tipo ha per protagonisti, giornalisti più cinici, perdenti, disincantati e spesso corrotti. Film di questa categoria sono ad esempio “L’asso nella manica” di Billy Wilder, con Kirk Douglas nel ruolo del giornalista senza scrupoli protagonista o “Piombo Rovente” di Alexander Mackendrick con Burt Lancaster e Tony Curtis. Sicuramente i film migliori sono sicuramente quelli che utilizzano il secondo tipo. Essi raccontano e descrivono i personaggi in maniera autentica. Senza andare ad intortarsi in un approccio ideologico che può fare solo che male invece di bene sia per la figura dell’artista che per il cinema stesso (Alexander Payne, ad esempio, si è completamente impantanato in questo a causa di “Downsizing“, appena uscito nelle sale italiane).

Un po’ di storia

The Post

The Post sta per Washington Post e Spielberg opta per il primo tipo di film sul giornalismo, realizzando uno dei più belli film sull’argomento ai livelli dell’opera sopracitata di Alan J. Pakula. I giornalisti sono degli eroi che combattono per la libertà. Anche se la vera protagonista è l’editrice del Post, Katharine Graham, interpretata in maniera superba da Meryl Streep. Così come superbo è Tom Hanks nel ruolo di Ben Bradlee, direttore, al tempo, del Washington Post.

La storia segue la vicenda dei cosiddetti Pentagon Papers. Un analista militare in Vietnam, Neil Sheehan, si accorge che lo Stato, il Dipartimento di Stato, sin dai tempi di Truman, per numerose amministrazioni, ha coperto la verità riguardo alle guerre in corso. Prima la Guerra di Corea, poi la Guerra in Vietnam. E decide di far filtrare questi documenti per un intento nobile.

Bisogna far chiarezza su questa faccenda. È inammissibile che il Dipartimento di Stato sia cosciente, ad esempio, che la Guerra del Vietnam non si possa vincere (“la prima guerra persa”). E nonostante ciò, si continui ad andare avanti e quindi a mandare giovani soldati americani e far morire soldati ma soprattutto civili vietnamiti. Questo scandalo è relativo soprattutto all’Amministrazione Kennedy e Johnson. Ma viene gestito in seguito, all’inizio degli Anni Settanta, con l’Amministrazione Nixon, la quale cerca di coprire, cerca di dire che questi documenti sono segreti di Stato e che possono danneggiare la sicurezza degli Stati Uniti. Si apre un conflitto che porterà tutti fino alla Corte Suprema.

Il film si basa su un grande dilemma: è giusto mettere a repentaglio la sicurezza in favore della verità e della libertà? Con “The Post“, Spielberg chiude un’ipotetica trilogia sul potere della parola, iniziata con “Lincoln” e proseguita con “Il Ponte delle Spie“. La chiude parlando del dopo, del “in seguito”. Il New York Times, ai tempi, lanciò la notizia, il Post la proseguì e dovette scegliere come proseguirla. Pur mostrando il coraggio di questi giornalisti, Spielberg non è mai manicheo nei loro confronti.

Stile

The Post

Cerca di raccontare le vulnerabilità, le ambiguità, le difficoltà e anche la pochezza di alcuni di loro che sono certamente dal lato che Spielberg predilige. Sono dal lato che ritiene giusto. Spielberg è un soggetto presente-assente che appoggia pienamente la necessità di rivelare le verità scomode, anche quelle tragiche.

A differenza di film mediocri sul giornalismo come il sopravvalutatissimo “Spotlight” di Tom McCarthy, Spielberg cerca di capire i personaggi. Li “psicanalizza” e li dirige sempre con un’idea puramente cinematografica. I gesti, le immagini, le battute non sono mai fine a se stessi o al servizio del messaggio. Spielberg pensa al cinema, cercando di carpire l’intimità di ogni singolo personaggio.

Sia Katharine Graham che Ben Bradlee non sono degli eroi, hanno le loro ambiguità. Ed è meraviglioso come Meryl Streep riesca a raccontare da un lato l’insicurezza della donna, ferita dal suicidio del marito, ma che, nello stesso tempo, ha la forza ed il coraggio di alzare la testa come donna, di scommettere tutto, rischiando di andare in galera, di diventare una criminale di Stato, di far fallire il giornale, pur di rivelare qualcosa di nobile, in nome della libertà e della verità.

Andando anche contro il suo amico Robert McNamara, Segretario della Difesa ai tempi dell’amministrazione Kennedy e Johnson. Spielberg non mostra riserbo nel criticare gli “eroici” giornalisti che si ritrovano, talvolta, ad essere amici di politici o, addirittura, invitati a cena ogni settimana alla Casa Bianca.

Blu e grigio, come detto, il nero dell’inchiostro, un ritmo frenetico come la ricerca di notizie, “The Post” si riallaccia alle precedenti pellicole anche sulla scelta morale. Una scelta che era centrale sia per Abraham Lincoln nella sua lotta per l’abolizione della schiavitù che per l’avvocato James Donovan nella difesa della spia sovietica Rudolf Abel. In tutte e tre i film, la scelta morale viene applicata in momenti claudicanti e preoccupanti della nazione statunitense.

Tra passato e presente

The Post

Un altro elemento che rende grandioso il film di Spielberg è anche la sua alternanza tra passato e presente, tra meta-cinema e monito per il futuro. Passato, perché siamo negli anni Settanta e, per parallelismo poetico, Spielberg riallaccia la lotta del Post contro il marcio di Stato alla stagione della New Hollywood in contrasto al cinema vecchio stampo. Ma è anche una dedica appassionata a ciò che fu il giornalismo, fatto di rotative, redazioni, stampe, correttori di bozze. Presente, perché c’è nel film qualcosa che riverbera riguardo l’amministrazione corrente.

Ma, anche in questo, Spielberg agisce con una mano non pesante ma c’invita a fare una riflessione sul fenomeno delle fake news. Sulla necessità di non farsi insabbiare, di rivelare la verità. Il finale ha un po’ di enfasi in più su questo concetto, ma nello stesso tempo, il cineasta riesce a dire con precisione fascinosa che la passione e la necessità di cercare la verità sia qualcosa che supera qualunque costrizione, sia ideologica che politica.

Ed in periodi fatti di algoritmi che ci rinchiudono sempre di più nei nostri confini e pregiudizi, di promesse demagogiche in terreni in cui non esiste più la politica, di una Hollywood sempre più oscurantista nella quale un’accusa su Twitter è più importante di quella all’interno di un tribunale, è solo acqua fresca e benefica.

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