Giocare tra l’arte ed il messaggio è molto pericoloso. Il punto di vista di Ettore Dalla Zanna dedicato all’ultimo film di Alexander Payne.

Finalmente sbarca nelle sale italiane il film d’apertura della Mostra del Cinema di Venezia dell’anno scorso, “Downsizing” di Alexander Payne.

Downsizing

C’è un elemento che ha accomunato, a partire dagli Anni Novanta, ed accomuna ancora una straordinaria generazione di registi, i quali dominano il panorama del cinema americano. L’elemento comune è dato dal fatto che non hanno alcun elemento ideologico nelle loro pellicole. Verrebbe da definirli quasi… post-ideologici.

Paul Thomas Anderson, Todd Haynes, Wes Anderson, Todd Solondz, Sofia Coppola, Alexander Payne sono registi di grande talento che hanno realizzato opere straordinarie avendo come perno centrale l’uomo, le sue miserie, le sue bellezze, i suoi decadimenti e fortune, ritagliandoli sempre con un tocco profondamente personale, mai sporco d’ideologia (nell’accezione negativa del termine).

Tra tutti questi, Alexander Payne si è distinto egregiamente, conquistando un valido posto nel mondo della commedia amara. Nel suo ultimo film “Downsizing“, l’apertura della Mostra di Venezia dell’anno scorso, Payne racconta, in un ipotetico futuro, la scoperta folgorante, avvenuta in Norvegia, che consente agli uomini ed alle donne di diventare estremamente piccoli. Il tutto per risparmiare enormemente i consumi di energia, acqua, gas, di soldi che stanno dilapidando il benessere e la ricchezza del nostro pianeta.

Un’idea folgorante, appunto, eccezionale, gestita magnificamente almeno per la prima parte con un tono agrodolce, sboccato ma divertente. Numerose le suggestioni: da Jack Arnold a “I Viaggi di Gulliver” passando per le commedie fantasiose con Alberto Sordi come protagonista. Non va dimenticato, infatti, il forte amore del buon Payne per la commedia all’italiana, anche qui presente ed evidente. Il film ha dalla sua anche dei divertentissimi effetti speciali ed un cast di tutto rispetto composto da attori come Matt Damon, Kristen Wiig ed il grande Christoph Waltz (anche se inizialmente il cineasta voleva attori come Sacha Baron Cohen e Meryl Streep).

Una gestione molto deludente

Ad un certo punto, il film cambia prospettiva, direzione ed anche tono. Da una commedia divertente, un po’ folle, diventa un film-messaggio, quanto di peggio si possa aspettare dal cinema. È come se, dopo aver provocato, Payne provasse a convincere lo spettatore di qualcosa e si focalizzasse solo su quello. In casi come questo, il cinema va da una parte ed il messaggio va dall’altra.

Dalla suggestione dell’idea ed il divertimento del tutto, si passa ad un discorso, anzi un vero e proprio sermone per immagini sconcertante in cui ci si ammonisce sul male che si può recare al nostro pianeta. In cui si assumono toni ecologistici, pacifisti e soprattutto “buonisti”. Un buonismo smielato nell’intera seconda parte. Più che “Downsizing“, verrebbe da dire “Moralistizing“. Ed è un vero peccato perché l’idea di partenza è folgorante, come detto, e l’inizio del film è veramente eccezionale.

Conclusioni

Le iniziali intenzioni non valgono l’intera pellicola. Tuttavia, Alexander Payne si conferma un regista abilissimo, capace di elaborare immagini di distinta fattura e scene anche commoventi. Il tono agrodolce, pur smielato in più punti, permane e fa piuttosto piacere. Ma il film non riesce mai a credere nelle proprie potenzialità, soprattutto sul lato science fiction, finendo per essere piuttosto piatto da quel punto di vista e chiudendo anche con una battuta conclusiva forse tra le più brutte della storia del cinema.

Payne è il primo della generazione di fenomeni, prima menzionati, che sembra affermare che, dopo la post-ideologia, c’è la necessità di fare qualcosa, di prendere posizione ai nostri tempi. Una mossa rischiosa. In momenti tragici, preoccupanti e molto gravi, onnipresenti, oramai, nella nostra contemporaneità, un artista ha il pieno diritto di dire la sua, anche con forza. Anche sacrificando un prodotto audiovisivo. Ma se il risultato è passare dall’arte al messaggio e, soprattutto, giocare tra questi due fuochi, chi ne perde non solo è l’artista ma anche il cinema stesso.

Doveva essere un grande “piccolo” film. Ne è venuto fuori, per citare una pellicola fondamentale della commedia all’italiana, un film piccolo piccolo.

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